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Redazione Online

Le parole di Joe Kent: «Guerra nata dalle pressioni di Israele». Il presidente Usa: «Felice che abbia lasciato»

«Dopo averci riflettuto a lungo, ho deciso di dimettermi dalla carica di direttore del Centro nazionale antiterrorismo, con effetto immediato. In coscienza, non posso sostenere la guerra in corso in Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni esercitate da Israele e dalla sua potente lobby americana». Con questo messaggio su X, Joe Kent, capo del Centro per l’antiterrorismo americano, ha dato oggi le sue dimissioni. Uno scossone per l’amministrazione di Donald Trump, che, naturalmente, si è affrettata a liquidare tutto, come un successo più che come  una sconfitta. «Sono tutte falsità», ha commentato il presidente.

Kent, che ha lasciato in polemica con l’attacco all’Iran, appartiene a quella categoria di americani che sembrano usciti da una lunga stagione di guerre invisibili: formati non nelle università o nei corridoi del potere, ma nei deserti e nelle operazioni senza nome.



















































Iran, le ultime notizie sulla guerra

Nato in Oregon nel 1980 in una piccola città chiamata Sweet Home, Kent in realtà ha vissuto lontano da casa, immerso nelle trincee del mondo e senza mai trovare davvero la serenità che il nome della sua comunità, equivalente a «dolce casa», prometteva: ha attraversato due decenni di conflitti come membro delle forze speciali dell’esercito, era uno dei Green Berets, i «Berretti Verdi», con undici missioni alle spalle, in Iraq e Medio Oriente, prima di transitare nell’ombra ancora più fitta della Cia.

La sua carriera è il prodotto diretto dell’America post-11 Settembre, un Paese che ha esportato la propria sicurezza in terre lontane e ha costruito una classe di guerrieri-intellettuali dell’intelligence, abituati a leggere il mondo come una mappa di minacce.

Ma, come spesso accade nelle biografie americane più cariche di simbolismo, la traiettoria pubblica di Kent non può essere separata da una tragedia privata. Sua moglie, Shannon, anche lei militare e parte della macchina della sicurezza nazionale, rimase uccisa in Siria nel 2019 in un attentato suicida. Quella tragedia ha finito per segnare per sempre la storia di Kent, e a spingerlo ad abbracciare la lotta al terrorismo come unica missione di vita.

Ma Kent, a differenza di molti uomini usciti da quel mondo, non ha trovato un approdo lineare nella politica americana. È stato libertario, poi democratico, infine repubblicano trumpiano, populista suprematista, un percorso che non è tanto incoerente quanto rivelatore di un’epoca in cui le ideologie contano meno delle fratture. Le sue campagne elettorali nello stato di Washington sono fallite per ben due volte, nel 2022 e nel 2024, ma lo hanno reso visibile a una galassia politica attratta da figure anti-establishment, dure e irregolari.

La sua ascesa a direttore del National Counterterrorism Center, sotto Trump, che lo aveva nominato il 3 febbraio 2025, è stata al tempo stesso logica e sorprendente.

Logica, perché Kent possedeva le credenziali – guerra, intelligence, tragedia personale – che in America costituiscono una forma di legittimità morale. Sorprendente, perché portava con sé un bagaglio politico controverso: contatti con ambienti dell’estrema destra, legami con i Proud Boys, complottista, un linguaggio più vicino alla rabbia populista che al lessico prudente della sicurezza nazionale.

E tuttavia, come in molte storie americane recenti, la contraddizione non è un incidente ma la sostanza stessa del personaggio. Kent è stato, fino alla fine, un uomo delle istituzioni e un loro critico. Occupava le stanze del potere, ma ragionava come se fosse ancora sul campo. Ha incarnato una destra che diffida delle guerre all’estero pur avendone tratto energia per decenni.

Le sue dimissioni con cui ha accusato Trump di «aver subito le pressioni di Israele» mentre l’Iran «non rappresentava nessuna minaccia» all’America, sono diventate una confessione pubblica

«Sono felice che se ne vada, sosteneva che l’Iran non era una minaccia», ha detto Trump commentando le dimissioni di Kent. «Era un bravo ragazzo ma molto debole sulla sicurezza», ha aggiunto, minimizzando poi l’idea che Israele abbia influenzato la sua decisione di attaccare l’Iran, definendo il Paese «un partner». «Ero contro l’Iran molto prima ancora di pensare che Israele potesse essere contro l’Iran», ha aggiunto il presidente americano.

La sensazione, dicono adesso i commentatori, è che Kent, con quel gesto clamoroso, non è solo un individuo, ma un sintomo. Rappresenta una corrente anche all’interno del populismo americano che non sopporta le mire imperialiste del presidente, se queste mettono a rischio la vita dei soldati.

In Iran sono morti finora tredici militari e riservisti americani, e più di duecento sono rimasti feriti, ma il modo in cui le cifre emergono con il passare del giorno, il modo con cui il Pentagono li centellina, lascia il dubbio che il bilancio possa essere ancora più grave. Kent ha visto morire i compagni, ha perso la moglie, conosce il peso delle scelte estreme.

Con questo atto non ha voluto passare dall’altra parte della barricata, schierarsi con i politici, e voltare le spalle ai soldati. Gli unici, assieme ai civili, che pagano il prezzo di una guerra da loro mai voluta. E nessuno più di Kent, in questo momento, può dirlo.

17 marzo 2026 ( modifica il 17 marzo 2026 | 19:49)