di
Guido Olimpio
Le criticità emerse nelle due settimane di guerra: alcuni previsti e sottovalutati da Donald Trump, altri legati alle variabili di ogni guerra
Dopo due settimane di Furia Epica americana e Ruggito del Leone israeliano sono emersi diversi punti critici. Alcuni ampiamente previsti e sottovalutati da Donald Trump, altri legati alle variabili di ogni guerra.
Il passaggio
Il presidente ha il problema di tenere aperto lo Stretto. Gli iraniani, per ora, sono nelle condizioni di decidere chi può passare indenne. Non servono armi rivoluzionarie per ostacolare il transito in un corridoio angusto in termini geografici e militari. Droni, mine, missili, razzi ma anche azioni di barchini sono sufficienti a creare un imbuto. Basta, in certi casi, la minaccia.
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Gli Usa invocano una coalizione di alleati e la risposta è fatta di no oppure di cautele. Perché la missione è rischiosa e vorrebbe dire partecipare al conflitto. Gli esperti sostengono che, oltre a ripulire il mare da ordigni, il Pentagono dovrebbe neutralizzare le unità iraniane lungo la costa meridionale e nell’immediato retroterra.
Il comando americano ha replicato ricordando l’affondamento delle navi nemiche e di oltre cento vedette. Il direttore dell’International Maritime Organization, Arsenio Dominguez, ha invece sottolineato come una eventuale scorta al naviglio non rappresenta una soluzione sicura al 100 per cento e che le misure militari non rappresentano una garanzia sostenibile sul lungo termine. È tornata, poi, l’ipotesi di uno sbarco per occupare Kharg, il principale terminale per l’export di greggio iraniano.
Anche qui i «tecnici» sottolineano: fattibile ma vanno considerate perdite mentre i precedenti degli anni ’90 ricordano come ci siano voluti mesi per bonificare l’area minata.
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Il nucleare
Una parte degli impianti per il programma atomico sono stati danneggiati. C’è sempre la questione di quasi 400 chilogrammi di uranio arricchito indispensabili per arrivare alla Bomba.
Secondo l’Aiea sarebbero nel bunker di Isfahan: se sia accessibile è fonte di discussione. L’area ha subito devastazioni e per recuperarlo servirebbe una missione di forze speciali accompagnati da personale in grado di trattare il materiale. Di nuovo sono gli esperti ad evidenziare la complessità dell’intervento: non mettono in discussione le capacità dei militari però avvertono sulle incognite di un blitz in profondità. Inoltre, invitano a non sottovalutare i pasdaran.
L’uranio è solo una parte del problema. Gli israeliani, in questi anni, hanno ucciso i migliori scienziati di Teheran, intaccato la rete con mosse cyber e sabotaggi, però il sapere non è andato disperso. C’è anche un’opinione diffusa tra i commentatori che solo il tempo può dire se sia corretta: l’offensiva di marzo indurrà il regime ad andare avanti con i suoi progetti.
L’arsenale
Gli israeliani sostengono che gli strike potrebbero continuare per altre 3-4 settimane, un periodo necessario per smantellare l’industria militare, un complesso già martellato con intensità.
Le basi sono importanti, ma lo sono ancora di più le fabbriche che realizzano droni-kamikaze, vettori a lungo raggio, combustibile solido per i missili, lanciatori. Una parte era stata presa di mira nella campagna dei 12 giorni a giugno ma ciò non ha impedito ai guardiani di affrontare la nuova sfida. Continuano a lanciare vettori anche se con una cadenza inferiore e si affidano molto agli Shahed.
La degradazione delle infrastrutture belliche è un risultato importante, tuttavia secondo molti critici non si traduce in un immediato successo politico. Anche perché Teheran ha allargato i fronti servendosi delle milizie alleate, utili nel favorire la «strategia del caos». Allarma l’ampliamento della manovra di terra israeliana in Libano, pende la spada di Damocle rappresentata dagli Houthi in Mar Rosso. Per tutti i contendenti vale il tema scorte: munizioni antiaeree per Usa, Israele e alleati arabi, missili per i pasdaran.
Gli alleati
La vita e le economie dei regni sunniti del Golfo sono sconvolte dalla rappresaglia iraniana. I guardiani della rivoluzione, oltre a tirare sullo stato ebraico, hanno riservato una quota massiccia ai vicini, in particolare gli Emirati arabi e la città-simbolo Dubai. La presenza delle basi statunitensi, invece che rappresentare uno scudo si è tramutata in una «colpa» e non ha garantito la sicurezza.
Già è in corso un dibattito sul futuro di questa alleanza. I monarchi devono decidere su un modello di difesa, sul rapporto con Washington, sulle dinamiche nei confronti di Teheran. Hanno dialogato con gli ayatollah, Omar e Qatar hanno mediato, più ambigui Arabia ed Emirati perché hanno smussato i toni con il regime ma hanno continuato a considerarlo un rivale da temere.
Neppure l’Iran, però, può ignorare le conseguenze delle sue azioni in quanto Dubai rappresenta moltissimo in termini economici.
17 marzo 2026 ( modifica il 17 marzo 2026 | 08:10)
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