Il cantante: «La forza e il coraggio delle madri e delle famiglie sono d’esempio per tutti». Si è fermato a lungo in ospedale. La sua canzone «Perdutamente» è diventata un simbolo della tragedia. Il «grazie» messo per iscritto da una paziente che ancora non può parlare
Achille Lauro l’aveva scritta un anno fa e aveva pensato di portarla al Festival di Sanremo del 2025. «È uno dei miei brani più belli e riusciti: una riflessione sulla vita, su quello che per me significa essere al mondo» aveva spiegato in un’intervista. Quella canzone, «Perdutamente» — con i suoi versi «E se bastasse una notte, sì, per farci sparire. Cancellarci in un lampo come un meteorite» — aveva un destino che nessuno avrebbe mai immaginato: è diventata il simbolo della tragedia di Crans-Montana. Grazie al canto di una madre, Erica Didone, che l’ha intonata alle esequie di suo figlio, Achille Barosi: la cantava sempre insieme a lui. Proprio per questo, la visita di Achille Lauro, domenica pomeriggio, ai ragazzi ricoverati al Centro Grandi Ustionati dell’ospedale Niguarda, a Milano, è stata colma di significato, di emozioni e di speranza. Da ambo le parti. I feriti desideravano conoscere l’artista che, nell’edizione di Sanremo appena conclusa, aveva cantato la canzone, dedicandola a loro. E l’incontro è avvenuto grazie all’aiuto di Carlo Conti. A raccontarlo, sui social, lo stesso cantante: «La forza e il coraggio delle madri e delle famiglie — ha scritto in un post — sono d’esempio per tutti».
«Lauro con la sua disponibilità e dolcezza — ha detto l’assessore al Welfare di Regione Lombardia, Guido Bertolaso — ha saputo portare un po’ di gioia nel cuore di quei ragazzi che tanto hanno sofferto, incontrando anche i giovani dimessi e alcuni genitori, anche di chi non c’è più». Al Niguarda, infatti, per la prima volta Lauro ha conosciuto Erica Didone. «Una mamma fantastica — dicono i medici —. Era lì anche per dare coraggio alle altre mamme». Non è stata una visita-lampo. L’artista ha passato tuto il pomeriggio con i giovani: non solo con i cinque pazienti ancora ricoverati (tre studenti del Liceo Virgilio e altri due giovanissimi), ma anche con gli altri feriti dimessi di recente: ne mancavano solo due.
«Ragazzi, guardate chi vi ho portato» ha scherzato Lauro, entrando nelle camere sottobraccio a una giovane paziente, tornata a casa da pochi giorni. «Lei era emozionatissima, le brillavano gli occhi» racconta chi c’era. «Ai nostri ragazzi ha parlato di futuro. Li ha incoraggiati. Come già aveva detto a Sanremo, è felice se con le sue canzoni riesce a portare sollievo» sottolinea uno dei famigliari. Che confida: «La sua canzone è diventata simbolo di una tragedia simile: non deve essere facile». A tutti ha dato l’impressione di essere una persona «molto sensibile». Lauro, del resto, ha appena dato vita alla «Fondazione Madre», attiva contro il disagio giovanile e nei reparti pediatrici. «Una paziente che ancora non è in grado di parlare gli ha scritto per dire quanto fosse contenta» raccontano dal reparto guidato dal primario Franz Baruffaldi Preis.
I medici fanno di tutto perché i ragazzi abbiano momenti di gioia. «Quando sono venuti dei calciatori, un ragazzo era così emozionato che la sua frequenza cardiaca è salita da 90 a 150». Due giovani saranno dimessi a breve. Altri due che sono già a casa vengono spesso a salutare gli amici. «Hanno una chat comune e si aiutano a vicenda. Tornano nei nostri ambulatori due volte alla settimana e fanno fisioterapia, incontri con i neuropsichiatri e le medicazioni di eventuali ferite».
17 marzo 2026
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