Il punto della situazione, ad ora 

(Luca Angelini) «L’Europa non fa parte di questa guerra. Non abbiamo iniziato noi questa guerra e gli obiettivi politici non sono chiari».

Le parole dette ieri da Kaja Kallas, Alta rappresentante per la politica estera Ue, sul conflitto in Iran, sono già piuttosto chiare. Forse, però, ce ne sono di ancora più stringate ed efficaci per riassumere come è stato interpretato, in Europa ma non solo, l’appello del presidente americano a un gruppo di Paesi (la coalizione dei non volenterosi, qualcuno l’ha subito ribattezzata) perché diano una mano agli Stati Uniti per riaprire al traffico navale lo Stretto di Hormuz. Sono quelle della vignetta dedicata da Ellekappa a un Donald Trump furioso:

«Guardate che casino ho combinato! Adesso venite tutti qui e rimettete subito a posto!».

L’ambasciatore Stefano Stefanini, sul sito dell’Ispi, ribadisce il concetto con maggiore ampiezza ma non minore asprezza: «Da vecchio affarista di dubbia fama, Donald Trump sa cosa fare nei fallimenti: coinvolgervi altri. La logica non fa una grinza. La chiusura di Hormuz vi sta danneggiando? Lasciamo perdere chi o cosa l’abbia causata – la guerra iniziata da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio. Lasciamo perdere la prevedibilità della risposta iraniana su Hormuz – tutti gli analisti l’avevano anticipata. Se vi sta danneggiando dovete darci una mano a riaprire la navigazione nello Stretto». E se non lo fate? «Ci sarà un futuro molto brutto per la Nato», come Trump si è premurato di dire a Edward Luce del Financial Times.

Non si può certo escludere – anzi – che la mancata risposta all’appello (si sono già sfilati Germania, Francia, Regno Unito, il nostro governo, il Giappone e la Cina) sarà fatta pagare da Trump sul fronte ucraino. Tagliando le forniture militari, pur pagate dagli europei, e magari togliendo altre sanzioni alla Russia, in particolare sulla vendita di petrolio. Del resto, ha detto Trump al FT, gli Stati Uniti non erano «obbligati» a sostenere la Nato sull’Ucraina, che è «a migliaia di chilometri da noi… Ma li abbiamo aiutati. Ora vedremo se loro aiuteranno noi».

Un osservatore terzo concluderebbe, con tutta probabilità, che Trump raccoglie quel che ha seminato: se inizi una guerra avvisando gli alleati soltanto a bombardamenti in corso, esibisci raid e affondamenti come scene da videogame con macarena di sottofondo, fai un favore economico enorme al peggior nemico dei tuoi amici, proclami tronfio d’aver distrutto tutto quel che c’era da distruggere però, alla fine, chiedi una mano perché le cose non stanno andando come pensavi (e vantavi), ci sta che ti rispondano picche. Avevamo come il sospetto, però, che il diretto interessato non avrebbe ammesso di essersela un poco cercata, ma se la sarebbe invece presa con l’ingratitudine altrui. E, infatti: «Ho sempre pensato che questa fosse una debolezza della Nato. Noi li proteggiamo. Ma ho sempre detto che, quando avremo bisogno di aiuto, loro (gli alleati degli Usa, ndr) non ci proteggeranno» (dimenticando, di nuovo, le centinaia di soldati alleati morti in conflitti e missioni a fianco degli Usa).

Edward Luce ha spiegato in un video di aver avuto la netta sensazione, parlandoci al telefono, che il presidente americano fosse preoccupato sul serio di come le cose stanno andando nel conflitto con l’Iran (nella notte è stata colpita anche l’ambasciata americana a Bagdad). E aveva anche anticipato che, se avesse chiesto di rinviare di alcune settimane il summit di fine mese con Xi Jinping (come puntualmente avvenuto qualche ora dopo), il segnale di difficoltà sarebbe stato ancora più chiaro. Trump, però, nelle dichiarazioni pubbliche è tornato ad ostentare baldanza: ha detto di aver chiesto aiuto «non perché abbiamo bisogno di loro, ma perché voglio vedere come reagiscono. (…) Abbiamo costruito il più grande esercito del mondo e proteggiamo le persone. (…) Se avessimo bisogno delle loro navi posamine o di qualsiasi altra cosa, di qualsiasi mezzo che potrebbero avere a causa di una situazione in cui si trovano, dovrebbero venire subito ad aiutarci perché noi li abbiamo aiutati per anni».

