di
Vittoria Melchioni
Il modenese Mattia Berveglieri spopola sui social con un format nel quale controlla e giudica la composizione dei capi d’abbigliamento: «Bisogna comprare meno e meglio perché i prezzi troppo bassi nascondono anche sfruttamento. Tanti brand fanno solo greenwashing»
«La moda per essere davvero ecologica, dovrebbe smettere di produrre» – queste le parole consapevoli di Miuccia Prada alla fine della sua ultima sfilata, che hanno aperto un dibattito su quanto ci sia di vero o di falso in tutte quelle collezioni che si autoproclamano «green» e di quanto sia ancora scarsa l’informazione in materia da parte dei consumatori.
Paladino di questa battaglia eco-etica è Mattia Berveglieri, giovane imprenditore modenese che spopola sui social in un format in cui entra nei negozi delle catene di fast fashion, legge le etichette dei capi e promuove o boccia l’acquisto. Un’idea senza dubbio coraggiosa, conoscendo la permalosità del mondo della moda, che gli ha procurato tanti seguaci e qualche divieto di ingresso nei negozi con tanto di foto segnaletica.
Mattia come è nato il format in cui analizza le etichette dei vestiti?
«L’idea è nata l’estate scorsa, durante un trasloco dell’azienda. Mi sono ritrovato a buttare in discarica metri e metri di tessuti, accessori e materiali di produzione. Guardando quel cassone pieno mi sono chiesto quanta roba stessi immettendo nell’ambiente senza rendermene conto».
C’è stato anche un episodio personale che l’ha portata a riflettere sui nostri consumi?
«Sì. Nello stesso periodo ho fatto anche un trasloco di casa e svuotato l’armadio. Mi sono ritrovato con sette scatoloni di vestiti, alcuni ancora con il cartellino. Lì ho capito quanto compriamo e quanto poco utilizziamo davvero».
Quando ha capito che questa riflessione poteva diventare un progetto di divulgazione?
«Quando ho visto che sui social c’era un interesse reale per la composizione dei capi, soprattutto tra i più giovani. Molti mi chiedevano informazioni su tessuti e filati. Ho capito che c’era curiosità, ma poca consapevolezza. Così ho deciso di creare un format semplice per spiegare cosa vale la pena comprare e cosa no».
C’è stato qualcuno che non ha gradito le sue visite in negozio?
«Sì, sono praticamente bandito dagli store di Benetton. Appena mi riconoscono, devono avere una mia foto da qualche parte (ride, ndr) mi accompagnano gentilmente alla porta»
La moda è considerata una delle industrie più inquinanti al mondo. Quali aspetti sono meno conosciuti dal pubblico?
«Si parla molto di materiali e di inquinamento, ma troppo poco delle condizioni di lavoro di chi produce i capi. Dietro una maglietta da cinque euro spesso ci sono ritmi di lavoro massacranti e salari molto bassi in Paesi come Bangladesh o Turchia. Il consumatore dovrebbe chiedersi perché un capo costa così poco. Non è solo una questione di poliestere o materiali economici: spesso dietro c’è anche manodopera sfruttata, persone come noi che vivono attaccate ad una macchina da cucire per pochi euro al giorno».
Quando compriamo un capo, cosa dovremmo controllare per prima cosa sull’etichetta?
«La prima cosa è la percentuale di fibre naturali. Ma bisogna anche avere buon senso: non sempre un capo può essere completamente naturale. Per esempio, in un maglione di lana o alpaca una piccola percentuale di poliammide può servire per dare struttura e resistenza. Diverso è il caso di una t-shirt con composizione 50% cotone e 50% poliestere: in quel caso si può tranquillamente lasciarla sullo scaffale».
Ci sono fibre sintetiche su cui si può chiudere un occhio?
«In piccole percentuali sì. L’elastan, per esempio, serve a dare elasticità ai capi. Anche la viscosa può essere una soluzione accettabile: deriva da fibre naturali trattate chimicamente e può rappresentare un’alternativa alla seta per chi non può permettersela».
Molti marchi oggi parlano di sostenibilità. Quanto c’è di reale e quanto di marketing?
«Il greenwashing è molto diffuso. Quando leggiamo “poliestere riciclato”, per esempio, bisogna ricordare che si tratta comunque di poliestere. Anche il processo per riciclarlo ha un impatto ambientale. Spesso sono operazioni che servono soprattutto a migliorare la reputazione dei brand. Alla base c’è anche una mancanza di regolamentazione chiara».
Esistono materiali naturali che sono comunque molto impattanti?
«Il cotone, per esempio, richiede grandi quantità di acqua. Ma bisogna anche essere realistici: se vogliamo vestirci, un certo livello di impatto ambientale è inevitabile. La vera differenza la fa il comportamento dei consumatori: comprare meno e usare più a lungo quello che abbiamo».
Il denim è spesso indicato tra i tessuti più inquinanti. Che consiglio darebbe su jeans e denim?
«Comprare meno e meglio. Un buon paio di jeans può durare anni. Non ha senso avere tanti modelli diversi solo perché cambiano le mode. Molte persone comprano per impulso perché i prezzi del fast fashion sono bassi. Poi però a fine anno scoprono di aver speso centinaia di euro per capi che indossano pochissimo, una volta solo se si fotografano per i social addirittura».
Qual è l’errore più comune che facciamo quando compriamo vestiti?
«Semplicemente non guardiamo le etichette. Molte persone mi scrivono dicendo che da quando seguono i miei contenuti hanno iniziato a controllarle. La cosa sorprendente è che prima non ci pensavano proprio: compravano ciò che era di moda in quel momento senza farsi troppe domande».
Il mercato del vintage può essere una soluzione?
«Assolutamente sì. Credo molto nel second hand, soprattutto nel segmento del lusso. Un capo di qualità di venti o trent’anni fa spesso vale più di molti prodotti attuali. In passato il prezzo dei brand era giustificato dalla qualità dei materiali e della lavorazione, mentre oggi non sempre è così. Per questo penso che il vintage e il second hand diventeranno una parte sempre più importante dell’economia della moda».
Qual è il messaggio principale che vuole dare ai consumatori?
«Comprare in modo responsabile. L’idea dovrebbe essere quella di investire in capi che durano nel tempo, magari abbastanza da poter essere passati anche alle generazioni successive. Comprare meno, scegliere meglio e usare davvero quello che abbiamo è il cambiamento più concreto che possiamo fare».
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17 marzo 2026 ( modifica il 17 marzo 2026 | 06:50)
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