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Daniele Dallera e Daniele Sparisci

Intervista all’ex presidente della Ferrari: «Il mio film “Sognando Rosso” un racconto per tutti. Il rimpianto più grande è non aver avuto Senna»

«Vedendo la mia vita dentro un film, mi sembra sempre di aver vissuto nove cose su dieci il giorno prima. Significa che hanno lasciato il segno, non smetterò mai di ringraziare Enzo Ferrari. Ha avuto il coraggio di puntare su un ragazzo che voleva diventare un avvocato internazionale». Luca di Montezemolo, ex presidente di Ferrari e Fiat, ex numero uno di Confindustria, tanti desideri (realizzati) raccontati in «Sognando Rosso», il documentario che da venerdì sarà trasmesso su Sky.

Che emozioni le ha regalato l’esperienza del film che ha conquistato anche i nuovi appassionati di Formula 1?
«Anni fa mi cercò una importantissima casa editrice americana con un progetto di un libro sulla mia vita. Dissi di no, ero ancora troppo giovane. In seguito, attraverso quei contatti, è venuto Manish Pandev (autore di “Senna”) proponendo un film, chiedendomi di scegliere l’attore che avrebbe dovuto interpretare me».



















































Chi aveva suggerito?
«Nessuno, ai film di corse recitati non ho mai creduto. Manish citò Hugh Grant ma declinai l’invito. Dopo sei mesi è tornato presentandomi due pagine con informazioni così dettagliate sulla mia vita che nemmeno io ricordavo. La sceneggiatura mi piaceva: 70% Ferrari e 30% di altro: Azzurra, Mondiali e Italo, uno dei progetti ai quali sono più legato. È venuto fuori un film per tutti, non solo per appassionati».

Bologna è molto presente nel film, è la città di Kimi Antonelli. Che cosa vede in lui?
«La sua vittoria mi ha emozionato, è un ragazzo di 19 anni in continuo miglioramento. Aveva avuto problemi nelle partenze, eppure non si è perso d’animo: è andato in testa e ha condotto senza incertezze, rischiando solo alla fine. Ha dimostrato maturità e freddezza, non tipiche di un italiano, e soprattutto non di uno della sua età. Ha i piedi per terra, spero resti sempre così, le premesse ci sono tutte. Però mi ha dato un po’ “fastidio” vederlo su una Mercedes».

Lo preferiva in Ferrari?
«Esatto».

Però il binomio pilota italiano-Ferrari, a meno di non tornare indietro in epoche lontane, non è stato mai troppo felice. Perché?
«Oggi le condizioni sono diverse da anni fa: non si guardano solo ai risultati nel kart ma ai numeri dei simulatori, i piloti si formano lì. È più facile scegliere giovanissimi, l’unico che mi impressionò all’epoca era Verstappen: a 12 anni era il più forte di tutti, ma era “occupato”, ne parlai con Helmut Marko. Ma prendere uno come Antonelli e metterlo subito in Ferrari avrebbe voluto dire distruggerlo. Massa lo parcheggiammo alla Sauber a fare esperienza».

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Addirittura?
«Sì, avrebbe avuto una pressione gigantesca. Ricordo i tempi di Lauda e Regazzoni, scrivevano che davamo a Niki la macchina migliore e non era vero».

Che consiglio darebbe a Kimi?
«L’ho incontrato l’anno scorso in Bahrein, conoscevo il papà di nome per vie delle attività nelle corse. L’ho chiamato per congratularmi. Un ragazzo carino e timido. Ha la fortuna di avere una famiglia solida, conosce i valori. Gli suggerirei di continuare a migliorare, perché, con tutto il rispetto, è stato perfetto su una macchina nettamente superiore. Ne ho visti diversi di piloti che si credevano fenomeni dopo pochi Gp. Ma Kimi è diverso e la Mercedes ha fatto un ottimo lavoro: l’anno scorso ha debuttato in F1 su una monoposto non vincente, senza la pressione di adesso».

Altri giovani che le piacciono?
«Bearman, guida la Haas ma è della Ferrari. Ha un grandissimo potenziale».

In Ferrari lei ha preso Lauda, Schumacher, Alonso, Raikkonen, Massa. Il rimpianto più grande?
«Senna. È anche una delle scene più belle del film, si vede la poltrona a casa mia a Bologna in cui sedeva pochi giorni prima di morire a Imola. Parlammo di tutto, dalla storia della Ferrari alla politica, sarebbe stata un’unione bellissima. Una volta mi disse: “Arrivo all’aeroporto di Bologna insieme ad Alesi e tutti vanno da Jean, anche se io sono il campione del mondo. Voglio guidare una Ferrari”».

Chi era Senna?
«Uno che cercava sempre di migliorarsi, come Niki Lauda e Michael Schumacher. Quando ascolto le parole di Sinner sulla necessità di cambiare il servizio o la risposta mi vengono in mente Ayrton e altri grandissimi campioni».

Tornano sempre i successi nella vita di Montezemolo, il copione viene facile. Dove si è divertito di più?
«Alla Ferrari, senza dubbio. Notti belle ma anche insonni: quella prima della gara di Suzuka nel 2000, il primo Mondiale di Schumacher. La seconda quando mi chiesero di fare il presidente della Fiat, allora era in mano alle banche, ma non potevo dire no alla famiglia Agnelli».

Il documentario Sognando Rosso

Anteprima in tv il 20 marzo su Sky Documentaries

E la Ferrari di oggi?
«Mi dispiace, almeno da ciò che ha mostrato l’avvio di stagione, di vedere che ha una macchina sì buona ma non da Mondiale. La cosa che mi fa male di più è che negli ultimi dieci anni non sia mai arrivata all’ultima gara a lottare per il titolo piloti. Ai miei tempi abbiamo perso 11 campionati all’ultimo, li ricordo come pugni nello stomaco, ma eravamo lì a giocarcela».

Almeno un po’ di speranza per quest’anno?
«Il divario è abbastanza sconcertante, ma le squadre che inseguono possono crescere e ci saranno soste lunghe. Forse non è così scontato».

Le piace la nuova F1 elettrificata?
«La F1 deve innovare senza perdere l’essenza. Quando vedo un pilota che invece di sorpassare aspetta per ricaricare la batteria resto perplesso. Ma aspetterei prima di dare un giudizio definitivo».

Lei l’avrebbe costruita una Rossa elettrica?
«Neanche sotto farmaci».

17 marzo 2026 ( modifica il 17 marzo 2026 | 10:55)