di
Luigi Ferrarella
La Procura interviene sulla società di Andrea Dini, cognato del governatore della Lombardia Fontana, già indagato (e poi archiviato) per la vicenda dei camici durante il Covid. Stessa misura per Alberto Aspesi & C. spa. Contestata agli amministratori l’ipotesi di caporalato
Sembra quasi la stessa data, 22 ottobre e 30 ottobre, ma in realtà è a distanza di due anni, 2025 proprio come nel 2023, con due ispezioni della Guardia di Finanza, Comando Provinciale di Milano, a trovare ancora la medesima scena nello stesso opificio di Garbagnate Milanese, ma sotto una sigla societaria diversa, G Max 365 srl anziché M&G Confezioni srl: eppure «l’utilizzo di lavoratori privi del permesso di soggiorno, in condizioni alloggiative al di sotto del minimo etico nel profilo sanitario e di sicurezza, con retribuzioni sotto i minimi contrattuali», per la Procura di Milano e la Guardia di Finanza «non ha indotto» i clienti «brand di moda Dama spa e Alberto Aspesi & C. spa ad una verifica più accurata dei requisiti del loro “nuovo’’ fornitore G Max 365 srl, che in maniera non certo celata o incomprensibile ha proseguito l’attività in sostanziale continuità, al solo fine di sostituire, nel ruolo di fornitore dei brand di alta moda, la M&G Confezioni srl ormai compromessa» dal primo controllo del 2023 e «resa inattiva nonostante un fatturato annuo di oltre 3 milioni di euro».
Ed è per rimediare a questa «grave incapacità di Dama spa e di Alberto Aspesi spa di percepire l’evidenza» – sfociata anzi «in un sistema radicato e collaudato nel quale i brand di alta moda» hanno continuato a «esternalizzare la produzione affidando commesse ad opifici cinesi dediti all’impiego di manodopera irregolare e clandestina nonché allo sfruttamento dei lavoratori» – che oggi i pm Daniela Bartolucci e Paolo Storari hanno disposto d’urgenza il «controllo giudiziario» della «Alberto Aspesi & C. spa» (brand dei piumini da 40 milioni di fatturato), e della «Dama spa», la società da 120 milioni di fatturato annuale che è controllata al 90% dal cognato (Andrea Dini) del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana (la cui moglie Roberta Dini ha il 10%), e che è titolare fra l’altro del prestigioso marchio «Paul& Shark».
Il casi camici del 2020
Il controllo giudiziario, cioè la nomina di un amministratore giudiziario (Francesco Brigatti) che non sostituisce ma affianca i vertici dell’azienda, è disposto quando c’è da interrompere una situazione di ritenuta illegalità ma l’interruzione dell’attività imprenditoriale potrebbe comportare ripercussioni negative sui livelli occupazionali o sul valore del gruppo. In passato già molte altre importanti case di moda, anche ben più importanti delle odierne, sono state investite da indagini della Procura per la cecità (ritenuta intenzionale dai pm) sulle irregolarità di taluni fornitori. Nel caso di oggi il «grado di compenetrazione» tra le due sigle aziendali avvicendatesi nell’opificio cinese e i due brandi di moda è tale, per i pm, che «pare francamente difficile escludere il dolo delle figure apicali» di Dama spa e Alberto Aspesi & C. spa, le quali infatti per l’ipotesi di reato di caporalato risultano indagate come società (ai sensi della legge 231 del 2001 sulla responsabilità amministrativa degli enti per i reati commessi dai vertici nell’interesse aziendale) al pari, come persone fisiche, dei rispettivi amministratori Andrea Dini e Francesco Umile Chiappetta, e di tre cinesi amministratori delle due società dell’opificio. Nel 2020 Dini era stato indagato e poi archiviato nel 2022 su richiesta dei pm Filippini-Furno-Scalas per l’ipotesi di «turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente» nell’affidamento diretto di 82.000 camici dalla centrale acquisti regionale «Aria spa» appunto a «Dama spa», che poi vi aveva rinunciato e l’aveva tramutata in donazione benefica alla Regione (per un controvalore di 500.000 euro) a cavallo dell’interesse giornalistico della trasmissione tv «Report».
