di
Anna Gandolfi
L’attore è a Busto Arsizio con «Buongiorno ministro!» e racconta il suo rapporto con la politica: «Per 20 anni non ho votato e ora sono pentito». La vita a Luino e la fuga da Milano: «Non respiravo più. Per le prime serate al Derby ci pagavano l’equivalente di 7 euro»
Per Enzo Iacchetti ci sono un prima e un dopo. Anno spartiacque: 1979, quello dell’arrivo al Derby (locale pioniere, serate by night in via Monte Rosa, gran cantera di comici). Dopo è storia che conosciamo: una carriera tra teatri e televisione lunga più di quarant’anni. Prima riserva sorprese. Ad esempio l’arrembaggio ai banchi del Consiglio comunale di Maccagno sotto la bandiera del Pci. «È vero: con 150 preferenze ho centrato l’elezione. Opposizione frizzantina. Ai comizi non veniva mai nessuno, in piazza gli anziani sbadigliavano. Io facevo il sovversivo ma intanto speravo che non passasse mio papà che era della Dc». L’approdo di Busto Arsizio del suo spettacolo, «Buongiorno, ministro», è occasione per rivangare un po’ di questo prima, che affonda le radici in provincia.
Busto Arsizio, la sua terra.
«Tengo tantissimo a questa data: il Teatro sociale ha una nuova gestione, questi teatri di provincia vanno aiutati. Io stesso sono uomo di provincia e non ho mai smesso di esserlo anche nei 40 anni in cui ho vissuto a Milano: appena avevo due ore me ne andavo dalla città».
Anagrafica: Iacchetti è nato nel 1952 a Castelleone nel Cremonese e cresciuto a Maccagno nel Varesotto.
«Lago e campagna. A Maccagno sono arrivato a quattro anni e mezzo, ci siamo trasferiti per via del lavoro di mio padre Antonio. Resto poliglotta: il dialetto cremonese lo uso tuttora con i miei parenti di là».
Della vita a Milano parla al passato. Non ci abita più.
«Sono arrivato nel 1979 e sono scappato dopo il Covid: sentivo di non respirare più bene. È saltata fuori un’occasione sopra Luino, una bella casetta nei boschi. Mi sono trasferito vicino ai miei compagni delle elementari».
Vive da solo?
«Con il mio cagnetto. Preferisco fare un’ora e mezza di auto in più per lavorare, ma stare qui e dividere il tempo con i miei affetti. A 73 anni sono diventato nonno di Penelope. Poi, certo, Milano l’ho tanto amata: lì ho iniziato a lavorare e negli anni Duemila, con il successo, messo via qualche soldo, ho anche comprato una casa».
La sua carriera inizia al Derby di via Monte Rosa.
«Ho passato un provino e iniziato a esibirmi. Il primo appartamento milanese – ero già sposato, a lungo ho fatto avanti e indietro – era un bilocale con un bagno piccolissimo, un lettone e tre materassini in zona Cinque Giornate: l’aveva preso in affitto Giobbe Covatta, che arrivava da Napoli. Lui non sapeva bene come girarsi e noi gli abbiamo detto: veniamo da te, dividiamo le spese. Ed eccoci, in cinque in quel buchetto: io, Giobbe, qualche volta Giorgio Faletti, Mariolino e Veronica del duo di Novara. Soldi ce n’erano pochi: al Derby prendevi 12-13 mila lire a serata, i 7 euro di oggi».
Ci dica dei coinquilini.
«Giorgio era il più figo, era arrivato a Milano prima, faceva tanto e tutto bene. Giobbe – che si svegliava sempre tardissimo e qualche volta bisognava scavalcarlo fisicamente in quella stanza dove abitavamo tutti – era lo chef senza grandi ingredienti, appunto di soldi non ne avevamo. Per rimediare facevo incursioni a casa dai parenti e tornavo con svariati etti di prosciutto crudo».
Prima del Derby c’è stato l’oratorio.
«Il mio primo palco, la parrocchia di Maccagno. L’Antonio, mio papà, aveva capito che con la musica e lo spettacolo facevo sul serio, allora mi aveva regalato una chitarra: era brutta, così brutta, trovata in qualche cantina, che inizialmente pensavo mi avrebbe passato qualche malattia. Era una specie di dichiarazione di papà: Enzino, suona ma resta con i piedi per terra. Ho iniziato a esibirmi in oratorio e lui non è mai venuto: mi voleva ragioniere».
In effetti si è iscritto a ragioneria.
«Mi sono diplomato con il minimo dei voti. L’esame l’ho fatto con la chitarra, portando la storia del cabaret francese. I prof mi hanno ascoltato volentieri però sapevano che nel resto delle materie facevo pena. Il ragioniere l’ho pure fatto, per due o tre anni. In un’agenzia di viaggi di Lugano ero il ragioniere-frontaliere. Controllavo i conti e mi annoiavo come una bestia».
Poi si è dedicato ad altro. Porta ora a teatro «Buongiorno, ministro», anche se per il ministro in questione la giornata non è esattamente buona.
«Un ministro dell’Economia, prende una casa in regalo e viene beccato. Si dimette. Vuol pure farla finita. Poi citofona una rappresentante di prodotti per caldaie. Non spoilero altro».
Esiste un alter ego reale del suo protagonista?
«È un gran cattolico, molto devoto. Lo vedo forzista…».
È vero che Iacchetti è stato anche consigliere comunale?
«Diciannovenne, a Maccagno. Eletto nel 1971 col Partito comunista: seggio centrato con 150 preferenze».
Opposizione o maggioranza?
«Chiaramente opposizione. In paese, poco più di mille anime, si fronteggiavano sempre due liste: una della Dc e una dei Comunisti. Dodici posti alla maggioranza, tre all’opposizione. Facevo i comizi nella piazza, arrivavo col megafono scassato. Gli anziani mi guardavano, sbadigliavano, si ritiravano nel bar: ossignùr, quando finisce il baccano chiamaci. Io parlavo e davanti a me non c’era nessuno. Meglio: ero terrorizzato dall’idea che passasse di lì mio padre, perché sarebbe successo un pandemonio in pubblico».
Suo padre che votava Dc.
«L’Enzino era ribelle. Già con la chitarra ci scornavamo – lui me la levava, mamma me la passava dalla finestra – figuriamoci quando si parlava di politica…».
Iacchetti, andrà a votare al referendum?
«Assolutamente sì. Rientrerò a casa apposta dal tour».
Del Pci aveva la tessera?
«No. Quando è morto Berlinguer sono stato vent’anni senza votare: grande errore, mi pento. Non votare vuol dire consegnarsi a un mondo pessimo».
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16 marzo 2026 ( modifica il 17 marzo 2026 | 07:00)
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