di
Federico Fubini
Witkoff, l’emissario e socio in affari di Donald Trump, ha incontrato almeno tre volte Vladimir Putin senza che fossero presenti né un traduttore né altri diplomatici americani
(Questo articolo è stato tratto dalla newsletter Whetever it takes di Federico Fubini, se vuoi iscriverti clicca qui)
Più si accumulano le guerre, i morti, i danni al commercio internazionale e al potere d’acquisto delle persone comuni, più risulta difficile tirare un filo fra gli eventi. Ma considerate questa sequenza: Steve Witkoff, l’emissario e socio in affari di Donald Trump, ha incontrato almeno tre volte Vladimir Putin senza che fossero presenti né un traduttore né altri rappresentanti diplomatici americani; gli Emirati Arabi Uniti hanno concluso un accordo da mezzo miliardo di dollari per il 49% di World Liberty Financial, la società di criptovalute fondata nell’autunno del 2024 dalle famiglie di Trump e di Witkoff; il Qatar, il Pakistan, l’Arabia Saudita, il Vietnam, l’Oman sono fra i Paesi che hanno concluso contratti commerciali con la famiglia di Trump da quando questi è stato rieletto.
Ma non è solo il presidente degli Stati Uniti a ricordarci che esiste un rapporto fra modelli politici autocratici reali o desiderati, il denaro e la destabilizzazione delle relazioni internazionali.
Si guardi al Qatar, al suo approccio dei confronti del leader di Israele Benjamin Netanyahu o nei confronti della Libia. Il rapporto fra leader, autocrazia e denaro esiste. Anche senza o prima di Trump. Ed è uno dei fattori meno discussi, benché più rilevanti, per leggere il caos nel quale sta scivolando il sistema internazionale. Senza quel fattore vivremmo oggi in un mondo più sicuro e in un’economia più stabile.
Vediamo perché, partendo dai fatti.
L’interprete mancante
Steve Witkoff, l’emissario e socio del presidente degli Stati Uniti, non parla russo, non si era mai occupato di Russia né aveva mai avuto alcuna esperienza diplomatica in genere. Eppure l’11 febbraio 2025 lo vediamo entrare raggiante in una sala del Cremlino e stringere calorosamente la mano di Vladimir Putin.
I due non si erano mai incontrati, ma quel giorno resteranno a colloquio per tre ore e mezzo. I dettagli del colloquio non sono mai stati resi noti, benché abbiano prodotto almeno un risultato concreto: il governo di Mosca quel giorno accettò di scarcerare e lasciar partire Marc Fogel, un prigioniero americano arrestato con un pretesto e condannato a 14 anni di carcere.
L’incontro senza testimoni: così è cambiata la diplomazia americana
Ma è del tutto improbabile che Putin e Witkoff abbiano parlato di quel caso per tre ore e mezzo. Di cosa hanno discusso per il resto del tempo? Nessun’altra riunione fra i due è più durata tanto a lungo, neanche in seguito, ma di quella in particolare molto probabilmente non conosceremo mai i contenuti. Il motivo è semplice: non ci sono testimoni da parte americana, perché non ci sono stati addetti incaricati di prendere appunti e di farli circolare nell’amministrazione, né c’è stato un interprete americano che potesse controllare la fedeltà della traduzione dell’interprete russo. Per questi aspetti, quell’incontro rappresenta un’eccezione assoluta in decenni di storia diplomatica degli Stati Uniti.
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L’abbandono dell’Ucraina
Non un’eccezione per Witkoff, tuttavia: un mese dopo e poi di nuovo due mesi dopo l’emissario di Trump incontrerà ancora il presidente russo, di nuovo senza accompagnatori né interpreti del proprio Paese. Senza nessuno che possa riferire all’esterno. Non ho idea dei contenuti dei colloqui. Sappiamo solo che l’amministrazione americana da allora ha quasi completamente abbandonato l’Ucraina e Trump stesso, in modo sempre più aperto, sta prendendo le parti della Russia; siamo al punto che nel 2026 l’Ucraina ha fornito più armi agli Stati Uniti e ai loro alleati nel Golfo di quante gli Stati Uniti ne abbiano forniti all’Ucraina (queste ultime sono pari a zero).