Quaderno con nomi e istruzioni
Nella recente perquisizione nel capannone di operai cinesi a Garbagnate gli uomini della Guardia di Finanza hanno recuperato anche «un quaderno manoscritto su cui sono appuntati i numeri di telefono del personale di riferimento di Dama spa e di Alberto Aspesi spa, nonché tutte le procedure che devono essere seguite nella produzione e nei rapporti con questi clienti». Anche da questo la Procura ricava che «la GMax 365 srl, una volta acquisiti dalla M&G Confezioni srl il pacchetto clienti, la forza lavoro e i beni strumentali, tra l’altro senza alcuna evidenza ufficiale, ha continuato, nell’ambito della speculare attività lavorativa, a porre in essere le stesse condotte illecite già perpetrate dalla M&G Confezioni srl». I finanzieri elencano di aver trovato otto lavoratori su trenta «in stato di clandestinità, circostanza che rende evidente il loro stato di debolezza sociale e di vulnerabilità; situazioni alloggiative degradanti al di sotto del minimo etico sotto il profilo igienico sanitario», tra dormitori e cucine improvvisati con «abusi edilizi privi di areazione e luce naturale; reiterate violazioni delle disposizioni sull’orario di lavoro; mancato rispetto dei periodi di riposo; retribuzioni inferiori ai livelli minimi stabiliti dai contratti collettivi o non proporzionati alla prestazione di lavoro; impianti elettrici e antincendio fuori norma; e operai costantemente monitorati da un impianto di videosorveglianza non autorizzato dall’Ispettorato Territoriale del Lavoro e quindi di fatto illegale». I brand di moda avevano consapevolezza di queste situazioni? Per i pm sí, sia per quanto risulta dal quaderno, sia per quanto riferito da alcuni dei cinesi, secondo i quali personale di Dama spa andava nell’opificio «generalmente il lunedì, mercoledì e giovedì per effettuare verifiche» e «prendeva contatti telefonici o mail quotidianamente».
Il cartello (in cinese) con gli orari veri
Alcuni dei lavoratori cinesi (tra quelli che nel fuggi fuggi avevano cercato di scappare sul retro, saltare un muro, o nascondersi nel locale caldaia o in una cella frigorifera) avevano poi reso dichiarazioni in teoria tranquillizzanti sugli orari del proprio impiego lavorativo. Ma gli inquirenti, al netto dell’ipotizzare «ovvio come i dipendenti siano stati indottrinati su cosa dichiarare, circostanza resa evidente dalla sostanziale uniformità delle dichiarazioni», le additano palesemente «smentite non solo da diversi cartelli fotografati nei locali dormitorio con scritto in cinese “orario di lavoro in fabbrica 08 – 22”, ma anche dallo studio delle curve di assorbimento di elettricità dell’opificio, che mostrano un ciclo di produzione medio di 14 ore al giorno anche sabato, domenica e festivi», il che «rende evidente che la remunerazione dei lavoratori non sia adeguata alla prestazione di lavoro svolta, sostanzialmente a cottimo».
I controlli falliti
In teoria Dama spa e Alberto Aspesi spa sono dotate di modelli organizzativi. Ma «una generalizzata carenza di questi modelli organizzativi e un sistema di controlli di internal audit fallace» hanno per la Procura «agevolato colposamente persone raggiunte da corposi elementi probatori in ordine al delitto di caporalato», e «a nulla valgono i codici etici, i modelli di gestione e controllo quando, per il raggiungimento del maggior profitto al più basso costo possibile, si consente creazione di un sistema produttivo che si basa su una produzione con forza lavoro in condizione di sfruttamento». Da qui l’intervento dei magistrati con il ricorso allo strumento del «controllo giudiziario» d’urgenza, motivato anche dal fatto «la situazione di sfruttamento dello stato di bisogno in atto (le ultime fatture sono di febbraio 2026) pare andare avanti da anni, totalmente incurante delle recenti iniziative sul tema, sia a livello giudiziario che a livello di soft law (protocollo di intesa del 26 maggio 2025 presso la Prefettura di Milano tra sindacati e imprese della filiera della moda)».
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17 marzo 2026 ( modifica il 17 marzo 2026 | 14:45)
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