«Ti rinnamorerai a marzo. Il 16 marzo». Canta così Achille Lauro in una delle sue canzoni più intime. E proprio il 16 marzo, quasi a voler dare un senso concreto a quelle parole, il cantante romano (ma nato a Verona) ha scelto di fare un gesto, mantenere una promessa: passare il pomeriggio al Niguarda di Milano con i ragazzi sopravvissuti al rogo di Crans-Montana. Niente palco, niente luci. Solo una porta che si apre in un reparto d’ospedale dove, da gennaio, sono ricoverati alcuni dei giovanissimi scampati alle fiamme della notte di Capodanno. Lauro si è seduto accanto ai loro letti, ha parlato con quei ragazzi, con i loro genitori che da quel 31 dicembre vivono una vita spaccata in due: prima e dopo il fuoco. Prima e dopo il Constellation.
La canzone di Sanremo
Il legame, in fondo, era già nato settimane fa. La sera di SANREMO, quando Lauro aveva portato sul palco “Perdutamente” in omaggio alle vittime della strage, quei ragazzi l’avevano guardato insieme dalle stanze del Niguarda. Per molti di loro quella canzone non era solo una canzone. Era un nome, un ricordo, un funerale, un’amicizia che non c’è più. Da lì era nato un desiderio semplice: incontrarlo. E così ieri, nelle stesse corsie dove da settimane si impara una nuova grammatica fatta di medicazioni, interventi, ricostruzioni e silenzi, Achille Lauro è arrivato davvero.
I ragazzi lo hanno saputo poche ore prima, con quel tam tam veloce che corre nelle chat delle famiglie dei sopravvissuti, ormai diventati amici. La voce si è sparsa fino a raggiungere anche chi nel frattempo era stato dimesso. Molti sono tornati in ospedale apposta per incontrarlo.
Tra quei letti c’è anche Lorenzo, sedici anni, di Como, studente dell’International School. «È stato inaspettato vederlo sbucare dalla porta della mia stanza», racconta. «Io e mio fratello Federico, che viene a trovarmi tutti i giorni, non potevamo crederci». Quando Lauro si è seduto accanto a loro, l’emozione si è sciolta lentamente in una conversazione semplice, quasi familiare. «Ci ha dedicato molto tempo – dice Lorenzo – e non è una cosa scontata. Ha detto parole molto belle, di quelle che spero di ricordare». Tra tutte, una gli è rimasta impressa. Usare il tempo. «Mi ha detto di utilizzare il tempo che sto passando qui per leggere, guardare film e documentari. Di pensare ai progetti, al futuro. Perché quando hai una seconda vita devi prenderla tutta in una volta».
Achille Lauro è rimasto nel reparto per quasi due ore. Non ha cantato. Non era quello il momento. È rimasto semplicemente in ascolto.
Tra le persone presenti c’era anche Erica Didone, la mamma di Achille Barosi, uno dei 6 ragazzi italiani morti nell’incendio. Fu lei, il giorno del funerale a Sant’Ambrogio a Milano, ad appoggiare una piccola cassa sulla bara del figlio per dedicargli “Perdutamente” di Achille. Era la loro canzone.
L’invito
Su Instagram, più tardi, Lauro ha scritto poche righe, prima di andare a cantare al Forum di Assago di Milano, una delle sue tappe del tour: «Un pensiero speciale ai ragazzi e alle famiglie coinvolte nella tragedia di Crans-Montana. Siamo stati al Niguarda a trovarli e abbiamo incontrato persone meravigliose, a cui siamo profondamente vicini». Poi il ringraziamento ai medici, «di un’umanità e di una dedizione sconfinate», a Guido Bertolaso e a Carlo Conti, che ha aiutato a organizzare l’incontro.
L’assessore al Welfare Bertolaso, che quell’incontro lo ha seguito da vicino, lo racconta così: «Dopo la sua esibizione a Sanremo, dopo quella canzone dedicata a loro, i ragazzi avevano espresso un desiderio: poter conoscere Achille Lauro». E ancora: «Con disponibilità e dolcezza ha saputo portare un po’ di gioia nel cuore di quei ragazzi che tanto hanno sofferto». Dolcezza è una parola che torna spesso, in questa storia. Garbo anche. Discrezione. Prima di andar via, Achille Lauro ha fatto un’altra promessa, piccola e enorme allo stesso tempo. Ha invitato tutti a un suo concerto. Tutto a sue spese. «Ci ha dato appuntamento per il 15 giugno», dice Lorenzo. «Ha lasciato il suo contatto e i biglietti ce li darà lui. Ha detto che farà anche un palchetto per noi».
Per Lorenzo e gli altri ragazzi è diventato subito un pensiero fisso. Il 15 giugno, a San Siro, lo stadio di Milano. «Non vede l’ora di andare al suo concerto», raccontano con gioia dal reparto. E dentro quella frase c’è già un pezzetto di futuro. Che per questi ragazzi, oggi, non è una parola astratta. È una data segnata. Un pomeriggio fuori. Un palco. La musica ascoltata non più da un letto d’ospedale ma in mezzo alla folla, alla vita. Si aspetta il 15 giugno.
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