di
Guido Olimpio

Nominato a giugno dopo la morte del suo predecessore Hajidazeh, il generale è l’artefice della guerra aerea di Teheran: è lui ad aver migliorato i velivoli kamikaze copiati anche dagli Usa

Giugno 2025. L’Iran è sotto attacco israeliano, vengono uccisi molti dirigenti. Tra questi Amir Hajidazeh, l’artefice del sistema aerospaziale. L’ayatollah Khamenei nomina come successore Majid Mousavi, il generale dei pasdaran vice della Divisione dal 2009. Nell’investitura lo esorta a promuovere il programma di droni e missili, armi che il nuovo comandante conosce bene. 

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Mousavi, 61 anni, originario della capitale, appartiene a quel cerchio di ufficiali che, dopo l’esperienza nel conflitto contro l’Iraq, si è dedicato all’ammodernamento dell’arsenale. A coordinarli c’era Hassan Moghaddam, responsabile dello sviluppo di vettori che all’epoca erano un’evoluzione degli Scud sovietici e di altri sistemi analoghi. Interagiscono con regimi arabi, nordcoreani, cinesi e russi, per poi essere in grado di produrre in modo autonomo. Adattano, quando è possibile, la tecnologia straniera ai loro prototipi, vanno a caccia di componenti all’estero, aggirano i controlli. 

Test o sabotaggio

Nel 2009 Mousavi è promosso numero due, elabora la futura strategia sempre al fianco di Hajidazeh. Non ci sarà più Moghaddam, deceduto nel 2011 a causa di un’esplosione nel corso di un test. Così diranno le fonti ufficiali mentre non mancheranno le voci di un sabotaggio. I piani procedono con la messa a punto di sistemi a lungo raggio, la produzione di combustibile solido per il nuovo missile Sejil 2 — impiegato ieri, portata di 2 mila chilometri —, la creazione di basi all’interno di bunker.

Le chiamano le città dei missili: gallerie dove nascondere i lanciatori e le munizioni. I pasdaran attuano una dispersione di apparati per sottrarli agli attacchi, usano bersagli esca, cercano di avere impianti multipli per resistere il più a lungo possibile, concedono autonomia alle singole batterie in modo che sparino nel caso le comunicazioni siano bloccate.

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L’insidia maggiore

I mezzi con lunga «gittata» sono completati da quelli per il corto-medio raggio, necessari per colpire le installazioni americane sull’altra sponda del Golfo. Ne avrebbero migliaia. Come sono migliaia i droni-kamikaze diventati l’insidia maggiore: secondo gli esperti c’è la mano di Mousavi nel miglioramento degli Shahed lanciati per incendiare depositi di carburante, bloccare aeroporti, mettere in crisi la sicurezza dei «vicini» ritenuti complici di Washington. E il miglior apprezzamento di questi droni è arrivato indirettamente dagli Stati Uniti che li hanno copiati. Su Israele, invece, hanno sparato oltre 400 missili, compresi quelli con testate a grappolo, altra soluzione per costringere la difesa ad un alto consumo di intercettori. Tel Aviv ha negato di esserne a corto, come hanno suggerito fonti anonime americane. Il tema delle scorte esiste. La rappresaglia dei Guardiani prima ha cercato di mettere fuori uso la rete di avvistamento dei missili e, successivamente, ha puntato le postazioni dotate di strumenti costosi e lenti da rimpiazzare. 

Il calo dei lanci

Ancora gli esperti hanno annotato un calo netto dei lanci di vettori iraniani rispetto alle salve iniziali, molto intense. Una diminuzione imputata alla distruzione di lanciatori, ai danni della rete logistica, ai raid israelo-americani su alcune «città dei missili» (Shiraz, Isfahan, Tabriz, Khorgo). Alcuni bunker sarebbero ora inaccessibili in quanto le bombe hanno provocato macerie estese. Le perdite comincerebbero ad essere rilevanti. Altri osservatori sono meno convinti e offrono una spiegazione tattica: i pasdaran puntano sul logoramento e risparmierebbero gli ordigni limitandosi ad una quota ridotta, magari affidandosi — come domenica — a ordigni più moderni e veloci. Perché pochi «colpi» sono sufficienti a tenere in scacco il nemico. Difficile dire quale sia l’interpretazione più corretta, specie se le sirene della propaganda vanno a tutto volume. Donald Trump deborda ogni mattina sui social, lo stesso Mousavi risponde esaltando la precisione dei suoi uomini. Ognuno suona la musica che preferisce. Possibile che la verità sia nel mezzo. Ma non c’è dubbio che Epic Fury è diversa da come l’aveva immaginata la Casa Bianca.

16 marzo 2026 ( modifica il 16 marzo 2026 | 08:19)