di
Paolo Condò
L’Inter e i rossoneri protagonisti di una volata fra squadre stanche, fiaccate dalle infinite polemiche arbitrali. L’allenatore del Como di nuovo al centro di una polemica con i colleghi
Il Milan ha mancato il colpo. Il pari dell’Inter gli aveva aperto una finestra per risalire a -5 ma la Lazio, in versione deluxe per il ritorno dei tifosi allo stadio, l’ha richiusa sbattendola: gol di Isaksen seguito da un’efficace resistenza alla disordinata pressione rossonera, il Milan passa dalla chance del -5 alla realtà del -8. È curioso che la Lazio, dopo aver tolto lo scudetto all’Inter un anno fa, glielo abbia quasi restituito adesso. Stiamo assistendo a una volata fra squadre stanche di testa, fiaccate dalle infinite polemiche arbitrali che hanno innegabili basi — solo questo turno c’è stato il rigore negato a Frattesi, il discutibile annullamento di un gol a Conceicao, il secondo giallo fasullo a Wesley — ma spostano ogni analisi sul piano del lamento se non addirittura del complotto. A fine stagione sarà necessario un reset profondo.
Il Milan ha fatto capire di non avere la forza per salire ancora, perché ha il quinto attacco del torneo e nelle serate in cui deve spingere, com’era questa, non riesce a farlo senza scoprirsi. Ora penserà a mettere in sicurezza il posto Champions, tenendo presente che il Napoli gli è ormai addosso, ma la Juve quinta dista ancora 7 punti, che sono tanti. A proposito di Napoli, alla terza vittoria di fila, Kevin De Bruyne ha giocato i 45’ migliori della sua tormentata stagione. È una promessa di futuro, e un motivo in più perché Conte rimanga.
Ma scendiamo in zona quarto posto. Cesc Fabregas non ha un buon rapporto con gli allenatori italiani, che gli rimproverano un comportamento in panchina distante da quello richiesto a un quasi rookie. Un’alterigia di fondo implicita nel palmares (da giocatore) che nessuno degli altri tecnici avvicina, perché un titolo mondiale e due europei sono lauree honoris causa di cui Coverciano può solo prendere atto. Ieri c’è stato un vivace scambio di idee a fine gara con gli assistenti di Gasperini (che se l’era filata negli spogliatoi, furioso con l’arbitro: pleonastico fargli la morale, ma Fabregas non ha resistito), Allegri era andato giù durissimo dopo l’episodio della trattenuta a Saelemakers, in effetti lunare, e in generale questa gloria del calcio catalano sta sull’anima ai colleghi per due motivi: perché la proprietà gli compra tutti i giocatori che vuole (invidia sana), e perché con questi non ha cucinato la solita minestra ma ha costruito una squadra capace di un bellissimo calcio (invidia fegatosa).
Il Como è una squadra spagnola trapiantata in serie A. Una ricchezza se pensate che la crescita venga dal confronto tra scuole — siamo fra questi — un fastidio per i teorici del «padroni a casa nostra». Ieri il Como ha battuto la Roma perché dopo averle regalato un rigore l’ha dominata con tecnica, palleggio verticale e, nella ripresa, uno contro uno sfinente in parità numerica e irresistibile dopo l’espulsione (sbagliata) di Wesley. Uno show che avrebbe meritato l’opposizione di un Dybala o almeno di un Soulé, ma la Roma è arrivata a pezzi a primavera, e deve riorganizzarsi al più presto perché si è messa a correre pure la Juve. Fra i pochi a dichiarare simpatia per Fabregas, Spalletti ha ormai passato la nottata ed è pronto al lungo sprint col catalano. Sperava di scavalcarlo già ieri. Ci riproverà.
16 marzo 2026 ( modifica il 16 marzo 2026 | 07:10)
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