Come scrive, però, Francesca Basso da Bruxelles, «ci sono timori che sono più forti di certe minacce». E l’opinione prevalente in Europa, almeno al momento, è che sia meglio rischiare ritorsioni americane che entrare in una guerra mai voluta e sempre temuta. Per questo, scrive ancora Basso, «le minacce del presidente Usa Donald Trump questa volta non hanno funzionato, come del resto non avevano funzionato quando a rischio c’era la sovranità della Groenlandia».
Se, Spagna a parte, finora nessuno Paese se l’era sentita di criticare apertamente la guerra all’Iran di Stati Uniti e Israele, pur rilevando che essa scavalcava (o calpestava) il diritto internazionale, ieri è stata quasi una gara a chiarire di non voler essere coinvolti. Tra i più netti, il cancelliere tedesco Friedrich Merz: «È sempre stato chiaro che questa guerra non è una questione della Nato, non c’è mai stata una decisione comune su se iniziare o meno questa guerra» e «per questo non si pone nemmeno la questione di come la Germania potrebbe essere coinvolta militarmente. Non lo saremo». Il suo ministro della Difesa, il socialdemocratico Boris Pistorius, non si è trattenuto dall’aggiungere un pizzico di sarcasmo: «Cosa si aspetta Trump che facciano una manciata di fregate europee che la potente US Navy non è in grado di fare? Non è la nostra guerra, non l’abbiamo iniziata noi».

Alessandra Muglia e Guido Olimpio spiegano in dettaglio perché sia complicato estendere allo Stretto di Hormuz l’operazione Aspides, lanciata nel febbraio 2024 dalla Ue per proteggere i mercantili dagli attacchi Houthi nel Mar Rosso e perché sia tanto difficile e rischioso tenere aperto lo Stretto: «Gli iraniani, per ora, sono nelle condizioni di decidere chi può passare indenne. Non servono armi rivoluzionarie per ostacolare il transito in un corridoio angusto in termini geografici e militari. Droni, mine, missili, razzi ma anche azioni di barchini sono sufficienti a creare un imbuto. Basta, in certi casi, la minaccia».

Per scelta o per necessità, Donald Trump, segnala la corrispondente dagli Usa Viviana Mazza, «non ha mostrato fretta di chiudere la guerra. Ha raccontato che un ex presidente gli ha confessato di essersi pentito di non aver attaccato l’Iran», senza però farne il nome. (In compenso avrebbe riaperto il dossier Cuba: secondo il New York Times, nei colloqui in corso, Washington avrebbe fatto sapere a L’Avana che il presidente Miguel Díaz-Canel deve lasciare l’incarico).
La posizione dell’Italia

La posizione del governo italiano, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ieri a Bruxelles, l’ha spiegata così: «La decisione è che le missioni Atlanta e Aspides rimangono con il mandato che hanno. L’auspicio è che si possa rinforzare la presenza di navi militari nel Mar Rosso per aumentare il numero delle fregate che sono già impegnate per garantire la sicurezza del trasporto marittimo attraverso Suez e il Mar Rosso. Senza però cambiare il mandato, quindi senza andare a Hormuz per svolgere operazioni di accompagnamento di petroliere che devono attraversare lo Stretto». Insomma, «la missione rimane quella che è», con buona pace di Trump, perché «non possiamo infilarci nella guerra». Piuttosto, la sicurezza nello Stretto di Hormuz si deve garantire «attraverso un rafforzamento del dialogo. Bisogna fare tutto ciò che è possibile perché si possa parlare tra americani e iraniani per trovare un accordo che garantisca la libertà di navigazione».

In serata, ospite a Quarta Repubblica, su Rete 4, la premier Giorgia Meloni ha ribadito la linea: «Per ora possiamo rafforzare Aspides, la nostra missione europea sul Mar Rosso». Ma niente estensione allo Stretto di Hormuz: «In questo caso è più difficile, intervenire significherebbe fare un passo in avanti per un coinvolgimento che non vogliamo».

Il governo ha anche firmato una dichiarazione congiunta con Francia, Germania, Canada e Regno Unito che riguarda il «fronte libanese». Se, da una parte, si invita Hezbollah a cessare gli attacchi contro il territorio israeliano, dall’altra è molto esplicita nell’inviare un messaggio a Israele: «Una significativa offensiva terrestre israeliana avrebbe conseguenze umanitarie devastanti e potrebbe portare a un conflitto prolungato. Deve essere evitata. La situazione umanitaria in Libano, compreso il continuo sfollamento di massa, è già profondamente allarmante». «Ribadiamo il nostro appello — sottoscrive anche Meloni — affinché tutte le parti attuino pienamente la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e sosteniamo gli sforzi del governo libanese volti a disarmare Hezbollah, a vietarne le attività militari».

Da Gerusalemme, l’inviato Andrea Nicastro scrive che, al momento, quella in corso «non è ancora un’invasione. Assomiglia più a un sondaggio. Le truppe israeliane entrano in Libano, prendono una collina, avanzano in un boschetto. Se incontrano resistenza si ritirano. Altrimenti consolidano la posizione. La fanteria cammina spesso a una distanza di almeno due chilometri dal tank. Più vicini al carro armato viaggiano blindati leggeri in parallelo a destra e a sinistra, cercando di creare un corridoio sicuro per il capo branco che è il carro armato. Il problema per Israele è che il Sud del Libano è come una grande Gaza, traforata di tunnel, zeppa di depositi d’armi con combattenti motivati a difendere la loro terra e addestrati in guerre vere, non solo contro Israele, ma anche contro i terroristi dello Stato Islamico in Siria e Iraq. Sotto ogni roccia potrebbe esserci un miliziano di Hezbollah, il Partito di Dio filoiraniano, armato con un razzo anti carro o un drone».

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