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Sono decisamente passati i tempi in cui Achille Lauro era considerato un po’ l’anticristo. Almeno dal tribunale più generalista e bigotto del Paese, s’intende: quei telespettatori che dal divano, un tempo, lo bollavano come icona di sregolatezza e oggi, invece, lo cercano alla radio. A raccontare il ribaltamento d’immagine del cantautore romano, basta l’ultimo trend esploso su TikTok nelle settimane di Sanremo: è intitolato, appunto, all’improvvisa “passione delle mamme per Achille Lauro”. E certifica, nei fatti, quella che è da considerarsi la trasformazione definitiva del re dei trasformisti: da “figura controversa” a “patrimonio nazional-popolare”.
Se oggi non avete sentito “16 marzo”, forse vivete su Marte
Negli ultimi anni Lauro è infatti diventato l’unico giovane cantautore capace di riuscire nell’impresa più ardua di questi tempi: entrare nell’Olimpo del nazional-popolare, rendendosi comprensibile (e appetibile) a tutti. In un’epoca in cui l’immaginario musicale – e non solo musicale – è iper-frammentato, e ognuno vive nel proprio micro-pubblico, Lauro De Mariniis, classe 1990, è riuscito ad allargare un seguito nato tra i coetanei fino a renderlo trasversale per età; e soprattutto a mantenerlo nel tempo, massimizzando i benefici del ponte generazionale di Sanremo. Ce ne accorgiamo proprio oggi, lunedì 16 marzo, mentre la sua “16 marzo” – tra i brani più noti – funziona ormai come un appuntamento collettivo: suona su Spotify, habitat della Gen Z; imperversa nelle storie Instagram dei Millennials; e passa in radio, patria della Gen X. Insomma: se non vi è capitato di sentirla, probabilmente vivete su Marte.
Ecco perché, quando si parla di “nazional-popolare” negli ultimi anni, alla fine l’unico nome possibile è solo il suo. Certo, a dire la verità, un altro ce n’è: Ultimo. Con la differenza che però Ultimo è incredibilmente polarizzante: o lo ami o lo odi. Lauro, invece, no. O comunque non più: ormai è ben accolto. E su tutti i fronti: viene scelto da Motorola per campagne pubblicitarie pensate per i ventenni; porta in dote quei trentenni per cui la sua “Thoiry” è stata un manifesto generazionale e futurista; e, al tempo stesso, arriva alle orecchie del pubblico agè firmando – persino! – la sigla dell’antichissima “Domenica In”. Insomma: è compiutamente, deliziosamente generalista, come non se ne vedevano da tempo. Il merito – direbbe forse lui – sta anzitutto nella libertà con cui ha attraversato i generi musicali senza precludersi niente, schivando l’appiattimento delle etichette. Ma c’entra anche un abile lavoro di posizionamento, fatto di discese ardite e risalite.
@edoardozaggia non si sono ancora riprese da ieri sera 😎✨ #Sanremo ♬ audio originale – Edoardo Zaggia
Dalla “trap” a Domenica In
Lauro, da “figura polarizzante”, aveva infatti cominciato la sua carriera; poi però ha smesso. Erano i tempi del primo Sanremo 2019, quelli in cui “Striscia la notizia” gli criticava alcuni testi in cui alludeva alla droga e ad altri eccessi: la tradizionale “epica” neorealista di ogni giovane trapper, insomma, da cui però avrebbe presto preso le distanze. E ancora: sguardi un po’ circospetti – laddove più conservatori – hanno accompagnato l’“era delle performance sanremesi”, quell’esplosione di istrionismo in cui mischiava rossetti e fluidità di genere, David Bowie e Giotto, cultura e messaggi sociali; un periodo di “scandalo controllato”, perfetto per i Sanremo arcobaleno della Rai dell’epoca ma non ancora digerito da tutti.
Eppure, intanto, nonostante il dibattito tra promotori e detrattori, Lauro diventava di fatto l’unico artista capace di trasformare, nell’ultimo decennio, le sue performance sanremesi in un appuntamento collettivo d’attesa: basti pensare all’iconica tutina trasparente di “Me ne frego”, inserita a tutti gli effetti nello stesso albo dei look di Anna Oxa, che ci costringeva a domandare quale colpo di testa avrebbe proposto alla sera dopo. E una cosa, insomma, pareva certa già all’epoca: questo Lauro, che sul palco fondeva musica, versetti evangelici e storia dell’arte e, nelle interviste, citava Vasco Rossi e Kurt Cobain, Elvis Presley e Jimi Hendrix, mostrava i muscoli di chi ne sapeva un po’ di più degli altri: la personalità di un fenomeno destinato a durare più di un fuoco di paglia.
