La settima puntata de «L’età sbagliata dei social», la serie di Riccardo Luna. Il bestseller «La Generazione Ansiosa» dello psicologo sociale americano ha spinto l’Australia a imporre il divieto alle piattaforme. Da lì, a cascata, altri Paesi si sono mossi. Ma perché l’età limite è 16 anni e non 14, o 18?
Come è vero che basta la lezione di un bravo maestro per cambiare il destino di uno studente, a volte basta l’incontro con un libro per cambiare la storia del mondo. Gli esempi sono davvero infiniti. Quando Thomas Jefferson lesse il Trattato sulla tolleranza – che Voltaire aveva pubblicato circa venti anni prima in forma anonima per criticare il fanatismo religioso e difendere la libertà di parola -, ne rimase folgorato al punto da farne la base per lo Statuto della Virginia sulla libertà religiosa che poi aprì la strada al Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti.
E quando Gandhi lesse il saggio di Sulla disobbedienza civile di Henry David Thoreau, che era uscito circa sessant’anni prima ed era stato praticamente ignorato, lo scelse per spiegare agli inglesi il senso e il nome del movimento per l’indipendenza indiana (satyagraha, che in realtà vuol dire «la forza della verità»). Non è finita: passano circa altri sessanta anni e lo stesso libro arriva nelle mani di Martin Luther King che nella sua autobiografia dirà: «Qui, in questo coraggioso neoinglese che si rifiutava di pagare le tasse e sceglieva il carcere piuttosto che sostenere una guerra che avrebbe esteso la schiavitù in Messico, ebbi il mio primo contatto con la teoria della resistenza nonviolenta». I libri lo fanno: spalancano porte che prima nemmeno c’erano.
Facendo le debite proporzioni, anche la storia del divieto dei social network ai 16enni non sarebbe stata la stessa se Annabel West non avesse deciso di leggere The Anxious Generation. How the Great Rewiring of Childhood Is Causing an Epidemic of Mental Illness. In Italia il titolo ha preso una sfumatura un po’ diversa: La generazione ansiosa. Come il grande rimpasto dell’infanzia sta alimentando un’epidemia di malattie mentali. Ma «il grande rimpasto» nostrano, che evoca i rimpasti dei governi della Prima Repubblica, in inglese è in realtà un «great rewiring», termine che lascia intendere qualcosa di molto più tecnologico: una riconfigurazione del sistema operativo dei ragazzi, un nuovo cablaggio della loro mente. Il tutto causato dagli smartphone attraverso gli algoritmi dei social network.
Nell’aprile del 2024 il libro è appena uscito negli Stati Uniti e Annabel West, in Australia, lo ha subito comprato: è un avvocato, uno dei migliori del continente secondo diverse classifiche; è sposata con Peter Malinauskas, premier laburista dello Stato dell’Australia Meridionale. I due vivono nella capitale, Adelaide, e hanno quattro figli; l’ultimo è appena arrivato, alla fine dell’anno precedente. Il tema dei social e dei minori, insomma, interessa moltissimo alla famiglia Malinauskas. I due racconteranno che ogni sera quando il marito torna dal lavoro, Annabel West gli fa un riassunto dei capitoli del libro che ha letto e quando lo termina gli dice: «Peter, faresti meglio a fare qualcosa al riguardo!».
Possiamo solo immaginare che da quel momento a casa Malinauskas spariscano cellulari e tablet; sappiamo invece con certezza che il primo ministro incarica Robert French, l’ex capo dell’Alta Corte australiana, di predisporre un report tecnico su cosa fare. Come rispondere efficacemente alla minaccia social.
Ma cosa dimostra quel libro di così sconvolgente? Intanto diciamo che lo ha scritto uno che prima non era così famoso: si chiama Jonathan Haidt, nel 2024 ha 60 anni, è uno psicologo sociale che insegna “leadership etica” alla New York University; nella sua carriera di saggista aveva acquisito una discreta notorietà con un paio di libri sulle “menti tribali” e sulla felicità. Per paradosso il libro che gli ha cambiato la vita – e che potrebbe cambiare anche la nostra e quella dei nostri figli – è un libro sull’infelicità (dei giovani).