Il modus operandi e gli affari con le criptovalute
Sappiamo anche che, poche settimane prima dell’incontro tra Putin e Witkoff al Cremlino, c’era stato un altro esempio del modus operandi dell’ambiente che oggi domina la Casa Bianca. Quattro giorni prima del giuramento per secondo mandato del presidente, le famiglie degli stessi Trump e Witkoff avevano raggiunto un accordo con un fondo d’investimento chiamato “Aryam Investment 1”, in cui investe il consigliere di sicurezza nazionale ed esponente della famiglia regnante degli Emirati Arabi Uniti Sheikh Tahnoon bin Zayed Al Nahyan. L’accordo vale mezzo miliardo di dollari e prevede che l’investitore di Abu Dhabi prenda una quota del 49% della World Liberty Financial, l’allora neonata società di criptovalute delle famiglie Trump e Witkoff.
Quel contratto non sarebbe mai stato reso noto, non lo avesse svelato il Wall Street Journal all’inizio di quest’anno. Ai Trump sono andati 187 milioni di dollari, ai Witkoff 31.
Sappiamo però che dopo quell’accordo gli Emirati Arabi Uniti hanno avuto il disco verde da Trump per la fornitura di 500 mila semiconduttori avanzati all’anno prodotti in America. Le restrizioni alle esportazioni che esistevano prima sono state ritirate.
Cosa concede Trump (in cambio di dollari)
La domanda non è dunque se Trump e le persone a lui legate si stiano arricchendo dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, perché è sotto gli occhi di tutti: il New York Times ha una stima di 1,4 miliardi di dollari dall’inizio della seconda presidenza. La domanda più seria è in cambio (eventualmente) di cosa la famiglia di Trump si stia arricchendo.
Essa va al cuore del paradosso dei nostri anni. Trenta o venti anni fa, le amministrazioni di Bill Clinton o di George W. Bush erano diverse per molti aspetti, ma unite su un punto: erano convinte di poter rendere i Paesi autocratici e corrotti dell’ex Unione sovietica o del Medio Oriente più democratici e trasparenti, simili cioè (in teoria) ai Paesi avanzati. Il contagio invece si sta realizzando in senso opposto: il potere del denaro delle autocrazie minaccia le democrazie e gli assetti internazionali, sia sul piano politico che dell’accesso alle risorse.
Il «Progetto Corvo»
Considerate il caso «Raven», un precursore che avrebbe dovuto far suonare dei campanelli d’allarme. Negli anni Dieci di questo secolo molte monarchie del Golfo covano un risentimento crescente nei confronti del Qatar, accusato di finanziare i terroristi di Al Qaeda, dell’Isis, di Hamas e di soffiare sul fuoco delle primavere arabe per rovesciare i governi dell’area in vista di un’ascesa dei Fratelli musulmani. Vista la vicinanza ideologica di stampo islamista, il Qatar è anche il petro-Stato arabo che mantiene i rapporti più stretti e cordiali con l’Iran, per tutto il decennio.
Il governo di Abu Dhabi lancia allora l’iniziativa più audace: assolda degli ex agenti della National Security Agency americana per un attacco cyber (chiamato «Progetto Raven», cioè progetto «Corvo»), che sottrae migliaia di documenti agli archivi digitali del governo di Doha. Negli anni seguenti vengono alla luce quelle che hanno l’aria di essere lettere del ministro delle Finanze o dell’ufficio del primo ministro del Qatar, recanti ordini di pagamento a influenti figure o organizzazioni dei Paesi democratici. Pubblica per la prima volta i documenti la piattaforma di notizie francese Blast.
Il flusso di denaro dal Qatar ai politici occidentali
A chi sono indirizzati questi apparenti ordini di pagamento? Una lettera del ministero delle Finanze di Doha, molto probabilmente dell’ottobre del 2011, reca un presunto ordine di pagamento a favore del filosofo e attivista francese Bernard-Henri Lévy. La somma che risulterebbe da bonificare è 40 milioni di riyal del Qatar, pari a poco più di nove milioni di euro. Va detto che non esiste alcun indizio che il filosofo francese abbia mai ricevuto quei fondi. Questo è il periodo durante il quale Bernard-Henri Lévy ha un ruolo molto attivo nel convincere il presidente francese Nicolas Sarkozy a intervenire militarmente in Libia a sostegno dell’insurrezione contro il colonnello Muammar Gheddafi. Anche il Qatar in quel momento vede di buon occhio il rovesciamento del dittatore secolarizzato di Tripoli, per favorire l’ascesa di un governo islamista dei Fratelli musulmani.
