di
Sofia Francioni

Con il suo studio di Moncalieri ha lavorato nella Basilica Mauriziana e sulla facciata di Santa Cristina in piazza San Carlo: «In prima media avevo già provato tutto: dai pastelli a cera ai colori per ceramica»

Riportare un’opera a originario splendore. Che si tratti dell’affresco di Corrado Giaquinto nella chiesa di Santa Teresa in piazza San Carlo. O della statua risalente all’epoca romana di Attis Tristis. Alina Pastorini, 63 anni, langarola la mamma e astigiano il papà, è una restauratrice di beni culturali e di opere d’arte, riconosciuta dal ministero. Dall’epoca egizia a quella contemporanea, in quarant’anni di attività «ho avuto il privilegio di confrontarmi con maestri come lo scultore Gilberto Zorio, il pittore Antonio Carena, lo scultore Luigi Mainolfi. Ho restaurato dipinti su tela, sculture, mosaici, edifici civili e religiose, toccando un ampio ventaglio di epoche». Diplomata al Liceo Artistico Renato Cottini di Torino, in cinque anni ha sperimentato tutte le tecniche pittoriche, dall’affresco al disegno e i materiali dell’arte, anche i più innovativi. 

Il restauro, tra emozione e paura

«L’emozione più grande che provo ogni volta che devo restaurare un’opera è la paura. Dopo tanti anni, la domanda è sempre la stessa: ce la farò? L’impegno a superarsi è quello che ho imparato dal mio mestiere, ed è ciò che cerco di passare ai miei studenti». Non è stata una strada in discesa, dopo gli studi presso l’alta formazione nel restauro di Botticino, oggi lo studio «Restauro di opere d’arte Alina Pastorini» con sede a Moncalieri conta un gruppo di cinque restauratori. «Anche se i professionisti con cui facciamo squadra sono molti di più: architetti, chimici, diagnostici». Tra i cantieri recenti, il restauro della Basilica Mauriziana su via Milano, nel cuore del quadrilatero romano a Torino (ancora da inaugurare); e la facciata di Santa Cristina in piazza San Carlo. Tra le committenze: parrocchie, privati, fondazioni, incarichi ministeriali. 



















































«Devi parlare con l’opera»

«Ho sempre avuto un rapporto naturale con l’arte. Era il mio gioco, la mia passione, il mio amore. Alle elementari non vedevo l’ora di tornare a casa per cominciare a disegnare, a dipingere, con qualunque materiale. Mio papà non mi ha mai fatto mancare niente ed entro la prima media avevo già provato tutto: dai pastelli a cera ai colori per la ceramica. Ero una fucina». Formatrice per il restauro per la Regione Piemonte, crede in un «restauro empatico». «Al di là della tecnica, prima di tutto è importante capire l’opera: entrarci in rapporto. Ogni dipinto, ogni affresco, ha un’anima fatta dalle impronte dell’artista che l’ha creata e da quelle del tempo. Mani che vanno individuate e rispettate con attenzione»


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16 marzo 2026