di
Greta Privitera

Ali Larijani, secondo quanto riferito da Israele, è stato ucciso nei raid nella notte tra lunedì e martedì. Laico ma appartenente a una famiglia allineata al fervore fanatico degli Ayatollah, aveva guidato i Guardiani della Rivoluzione, e aveva ricevuto da Khamenei l’incarico di organizzare la sopravvivenza della teocrazia

Il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell’Iran, Ali Larijani, è stato ucciso in un attacco aereo israeliano in Iran la scorsa notte. Ad affermarlo è il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz: «Larijani e il comandante del Basij sono stati eliminati durante la notte. Si sono uniti a Khamenei e a tutti i membri eliminati dell’Asse del male nelle profondità dell’inferno», ha detto Katz.

Uccidere Larijani vuol dire falciare il regime al suo piano più alto. Nelle ultime settimane, è stato sempre più chiaro che l’uomo della Sicurezza aveva in mano le sorti politiche della Repubblica islamica. È lui che faceva dichiarazioni, minacciava e dettava la linea da seguire. 



















































Iran, le ultime notizie sulla guerra in diretta

La sua ascesa ai vertici più alti del regime si è velocizzata da giugno, dalla Guerra dei 12 giorni. Dal bunker, l’ayatollah Ali Khamenei lo incarica con altri stretti collaboratori di preservare la teocrazia dalle guerre israelo-americane e dal suo assassinio. 

Ora, in questo confuso interregno minacciato dalle bombe, il 67enne a capo del Supremo Consiglio aveva di fatto assunto la leadership dell’Iran. Nel momento di fragilità massima del regime, Larijani sembrava essere l’unico ad avere le redini del Paese, e con le sue dichiarazioni e interviste spesso metteva in ombra il presidente «riformista» Massoud Pezeshkian

Prendeva la parola e si esponeva più degli altri, ed era stato il primo alto funzionario a parlare pubblicamente dopo gli attacchi di sabato 28 febbraio, quelli che hanno dato il via alla guerra. E, sempre lui, aveva smentito il presidente Donald Trump sulle intenzioni negoziali. Il New York Times aveva scritto: «Praticamente sta governando il Paese». 

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Larijani era a capo del Consiglio dallo scorso agosto. Questa struttura coordina le risposte alle crisi interne ed esterne al Paese. Da allora, le sue responsabilità erano cresciute, insieme alla visibilità. Aveva deciso le strategie di repressione contro i manifestanti che a dicembre e gennaio avevano invaso le strade del Paese chiedendo la fine della Repubblica islamica, aveva eseguito gli ordini di Khamenei che pretendeva la massima punizione per chi dissentiva. 

Larijani era un ex comandante dei Guardiani della rivoluzione, ma negli anni era riuscito a svincolarsi dal profilo solo militare e ad ampliare quello politico

Aveva portato avanti i negoziati con la Cina, aveva negoziato per il nucleare, aveva incontrato gli alleati regionali come Bashar al-Assad e i leader di Hezbollah in Libano. Ma anche Vladimir Putin, i leader di Qatar e Oman.

Khamenei ammirava Larijani anche per la sua provenienza. Non era un mullah, ma discendeva da una delle più influenti famiglie clericali iraniane. Suo padre, Hashem Amoli, era un grande ayatollah dello sciismo duodecimano, come lo era il nonno materno, Mohsen Ashrafi. Negli anni Trenta, con il clero in rotta di collisione con la dinastia Pahlavi, il padre aveva lasciato l’Iran e si era rifugiato a Najaf, in Iraq, il cuore teologico dell’islam sciita lontano da Teheran. 

Larijani era nato lì. La famiglia era rientrata in Iran solo negli anni Sessanta, quando il clero stava per diventare il vero protagonista della scena politica. Fu allora che Larijani, nonostante fosse un laico, si inserì nel circuito del potere, arruolandosi nei pasdaran. 

Il Capo della Sicurezza incarnava la disciplina, imparata con la divisa, e la fedeltà fanatica imparata in casa.

17 marzo 2026 ( modifica il 17 marzo 2026 | 12:57)