Blast si chiede se ci sia un legame fra la caduta di Gheddafi e il pagamento, che il documento pubblicato presenta come destinato a Bernard-Henri Lévy. Questi smentirà di aver avuto rapporti con il Qatar e querela i giornalisti di Blast per diffamazione, chiedendo danni per 100 mila euro e il ritiro dell’articolo. Risultato: i giudici francesi non si pronunciano sull’autenticità o meno della lettera, ma danno torto al filosofo francese in primo grado e in appello, osservando che l’inchiesta giornalistica è basata su verifiche scrupolose. Bernard-Henry Lévy rinuncia a ricorrere in cassazione, anche se continua a smentire l’intera vicenda.
Le lettere arabe
Escono anche altri documenti attribuiti al Qatar. Una lettera apparentemente del ministero dell’Economia di Doha del novembre 2009 sembra commissionare un pagamento per l’equivalente di sei milioni di euro a Carla Bruni-Sarkozy, moglie del presidente francese Nicolas Sarkozy. Un’altra probabilmente del dicembre 2010 fa lo stesso per 9 milioni di euro con Laurent Platini, figlio dell’ex campione Michel Platini e allora figura di vertice delle organizzazioni calcistiche internazionali (il Qatar in quella fase puntava a farsi assegnare i Mondiali del 2022). Un’altra lettera del gennaio 2018 sembra assegnare tre milioni di euro all’organizzazione non governativa Human Rights Watch (che quell’anno pubblica un rapporto sorprendentemente positivo sulla situazione relativa ai diritti umani nell’emirato).
Poi ci sono le lettere apparentemente riguardanti i leader. Alcune riguarderebbero lo stesso Sarkozy: un presunto ordine di pagamento da 15 milioni di euro della Qatar Sports Investments per il sostegno della candidatura ai Mondiali del 2022 e all’acquisizione del Paris Saint Germain; e due presunti ordini di versamento per un totale di 65 milioni di dollari, nel 2012 e nel 2018, a favore delle campagne elettorali del premier israeliano Benjamin Netanyahu. Il Qatar in quella fase e negli anni seguenti sta anche usando i suoi fondi nel Parlamento europeo, tra l’altro per cercare di fomentare l’opposizione di Bruxelles all’ascesa al vertice dell’Interpol di un esponente degli Emirati Arabi Uniti.
Mai nessuna prova, va detto, è emersa a conferma dell’autenticità dei documenti su Sarkozy e Netanyahu. Ma né l’uno, né l’altro hanno mai smentito ufficialmente o querelato i quotidiani che hanno riportato i contenuti delle lettere. Del resto tre stretti collaboratori di Netanyahu proprio in questa fase sono sotto inchiesta in Israele con l’accusa di aver ricevuto fondi proprio dal Qatar, prima e durante la guerra nata dal pogrom di Hamas del 7 ottobre 2023. Vari analisti pensano che Netanyahu fu totalmente sorpreso da quegli attacchi, perché riteneva di aver stabilito un solido rapporto con i finanziatori di Hamas all’interno del governo di Doha.
L’ingrediente del disordine
Molto ci sfugge. Ma gli indizi sparsi nel sistema internazionale puntano tutti nella stessa direzione: l’ascesa economica, politica o militare di governi autocratici, illiberali o personalistici sta rendendo le transazioni opache un ingrediente essenziale del caos di questi anni. È probabile che nessuna delle guerre di cui siamo circondati in Europa, nel Mediterraneo e nel Medio Oriente sia comprensibile fino in fondo senza vedere i flussi di contante, criptovaluta o i passaggi di fondi dai paradisi fiscali. La trasformazione dell’America sotto Trump non fa che accelerare questo fenomeno. Ma se ne sia una causa o solo l’ultimo sintomo lo scopriranno (forse) solo gli storici del secolo.
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16 marzo 2026 ( modifica il 16 marzo 2026 | 11:56)
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