di
Andrea Nicastro
Continua il bombardamento di Beirut e delle roccaforti del «Partito di Dio». Detriti sul settore italiano della base Unifil. I droni iraniani colpiscono un aeroporto negli Emirati. Cinque componenti del G7, inclusa Roma: serve una soluzione negoziata
DAL NOSTRO INVIATO
GERUSALEMME – Non è ancora un’invasione. Assomiglia più a un sondaggio. Le truppe israeliane entrano in Libano, prendono una collina, avanzano in un boschetto. Se incontrano resistenza si ritirano. Altrimenti consolidano la posizione. La fanteria cammina spesso a una distanza di almeno due chilometri dal tank. Più vicini al carro armato viaggiano blindati leggeri in parallelo a destra e a sinistra, cercando di creare un corridoio sicuro per il capo branco che è il carro armato. Il cannone del mezzo pesante copre con la sua potenza tutti gli angoli dello schieramento e interviene a distruggere ogni minaccia percepita dagli esploratori. I fanti danno il puntamento via radio, l’artigliere inserisce le coordinate e il fusto del cannone si muove in automatico calcolando quello che una volta si faceva mettendosi un dito in bocca o strizzando un occhio: velocità del vento, alzo, potenza. Non bastasse il tank, potrebbe intervenire l’artiglieria pesante appostata alle spalle, gli elicotteri d’attacco, i droni, i caccia o addirittura le navi al largo.
Il problema per Israele è che il Sud del Libano è come una grande Gaza, traforata di tunnel, zeppa di depositi d’armi con combattenti motivati a difendere la loro terra e addestrati in guerre vere, non solo contro Israele, ma anche contro i terroristi dello Stato Islamico in Siria e Iraq. Sotto ogni roccia potrebbe esserci un miliziano di Hezbollah, il Partito di Dio filoiraniano, armato con un razzo anti carro o un drone. Nella nebbia di guerra, attraverso la censura militare, sono filtrate notizie e qualche clip di carri armati Merkava danneggiati che tornavano alla base sopra un carro attrezzi come una qualsiasi auto in panne. Almeno 4 in queste due settimane abbondanti di guerra. Solo che il Merkava non è un’utilitaria, ma un mostro da 4 milioni di euro, con difese attive, intercettori, speciali corazzature, uno stormo di droni che perlustrano l’area e uno elmetto che consente una visione a 360 gradi grazie all’Intelligenza Artificiale. C’è tanta elettronica nei tank moderni e ce n’è ancora di più nei Merkava. Eppure, un lanciarazzi Kornet da 25 mila euro sparato da vicino saltando fuori da un tunnel, riesce ancora a fare il suo lavoro. Il ricordo della ritirata del 2006 rende l’Idf, le Forze di difesa israeliane, molto caute nel procedere.
Centomila soldati dell’Idf sono al confine, pronti a invadere. Intanto l’aviazione continua il martellamento di Beirut. Il quartiere-roccaforte di Hezbollah è svuotato dei suoi 800 mila abitanti, ma nella guerra moderna le macerie servono da trincea e i miliziani del Partito di Dio mantengono il controllo dell’area. Sorvegliano depositi d’armi che solo loro sanno dove sono. Tutta la capitale libanese è scossa delle esplosioni.
Se non riesce subito a uccidere tutti i miliziani, Israele spera che a farlo siano i libanesi non affiliati a Hezbollah. «Se il Libano viene distrutto è colpa del Partito di Dio» ripetono i media israeliani. «Disarmate i terroristi oppure attaccheremo fino a che non li avremo estirpati». «I profughi non torneranno a casa se Hezbollah tiene le armi». Il ministro della Difesa Israel Katz è stato esplicito: «Il Libano subirà una perdita territoriale se la milizia non si arrende». L’intenzione è di trasformare l’intera fascia di frontiera sino al fiume Litani in un’area inabitabile per farne un cuscinetto a protezione del Nord di Israele. Sarebbe un’amputazione di circa il 5% della superficie nazionale.
Già 850 i morti in questo quadrante di guerra preventiva israelo-americana contro l’asse sciita formato dagli ayatollah iraniani e dagli Hezbollah libanesi. Almeno 100 i bambini e oltre 60 le donne. Secondo il capo di stato maggiore israeliano Eyal Zamir 400 sono gli operativi di Hezbollah eliminati. In Iran le vittime sono oltre 1.300, in Israele 12, tra i soldati Usa 13.
I lanci combinati di missili e droni da parte di Iran e Hezbollah stanno diminuendo. È solo una statistica, ma avvalora la tesi delle potenze attaccanti che il deterioramento dei due apparati militari sta avendo successo. Gli attacchi fanno ancora troppo male, però, per permettere ad Israele e agli Stati del Golfo di ricominciare a vivere. Ieri frammenti di un missile sono caduti sul tetto di una chiesa di Gerusalemme a due passi dal Santo Sepolcro. Due droni di Teheran hanno colpito ancora l’aeroporto di Dubai. Pochi danni, ma sufficienti per fermare l’intera economia. A Teheran potrebbe bastare. Tutti negano che sia arrivato il tempo di negoziare. Secondo il sito americano Axios, però, si è riaperto un canale di comunicazione tra l’inviato statunitense Steve Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi.
16 marzo 2026
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