Se Ultimo parla agli ultimi, Lauro parla ai Comuni mortali
Poi, la maturazione – dell’età anagrafica e della sua musica – ha fatto il resto. Ed è arrivata anche una “normalizzazione” della sua figura. Amore e odio, follia e ragione sono oggi i fili conduttori dei concerti: temi d’amore e di vita, trattati, insomma, con uno stile ben più tradizionale di prima, ma sempre memori del progressismo vissuto negli anni passati. Nelle ultime canzoni, tra “serenate a Trastevere” e “amore come pioggia sopra a Villa Borghese”, c’è il romanticismo del pop più tradizionale, che però non dimentica quel modello di mascolinità nuova e vulnerabile decantata per anni. E così, proprio mentre sembra d’altri tempi, Lauro resta un modello del contemporaneo: ai tatuaggi in faccia, mixa l’estetica retrò degli abiti sartoriali Gucci. Ed è proprio questa miscela – il sentimento più classico e l’immaginario più spigoloso – a spiegare la sua trasversalità attuale (e a far sospirare le donne di ogni età….).
Se insomma Ultimo parla agli ultimi, oggi Lauro parla ai “Comuni mortali” (come da titolo del suo ultimo album) di svariate età, over compresi. E raggiunge un “generalismo” tale da diventare volto perfetto dello spot McDonald. E tale da poter essere ospite d’eccezione delle trasmissioni “senior” della domenica pomeriggio (a “zia Mara Venier” brillano gli occhi quando lo invita in studio e trascorrono 24 minuti a parlare delle loro mamme). “Gli angioletti Thun e Achille Lauro sono lo starter pack di mia zia”, scherza una ragazza su Twitter.
Nella sua esuberanza di genere e di generi, Lauro prima o poi piace a tutti
Insomma, il fatto è che prima o poi Lauro piace – o è piaciuto – un po’ a tutti, nella sua esuberanza di genere e di generi. Prima o poi, ha incontrato i gusti della maggior parte di noi. Forse perché, in questi tempi di musica di plastica, la sua viscerale necessità di spaziare tra gli stili – dalla trap cruda degli esordi alle sonorità pop rock fino alle ballate malinconiche di presa più larga – arriva come una esigenza onesta. Intervistato su TikTok, Riccardo Cocciante dice di lui: “Trovo sincero il suo modo di cantare”. E Lauro stesso, di sé, conferma: “Tra Rolls Royce e Amore disperato è cambiato il sound, chi sono io, ma il filo conduttore c’è ed è la libertà estrema: ho sempre cercato l’originalità. Anche nel mondo urban io ero visto dai puristi come un outsider, perché facevo come mi pareva: avevo fatto un pezzo solo piano e voce, per loro una follia…”. E così ha costruito un repertorio vario, capace di farlo sembrare a fuoco tanto in un twist quanto in un contesto istituzionale come è stato l’omaggio alle vittime di Crans Montana, in occasione dell’ultimo Sanremo (tre mesi fa Erica Barosi, mamma di Achille Barosi, aveva scelto proprio “Perdutamente”, tra i suoi brani più belli, per salutare la bara del figlio).
Il legame a doppio filo con la tv
Il punto è poi, ovviamente, anche questo: il legame a doppio filo con la televisione, vero acceleratore della sua trasformazione in figura compiutamente generalista. Prima ancora che Sanremo diventasse la sua casa naturale (la sua è una carriera ormai cucita a doppio filo con l’Ariston, palco che ha calcato sei volte in sette anni), la tv aveva già fiutato il personaggio, coinvolgendolo in un’edizione Rai di “Pechino Express”, nel 2017. Poi, nell’ultimo paio d’anni, l’approdo a “X Factor”, arrivato nel momento giusto: quello che lo ha rimesso stabilmente al centro dopo una fase più opaca, intorno al 2022. E in effetti la sua forza, oggi, sta soprattutto qui: nell’aver trasformato il personaggio in una macchina creativa controllata. Tanto che nelle interviste dice di lavorare in modo folle, maniacale, ossessivo, dormendo poche ore a notte. Perché, anche quando sembrava un enfant terrible, Lauro era in realtà già imprenditore di sé stesso. E la parola “trasgressivo” – ripete – non gli è mai piaciuta: preferisce “artista”. A conti fatti, la sua forza.
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