Ricordate la ricerca della professoressa Twenge sull’aggravamento della salute mentale dei giovani americani a partire dal 2012, quella che ha dato la stura a decine di ricerche analoghe sulla correlazione social network/disagio mentale? Haidt nel suo libro sostanzialmente prova a rispondere alla domanda: cosa è davvero successo nelle nostre vite a partire dal 2012? La sua intuizione è addirittura banale e per questo forse ha avuto così successo.
A cavallo del 2012, osserva Haidt, accadono due cose: arriva sul mercato il primo smartphone con fotocamera frontale di qualità, una innovazione che apre la strada alla lunga stagione dei selfie; e Facebook si compra Instagram, trasformando un minuscolo social network di fotografie nella più importante piattaforma social del mondo. Questi due fatti, uniti alla progressiva tossicità degli algoritmi dell’engagement, sarebbero alla base del disastro accaduto nella mente dei giovanissimi. In realtà le cause della «Generazione Ansiosa» sono anche altre, riconosce Haidt; e sono legate essenzialmente alle modifiche intercorse nella routine familiare, con figli cresciuti dai nonni e genitori assenti e – loro sì – sempre più ansiosi. Ma, insomma, il vero nocciolo della questione per il professore è la tecnologia. Sono gli algoritmi di Big Tech.
Il libro è esattamente quello che i genitori e gli insegnanti aspettavano: una risposta facile e assolutoria alle loro paure e al loro disagio. Per questo ha subito un enorme successo e trasforma Haidt nel paladino globale «per una infanzia senza telefonini». Sull’infanzia siamo tutti d’accordo. Ma sull’adolescenza anche? Quando si finisce di essere bambini per diventare ragazzi? A che età si può avere uno smartphone e stare sui social? E’ la domanda chiave di questa storia. Eppure la risposta sembra galleggiare in una zona grigia. Per esempio quando l’ex First Lady Michelle Obama, nella puntata del suo podcast in cui dialoga con Haidt, a proposito della necessità di levare i social ai più piccoli, dice: «Per i genitori è il momento di scelte dolorose nei confronti degli esseri umani che amano di più, i loro figli»; lei si riferisce ai «kids», ai bambini; Haidt invece parla di «children», una parola che può includere tutti i minori, adolescenti compresi. Dicono di essere d’accordo ma parlano di cose diverse.
Ma torniamo in Australia. Nel settembre 2024 ad Adelaide viene pubblicato un documento di 276 pagine (il «French Report») che presenta alcuni aspetti inediti e persino rivoluzionari su come contrastare gli algoritmi dei social. La novità centrale è il concetto di «Duty of Care Model»: è uno schema che invece di punire i genitori dei bambini che stanno sui social, impone alle aziende tecnologiche il dovere di occuparsi del problema. Di farsene carico. Il Rapporto French ribalta lo schema tradizionale e raccomanda di prevedere sanzioni dure e severe («dell’ordine dei milioni di dollari») per chi se ne lava le mani. Inoltre invita a stabilire il diritto dei genitori di fare causa alle aziende tech se i figli hanno subito danni mentali o fisici per la negligenza delle piattaforme. E’ l’impianto giuridico che adesso vogliono adottare molti paesi europei. Viene da Adelaide, Australia Meridionale.
Curiosamente c’è un solo aspetto di quel documento che verrà disatteso: l’età minima per avere un profilo sui social. Il Rapporto French infatti consigliava un divieto totale sotto i 14 anni e la necessità di un consenso dei genitori per chi ha 14 e 15 anni. Ragionevole. A ottobre però il testo viene presentato nel corso di un grande evento ad Adelaide, The Social Media Summit, aperto dal primo ministro Malinauskas in persona. Per la gioia della moglie del premier, interviene anche Jonathan Haidt, sebbene solo via video. Lo scrittore loda il governo dell’Australia Meridionale per aver aperto la strada ad un «cambiamento epocale» e definisce «brillante» il Rapporto French. Un trionfo insomma di cui si accorge anche il premier australiano Anthony Albanese, anch’egli laburista, il quale decide che le nuove norme non si applicheranno solo ad uno Stato che conta meno di due milioni di abitanti, ma a tutta l’Australia.
