di
Valentina Rorato

Le madri con due o tre figli tendono a essere più longeve, lo sono meno se non hanno avuto figli o ne hanno avuti più di tre. I motivi biologici da ricercare nel «compromesso energetico»

Esiste un legame profondo tra la storia riproduttiva di una donna e la sua aspettativa di vita, un intreccio che la biologia evolutiva tenta di decifrare da decenni e che oggi trova nuove conferme molecolari. 

Secondo una vasta ricerca condotta dall’Università di Helsinki e dal Minerva Foundation Institute for Medical Research, pubblicata su Nature Communications, il numero di gravidanze e il periodo in cui avvengono influenzano l’invecchiamento cellulare e la longevità.



















































Lo studio 

L’indagine ha monitorato per quasi mezzo secolo (dal 1975 a oggi) circa 15.000 donne. I dati parlano chiaro: le madri con due o tre figli tendono a essere più longeve. Al contrario, chi ha avuto più di quattro gravidanze mostra segnali di un decadimento fisico accelerato e una durata della vita inferiore.

Gli orologi epigenetici (nel sangue)

Perché accade? La risposta risiede nella «teoria della storia della vita». Come spiega la ricercatrice dell’Università di Helsinki, Mikaela Hukkanen, «gli organismi dispongono di risorse limitate. Se molta energia viene investita nella riproduzione, questa viene sottratta ai meccanismi di riparazione e mantenimento dei tessuti». Si tratta di un vero e proprio compromesso energetico: il corpo «paga» la prole con l’usura cellulare. 

La vera novità dell’analisi risiede nell’impiego degli orologi epigenetici. Analizzando i campioni ematici di oltre mille partecipanti, gli esperti hanno misurato l’invecchiamento dei tessuti, scoprendo che la molecola conferma le tendenze demografiche: le gravidanze avvenute tra i 24 e i 38 anni sono associate a modelli di senescenza più favorevoli. 

E non è tutto: chi ha avuto molti figli – o nessuno, per ragioni che potrebbero includere lo stile di vita o condizioni pregresse – risulta organicamente più «vecchio» della propria età anagrafica.
Un dato inatteso riguarda proprio chi non ha avuto figli: anche in questo gruppo è stato rilevato un invecchiamento più rapido rispetto a chi ha vissuto poche gravidanze. Tuttavia, gli scienziati invitano alla cautela: tale esito potrebbe essere influenzato da variabili esterne, sociali o mediche, difficili da isolare completamente.

Come leggere i dati 

Nonostante il fascino delle evidenze emerse, i coordinatori della ricerca sottolineano un punto fondamentale: queste conclusioni servono a leggere i cambiamenti sociali, non sono raccomandazioni per vivere più a lungo.
«Una persona biologicamente più anziana rispetto alla sua anagrafe ha un rischio di mortalità più elevato. I nostri riscontri dimostrano che le scelte di vita lasciano un’impronta duratura, misurabile molto prima della vecchiaia», afferma Miina Ollikainen, la professoressa di Epigenetica e autrice responsabile del progetto. «In alcune analisi, avere un figlio in giovane età è risultato associato a un invecchiamento precoce. Anche questo potrebbe ricollegarsi alla teoria evoluzionistica, poiché la selezione naturale può favorire una riproduzione anticipata per accorciare i tempi di generazione, pur comportando costi sanitari nel lungo periodo». 

Oggi le famiglie sono più piccole e l’età del primo parto è aumentata notevolmente rispetto al periodo analizzato (che comprendeva donne nate tra il 1880 e il 1957). Lo studio non stabilisce un rapporto di causa-effetto diretto, ma fotografa come le tappe riproduttive lascino una traccia indelebile nel nostro organismo.

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17 marzo 2026