Da giorni la guerra in Iran è nella sua fase «geo-economica»: i danni all’economia globale sono una componente essenziale nella strategia dei combattenti. Il blocco dello Stretto di Hormuz per impedire la navigazione commerciale – di navi superpetroliere e anche portacontainer – è decisivo nella controffensiva iraniana. 

Chi ci perde di più? Ed è possibile contrastarlo? A questa seconda domanda anticipo una risposta interessante che attinge alla storia: un intervento americano per sbloccare Hormuz accadde già nel 1987-88 quando era presidente il repubblicano Ronald Reagan.



















































Anzitutto bisogna intendersi sul termine «blocco». L’Iran non ha i mezzi militari per un vero blocco navale, la sua marina è stata distrutta, con delle eccezioni (soprattutto barche veloci senza pilota, l’equivalente navale dei droni). Può sì disseminare le acque di mine, però questo contrasterebbe con la promessa – fin qui mantenuta – di lasciare aperta la navigazione per un lungo elenco di paesi amici tra cui Cina e Russia. Una volta che le mine vagano in acqua, non puoi stabilire che esplodano solo a contatto con navi americane o israeliane.

Ma qui subentra la geoeconomia. La semplice minaccia iraniana di attacchi alle navi mercantili, basta a generare rialzi folli nelle polizze assicurative, e comportamenti a cascata da parte degli armatori che fermano i cargo. Per le conseguenze sui prezzi dell’energia l’effetto è molto simile a un embargo vero. I danni colpiscono paradossalmente poco gli Stati Uniti, in cima alle vittime dei rialzi energetici ci sono Cina, India, Giappone, Europa, Africa (e indirettamente alcuni produttori arabi nella misura in cui non riescano a rifornire i loro clienti). 

Ma come spiego più avanti tornando sul concetto di geoeconomia, gli iraniani calcolano che la pressione internazionale su Trump lo costringerà a cessare gli attacchi. Mentre Trump sta dicendo ai suoi alleati: quel petrolio lo comprate voi, tocca a voi difendere Hormuz.

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Ma se alla fine Trump dovesse decidere di occuparsene lui, perché solo l’America ha mezzi militari adeguati? In tal caso avrebbe un precedente utile: quando Reagan «liberò» Hormuz 39 anni fa.

Scrive Aaron MacLean su The Free Press: «La buona notizia per l’amministrazione americana è che lo Stretto può essere riaperto con mezzi militari. Il problema è che il ritorno sicuro del traffico civile in questo stretto braccio di mare difficilmente potrà cominciare prima di alcune settimane, nel migliore dei casi. Gli Stati Uniti e la loro marina si sono già trovati in una situazione simile. Nel 1987-88 l’amministrazione Reagan dovette affrontare gli sforzi iraniani per colpire il traffico marittimo nel Golfo Persico e per minare punti di passaggio vulnerabili come lo Stretto di Hormuz. 

In un’operazione durata un anno, chiamata Earnest Will (“Seria Volontà”), gli Stati Uniti organizzarono un vasto sistema di convogli navali per proteggere il traffico tra il Kuwait e il Golfo dell’Oman. Decine di grandi unità della marina americana erano coinvolte in ogni momento. Quando la fregata USS Samuel B. Roberts colpì una mina e rischiò di affondare mentre partecipava all’operazione, il presidente Ronald Reagan ordinò l’Operazione Praying Mantis, un attacco contro le forze navali iraniane che all’epoca apparve spettacolare, ma che a confronto con la campagna del 2026 sembra poco più di una prova generale. 

C’è però una differenza importante tra la fine degli anni Ottanta e oggi, che gioca a favore dell’Iran: gli strumenti della guerra asimmetrica si sono moltiplicati. Teheran dispone ancora dei vecchi strumenti, come le mine navali – che restano la minaccia più pericolosa per il traffico commerciale – i missili da crociera antinave e le motovedette veloci. 

Ma oggi la Repubblica islamica può impiegare anche droni aerei a basso costo (già utilizzati con efficacia contro altri obiettivi) e i cosiddetti USV, cioè veicoli di superficie senza equipaggio: vere e proprie barche kamikaze telecomandate, progettate per colpire le petroliere spendendo pochissimo. 

Proprio l’ampia disponibilità di questi strumenti è probabilmente la ragione principale per cui la marina americana sta per ora respingendo le richieste di scortare le navi attraverso lo Stretto. In questo momento è troppo pericoloso avvicinarsi a quelle acque ristrette, persino per piattaforme navali statunitensi dotate di sistemi di difesa avanzati. 

Se venisse presa la decisione di riaprire lo Stretto al traffico, l’operazione militare si articolerebbe in due fasi. Che gli Stati Uniti abbiano già preso questa decisione oppure no, in realtà ci troviamo già nella prima fase. Prima che possano iniziare le operazioni di scorta, gli arsenali iraniani di armi antinave devono essere ridotti a livelli gestibili attraverso una campagna aerea. 

Il presidente ha parlato più volte della necessità di colpire le mine e le imbarcazioni che le posano, e questo è un elemento essenziale del lavoro preparatorio. Ma non basta: occorrerebbe prendere di mira anche i depositi di droni, le barche-drone, i missili da crociera, i centri di comando e controllo delle unità che li lanciano, il personale coinvolto nelle operazioni, e così via. 