Un upgrade che avviene con una novità per nulla banale: il divieto dei social diventa «16 anni per tutti» senza eccezioni. Perchè? Non si sa, nessuno lo ha mai spiegato. Albanese forse voleva dimostrare all’opinione pubblica di tenerci un sacco a risolvere il problema e quello era il modo più facile per dimostrarlo: fare un passetto in più del collega Malinauskas. Come quando capita un fattaccio di cronaca nera e alcuni partiti politici chiedono subito un inasprimento delle pene per far contenti gli elettori. Deve essere andata così anche stavolta. Agli atti resta la dichiarazione di Albanese del novembre 2024: «I social media stanno facendo del male ai nostri figli e io voglio fermarli. Ho parlato con migliaia di genitori, nonni, zie e zii. Come me, sono preoccupati per la sicurezza dei nostri figli online». Quei due anni in più sono per accontentare genitori, nonni, zie e zii. E comunque la legge viene approvata con una maggioranza schiacciante e trasversale: a favore laburisti e liberali, contrari verdi e libertari.
Il divieto australiano entra in vigore il 10 dicembre 2025 preceduto da un tonitruante discorso di sfida alla Silicon Valley: «Oggi l’Australia dimostra al mondo che quando è troppo è troppo…». Enough is enough, scandisce il premier Albanese. Nei mesi precedenti il mondo intero era rimasto in attesa di capire una cosa: cosa succede quando all’improvviso sbatti fuori dai social qualche milione di adolescenti? Come la prenderanno? La presidente della Commissione EU Ursula Von der Leyen nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, il 10 settembre, aveva fatto sapere di seguire la cosa «con interesse» e che avrebbe incaricato degli esperti per trovare «la soluzione migliore» per i Ventisette. Prudente, come sempre.
Intanto la prima a muoversi era stata la Danimarca dove una commissione aveva certificato un dato esplosivo: il 94 per cento degli under 13 danesi ha un profilo social. Praticamente tutti. A ottobre allora la premier Mette Frederiksen aveva annunciato che avrebbe preteso una verifica dell’età degli utenti reale da parte delle piattaforme e che l’età minima sarebbe passata da 13 a 15 anni.
Un segnale chiaro lo aveva mandato anche il Parlamento europeo il 26 novembre, approvando a larghissima maggioranza una risoluzione che vieta in maniera definitiva i social sotto i 13 anni e richiede un’autorizzazione dei genitori fino a 16. Categoriche le parole della relatrice del testo, la danese Christel Schaldemose: «Stiamo finalmente tracciando una linea, stiamo dicendo alle piattaforme: i vostri servizi non sono progettati per i bambini. Il vostro esperimento finisce qui». Toni da resa dei conti, peccato che la risoluzione non sia vincolante. Più interessante un altro punto toccato dai parlamentari in quel testo: anche i minori che stanno legittimamente sui social, quelli più grandi, vanno però protetti. Da cosa? Dallo scrolling infinito, dai video che partono in automatico, dalle notifiche a tutte le ore, dai premi e dalle gratificazioni per chi continua a stare online. E’ un punto di vista fondamentale, perché sposta l’obiettivo dall’età degli utenti al funzionamento dei social network. Ci torneremo.
Fin qui insomma tanto rumore – e tante parole – per quasi nulla. La vera svolta, l’accelerazione c’è stata a gennaio. Durante il World Economic Forum di Davos. Quello aperto sotto la minaccia di Donald Trump di prendersi la Groenlandia «con le buone o con le cattive»; e che aveva visto la replica orgogliosa del presidente francese Emmanuel Macron il quale dal podio aveva parlato con degli stilosissimi occhiali da sole. A margine del Forum, il 21 gennaio, Macron aveva incontrato proprio Jonathan Haidt e non per caso. Al termine il presidente francese avrebbe scritto sui suoi profili social: «Incontro fondamentale con Jonathan Haidt» (definito, chissà perchè whistleblower) -, «assieme stiamo conducendo una battaglia fondamentale per riprenderci il controllo dai social, dagli algoritmi e dalle piattaforme e proteggere i nostri bambini e gli adolescenti. La Francia sarà un pioniere su questo campo».
Non sappiamo quanto una presa di posizione così netta sia stata facilitata dalla recentissima rottura con Donald Trump sulla politica estera, se non sia stato anche un modo per mandare un segnale al presidente Usa. Uno schiaffo alla sua America. Ma sappiamo che appena tornato a Parigi Macron ha davvero annunciato che la Francia avrebbe approvato in fretta una proposta di legge per un divieto a 15 anni a partire da settembre. In Francia il limite – non applicato – era già di 15 anni; quello che cambierà è l’adozione dei principi del Rapporto French, in particolare il «Duty of Care» in carico alle piattaforme e la verifica puntuale dell’età degli utenti. Una svolta netta.
