Il punto della situazione, ad ora
(Luca Angelini) I ministri degli Esteri riuniti a Bruxelles hanno discusso anche di Ucraina. Il ministro Tajani ha ribadito al segretario generale della Nato Mark Rutte «l’impegno dell’Italia a sostenere l’Ucraina in questo momento e la condanna dell’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa», con tutte le conseguenze che questo comporta a partire dal mantenimento delle sanzioni su Mosca «per convincerla a venire a più miti consigli. Tajani non condivide l’ipotesi sollevata dal premier belga Bart De Wever di tornare ad acquistare idrocarburi russi o di negoziare un accordo con Mosca per la fine della guerra: «Non siamo per cambiare posizione sull’acquisto di petrolio russo», ha detto Tajani (l’altro vicepremier, Matteo Salvini, non perde occasione di far sapere che pensa il contrario). Ha però concesso che «una volta arrivata la pace comincerà una nuova stagione» e «finita la guerra bisognerà parlare con la Russia che è un grande Paese». Va peraltro ricordato che l’Ue ha deciso con una legge (non solo con le sanzioni) l’addio definitivo agli idrocarburi russi entro la fine del 2027, a prescindere dalla guerra.
Sui rapporti con Mosca continuano, peraltro, a tener banco da un lato la partecipazione russa alla Biennale di Venezia, dall’altro l’incontro, svelato dal Corriere, fra il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli (Fratelli d’Italia) e l’ambasciatore russo a Roma Alexey Paramonov. Sulla prima vicenda, il ministro della Cultura Alessandro Giuli starebbe ancora meditando se disertare o meno, giovedì, il primo evento ufficiale della manifestazione veneziana. Il ministro ha chiesto al presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, di inviargli «con urgenza» tutte le carte del Padiglione russo (realizzato dal Cremlino sul terreno concesso dal Comune di Venezia), compresa la corrispondenza tra la Biennale e i curatori di Mosca degli ultimi tre mesi, perché il sospetto del ministro è che si siano già messi d’accordo sul modo di aggirare le sanzioni internazionali. L’Ucraina ha già protestato con Giuli («É inaccettabile la presenza russa») e 22 Paesi europei hanno scritto una lettera a Buttafuoco per chiedergli di ripensarci. L’Ue, in caso di violazioni che dovessero emergere dalla visione dei documenti, è pronta a bloccare un finanziamento da 2 milioni di euro. «Quello che è certo – scrive Fabrizio Caccia – è che la frattura tra i due esponenti della destra italiana, il ministro della Cultura e il presidente della Biennale (anche ieri sostenuto dal leader della Lega Matteo Salvini), appare ormai difficilmente sanabile».
Quanto a Cirielli, ha spiegato così l’accaduto: «Non è un’anomalia: se un ambasciatore accreditato chiede di parlare, ci parliamo. E in genere per prassi con l’ambasciatore parla il viceministro». Le opposizioni, però, temono che qualcosa stia cambiando nella posizione del governo italiano verso Mosca e insorgono. Su tutti Carlo Calenda, leader di Azione: «Ricordo a Tajani che la Russia ha attaccato più volte il presidente della Repubblica e conduce continui attacchi ibridi contro l’Italia, come più volte ricordato anche dal ministro Crosetto. Cercate di difendere la dignità delle istituzioni e ammettere il grave errore: Cirielli deve lasciare».
Simone Canettieri consegna questo retroscena da Palazzo Chigi: «Dentro Fratelli d’Italia la linea è apparsa subito chiara: silenzio, non si interviene, nessuna batteria di dichiarazioni, anche davanti alle richieste di dimissioni di gran parte delle opposizioni. Una cosa mai accaduta prima. Tajani e Meloni di prima mattina si sentono e concordano il da farsi: sarà il ministro degli Esteri a spiegare e circoscrivere il caso, non la premier. Descritta, da fonti di governo, “amareggiata” per questo pasticcio che non doveva tornare a galla» (sia Tajani che Meloni avrebbero saputo solo all’ultimo minuto dell’incontro, mentre il Quirinale ne sarebbe rimasto del tutto all’oscuro).
Commenta Massimo Franco nella sua Nota: «Se anche tutto è avvenuto “alla luce del sole, alla Farnesina”, come sostengono Tajani e Cirielli, il contorno appare un po’ opaco. E il silenzio di Giorgia Meloni sull’iniziativa di un esponente di governo di FdI incornicia l’intera vicenda in un alone di disappunto: anche perché la premier ha seguito una politica lineare contro l’aggressione russa. Il timore di Palazzo Chigi è che nei circoli diplomatici occidentali si confonda un gesto forse poco meditato e un difetto di comunicazione con una revisione della politica verso il regime di Mosca: magari legando il colloquio all’invito di artisti russi alla Biennale di Venezia, che vede lo scontro tra esponenti di FdI; e al “sì” alle forniture di gas russo, caldeggiato dal vicepremier leghista Matteo Salvini».
(Questo articolo è apparso su PrimaOra, la newsletter del Corriere. Per riceverla basta iscriversi a Il Punto, e lo si può fare qui).