Tutti questi obiettivi dovrebbero essere colpiti ripetutamente, fino a renderli inutilizzabili nel combattimento. Solo quando si riterrà che le scorte iraniane di “uccisori di navi” siano state ridotte a un livello accettabile potrà cominciare la seconda fase: l’operazione di scorta vera e propria. 

Ma cosa significa “livello accettabile”? Se si tentasse di attraversare lo Stretto in questo momento, anche sotto la protezione della marina americana, gli iraniani potrebbero saturare i convogli con una quantità di missili e droni tale che, prima o poi, qualcosa riuscirebbe a passare. Potrebbero perfino colpire le stesse navi da guerra incaricate della protezione. 

Un fallimento di questo tipo minerebbe gravemente la fiducia nell’operazione e potrebbe far arretrare tutto il piano di settimane. La marina americana vorrà trovarsi in una situazione in cui la capacità iraniana di colpire sia stata ridotta al punto che i sistemi di intercettazione statunitensi possano gestire efficacemente le minacce in arrivo. L’intercettazione dei colpi in arrivo sarà solo una parte del problema tattico. 

La realtà militare più dura è che le navi scortate diventeranno di fatto un’esca mentre la marina americana e le forze iraniane si scontreranno intorno a loro. Come una madre anatra seguita dai suoi piccoli, le navi da guerra e il traffico commerciale attraverseranno lo Stretto sotto strati di copertura aerea e sotto una sorveglianza costante di droni che monitoreranno la costa iraniana. 

Ogni volta che le forze iraniane emergeranno per tentare un attacco, di qualsiasi tipo, i militari americani cercheranno di neutralizzare immediatamente chi sta sparando. E se le tecnologie militari contemporanee hanno ampliato il ventaglio degli strumenti offensivi a disposizione dell’Iran, la possibilità di mantenere una sorveglianza permanente con droni – continua, capillare e relativamente economica – rappresenta un vantaggio significativo per gli Stati Uniti, che non esisteva ai tempi dell’operazione Earnest Will. 

Potrebbero passare diverse settimane prima che le operazioni di scorta nel Golfo abbiano inizio, e una volta avviate potrebbero continuare a tempo indeterminato, con costi considerevoli. Questo costo dovrà essere confrontato con il danno economico e il rischio politico derivanti da uno Stretto che resti chiuso. L’amministrazione Trump dovrà anche preparare l’opinione pubblica americana alla prospettiva di un’operazione militare potenzialmente lunga. 

È difficile immaginare che l’operazione Epic Fury possa proseguire per tutta l’estate con l’intensità attuale. Tuttavia, se il regime iraniano dovesse rimanere al potere, la campagna militare iniziata alla fine di febbraio potrebbe avere una coda molto lunga». (fine della citazione di Aaron MacLean)

A questa analisi aggiungo la questione dei Marines mobilitati per operazioni di commandos terrestri. Potrebbero servire a occupare, per «bonificarle», quelle zone di costa terrestre iraniana vicine a Hormuz da cui possono partire lanci di droni e altri attacchi contro le navi.

Studiare la geoeconomia per capire la guerra. Oggi il calcolo geoeconomico dei due avversari è abbastanza chiaro. Trump pensa che la superiorità degli Stati Uniti, non solo in campo bellico ma anche per l’autosufficienza energetica, gli consente di piegare l’Iran senza pagare un costo eccessivo. Il regime degli ayatollah è consapevole di questa forza americana ma vede altre debolezze: prima di tutto gli alleati arabi degli Stati Uniti, nel Golfo e anche altrove, possono essere costretti a pagare dei prezzi altissimi, forse per loro insopportabili in termini economici

Questo può indurre Arabia saudita, Emirati, Kuwait, Bahrein, a esercitare forti pressioni su Trump. E sono tutti paesi che hanno legami molto forti con l’America, nonché con Trump personalmente. Lo stesso discorso vale per gli europei, anche se forse la loro influenza su questa Amministrazione è modesta rispetto a quella delle potenze arabe del Golfo. 

Infine gli alleati in Estremo Oriente cioè Giappone, Corea del Sud, sono anch’essi vulnerabili. La Cina pure, e a fine mese Trump va in visita da Xi Jinping a Pechino, un summit che vorrebbe condurre a buon fine per rilanciare un’era di relazioni se non proprio amichevoli quantomeno normali. 

Tutti gli attori che ho appena elencato sono molto più deboli e vulnerabili dell’America sotto il profilo energetico (oppure, nel caso degli arabi, finanziario e anche di sicurezza). Il calcolo iraniano è questo: non possiamo sconfiggere l’America né sul piano militare né su quello energetico, però possiamo imporre a tutti i suoi alleati dei costi così elevati che saranno loro a convincere Trump alla ritirata. Siamo dunque di fronte a due strategie geoeconomiche. Una delle due evidentemente sbaglia i suoi calcoli e le sue previsioni, vedremo quale.

16 marzo 2026, 16:01 – modifica il 16 marzo 2026 | 17:23