Passano solo 10 giorni e anche il premier spagnolo, Pedro Sanchez, parlando ad un evento a Dubai che apparentemente non c’entrava nulla col tema, annuncia una serie di misure «per contrastare i danni causati dai social network», tra le quali spicca un divieto, in modalità australiana, cioè senza scappatoie, per gli utenti sotto i 16 anni (il precedente limite in Spagna era di 14).
Ma insomma, qual è l’età giusta per iniziare una vita social? Ha ragione la Francia, indicando 15? O la Spagna che invece sceglie i 16? O andavano bene anche i 13 anni purché reali e verificati? Sul punto Jonathan Haidt, ormai assurto al ruolo di vate, è chiaro: «Più alta è l’età, maggiore è la protezione: 18 è meglio di 16, 16 è meglio di 15, 15 è meglio di 13. Ogni passo avanti va celebrato». Ma è davvero così? L’ideale allora sarebbe non usarli proprio, i social network?
Per rispondere vediamo come stanno andando le cose in Australia, a circa tre mesi dall’entrata in vigore del divieto.
A gennaio erano stati rimossi quasi cinque milioni di profili di utenti con meno di 16 anni sui social o su altri siti con limiti diversi, come i siti porno. Chi non adotta misure efficaci per impedire ai minori di accedere ai propri servizi rischia sanzioni fino a 49,5 milioni di dollari australiani irrogate da un nuovo regolatore, il Commissario alla sicurezza digitale, che ha ampi poteri in materia. Per la verifica dell’età vanno bene diverse soluzioni: il documento di identità, la stima biometrica fatta da una intelligenza artificiale, la conferma da parte dei genitori e il ricorso a soluzioni tech che garantiscono la privacy degli utenti. Una sola certezza: l’autodichiarazione non basta più.
Tutto bene allora? Non proprio. Infatti contro questa legge non si sono mosse solo alcune aziende tech (come Reddit) o i movimenti libertari; ma due 15enni che hanno portato il governo australiano davanti alla Corte Suprema dicendo che il divieto dei social viola i loro diritti, in particolare quelli di informarsi e di fare attività politica. Non è una sfida da sottovalutare. I due si chiamano Noah Jones e Macy Neyland e visto che non hanno profili social non si sa molto di loro. Si sa che sono sostenuti da un gruppo chiamato Digital Freedom Project, guidato dal parlamentare del Nuovo Galles del Sud John Ruddick, del Partito Libertario, una formazione marginale di estrema destra che propugna la libertà assoluta del singolo – compresa quella su materie come porto d’armi e uso delle droghe – e la riduzione delle competenze dello Stato. Una cosa che piacerebbe a Elon Musk, insomma. Mistero sui finanziatori, ma non ci sarebbero aziende della Silicon Valley pare.
Il ricorso è stato depositato il 26 novembre, due settimane prima che il divieto entrasse in vigore; e il 4 dicembre l’Alta Corte lo ha dichiarato ammissibile. La sentenza è attesa per la fine di quest’anno e non sarà di poco peso. I ricorrenti infatti sostengono che questo divieto danneggi due milioni e mezzo di giovani australiani della loro libertà di comunicazione politica, prevista dalla Costituzione; ed evidenziano come ci fossero alternative meno draconiane per ottenere il risultato di proteggere i minori. Agli atti ci sono le loro dichiarazioni. Sostiene Noah Jones (in una intervista tv del 19 dicembre): «Sono contro questo divieto perché noi giovani australiani saremo completamente messi a tacere e tagliati fuori dal nostro Paese e dal resto del mondo. Siamo cresciuti con i social per tutta la vita, e ora ci vengono tolti di colpo. Non sapremmo nemmeno cosa altro fare». Sostiene Macy Neyland: «I giovani come me sono i votanti di domani… non dovremmo essere messi a tacere. Tutto ciò mi ricorda 1984 di George Orwell e mi spaventa». Il problema è che quando li ascolti ti sembra che non abbiano tutti i torti.
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17 marzo 2026 ( modifica il 17 marzo 2026 | 10:36)
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