di
Francesco Bertolino
L’Italia ha una flotta di otto cacciamine con equipaggi di circa 40 operatori specializzati: i droni per arrivare a 3000 metri e l’apporto umano
Hormuz è uno stretto minato o no? Fra minacce e smentite, il dubbio è ormai seminato ed è sufficiente a bloccare i traffici nel braccio di mare, attraverso il quale fluiva il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto globali. Se davvero, però, l’Iran ha posato mine a Hormuz, allora il blocco di questa arteria globale rischia di durare a lungo, anche oltre l’eventuale fine delle ostilità.
L’esperienza della Marina
Economiche e facili da piazzare, infatti, le mine navali sono ancora oggi le armi con maggior potere di deterrenza e la loro eventuale presenza nello stretto iraniano potrebbe avere effetti dirompenti sui commerci e sulle economie globali. Un’operazione di sminamento richiede infatti mesi. La Marina Militare italiana ne ha effettuate diverse a partire dagli anni ’90 non solo per bonificare le acque dell’Adriatico dopo i conflitti nell’ex Jugoslavia, ma anche per ripulire quelle mediorientali al termine delle due guerre del Golfo.
La flotta di cacciamine
Oggi la quinta divisione navale – un’unità di eccellenza in ambito Nato – dispone di otto cacciamine, ormeggiati nel porto di La Spezia. Sono imbarcazioni speciali, lunghe circa 50 metri, prodotte dall’azienda italiana Intermarine (gruppo Immsi) che ne fornisce anche alle Marine di Stati Uniti, Finlandia, Australia, Algeria, Malesia, Tailandia e Nigeria. A differenza delle navi da guerra, gli scafi dei cacciamine non sono in acciaio ma in vetroresina, amagnetici, e i motori sono montati in maniera tale da quasi azzerare rumori e vibrazioni. Queste peculiarità consentono loro di risultare “invisibili” ai sensori magnetici e acustici degli ordigni navali: di non diventare cioè bersaglio delle mine, ma di andarne, appunto, a caccia.
La ricerca di ordigni
Ciascuno degli otto cacciamine italiani ha un equipaggio di circa 40 operatori, tra cui anche subacquei specializzati che si addestrano costantemente nelle acque dei porti italiani e dello stretto di Messina. Attraverso sonar sono in grado di scandagliare tratti di mare alla ricerca di mine – affioranti, all’ancora o da fondale – per poi farle brillare.
Un tempo, erano membri dell’equipaggio a occuparsi di piazzare cariche esplosive, esponendosi a rischi enormi. Oggi i palombari si avvicinano raramente, perlopiù per raccogliere informazioni di intelligence sulle caratteristiche e la probabile provenienza delle mine. Grazie alle nuove tecnologie, le operazioni di contro minamento sono affidate a droni marini pilotati da remoto dal personale altamente specializzato di bordo.
I droni marittimi
A questi, di recente, si sono aggiunti nuovi veicoli autonomi e dotati di intelligenza artificiale che possono arrivare fino a 3000 metri di profondità e sono cruciali nelle attività di pattugliamento e protezione di infrastrutture subacquee strategiche come oleodotti e cavi di telecomunicazione sottomarini. D’altra parte, anche i cacciamine hanno fatto un salto tecnologico negli ultimi anni tanto da spingere l’Italia a ordinare a Intermarine e Leonardo cinque unità di nuova generazione, lunghe oltre 60 metri, che saranno consegnate a partire dal 2029.
Lo stretto di Hormuz
Mentre altre Marine, come quella francese e britannica, hanno virato con decisione solo sui droni autonomi, quella italiana ha optato per il mantenimento dei cacciamine con equipaggio, affiancati dai nuovi mezzi autonomi, sia di superficie (Intermarine ne sta sviluppando di innovativi), sia subacquei, sia aerei. Se non si conoscono i limiti del campo minato, del resto, è impossibile sapere dove fermarsi con le navi porta-droni per iniziare le attività di ricognizione. E i cacciamine tornano indispensabili per muoversi in sicurezza e con rapidità. Caratteristiche che potrebbero rivelarsi cruciali per un eventuale sminamento del canale di Hormuz e per una pronta ripresa dei flussi commerciali globali.
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17 marzo 2026 ( modifica il 17 marzo 2026 | 08:04)
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