La guerra in Iran sarà l’equivalente di un’altra Ucraina per gli europei, esposti a uno choc energetico che rivela la loro vulnerabilità, e la loro disunione? Che dire della Cina, dopo la cancellazione (o rinvio) della visita di Trump?

C’è una gran fretta di chiudere questa guerra subito e proclamare la sconfitta dell’America e di Israele. È comprensibile. Né Donald Trump né Bibi Netanyahu godono di una grande popolarità di questi tempi. Per il presidente americano questa constatazione si applica alla sua stessa opinione pubblica, oltre che al resto del mondo.



















































                       Guerra in Iran, tutti gli aggiornamenti

La voglia di vedere questo conflitto come il castigo finale che la Storia infligge a due Grandi Satana, è irresistibile. E può darsi benissimo che finisca male per loro. Le guerre sono spesso segnate da errori di calcolo, negli ultimi anni gli esempi abbondano. Putin, i suoi vertici militari e i suoi servizi segreti sbagliarono clamorosamente le loro previsioni sulla volontà e capacità di resistere dell’Ucraina, che doveva arrendersi in due settimane e li tiene in scacco da quattro anni. In Medio Oriente un macroscopico sbaglio di valutazione è stato commesso da parte del regime degli ayatollah il 7 ottobre 2023: appoggiando Hamas perché scatenasse quel massacro di ebrei, i dittatori di Teheran non seppero prevedere la reazione di Israele. Per alcuni di loro è suonata quel giorno la condanna a morte.

Non si può escludere che dopo quei marchiani errori strategici della Russia e dell’Iran, due settimane fa siano stati Trump e Netanyahu a sbagliare a loro volta, sottovalutando la capacità di resistenza del regime iraniano. Forse ingannati dalle rivolte popolari di inizio gennaio, hanno creduto che il regime fosse più fragile di quanto si sta rivelando?

Ma i bilanci delle guerre non si fanno nel vivo del conflitto, tantomeno nelle sue fasi iniziali. A Pearl Harbor, o all’inizio dell’Operazione Barbarossa, le sorti della seconda guerra mondiale sembravano molto diverse. Ma anche due settimane dopo l’invasione dell’Afghanistan nel 2001 o quella dell’Iraq nel 2003, nessuno poteva prevedere l’esito finale. A due settimane dall’inizio dell’offensiva israelo-americana, è consigliabile esercitare prudenza. E prima di decidere che la guerra l’hanno già persa Trump e Netanyahu, è utile passare in rassegna come stanno tutti gli altri.

Xi Jinping si vede sottrarre, per il momento, un trofeo ambito come la visita ufficiale a Pechino di Trump, che era stata fissata dal 31 marzo al 2 aprile. Era evidente che Xi ci teneva molto, in una fase delicata per lui: crisi economica, segnali di tensioni interne al regime rivelati dalle purghe dei generali, e l’avvicinarsi di un delicatissimo evento come la fine del terzo e l’inizio di un quarto mandato imperiale dello stesso Xi. Molti osservatori avevano attribuito proprio alla prossimità del vertice con Trump la grande cautela cinese sull’Iran. La diplomazia della Repubblica Popolare ha condannato sì l’attacco americano, ma in termini abbastanza blandi, e senza che alle parole seguissero azioni concrete. Può darsi che la Cina stia continuando a fornire armi o consulenza ai Guardiani della Rivoluzione Islamica, ma questo sarebbe solo una continuità con la tradizione, non una escalation. La verità è che la Cina mette in mostra la sua vulnerabilità energetica ogni volta che scoppia una crisi in Medio Oriente: compra il 90% del petrolio iraniano, e in certe fasi Teheran ha rappresentato quasi un quinto di tutti gli approvvigionamenti cinesi (anche perché è petrolio scontato e pagato in renminbi anziché dollari). La Repubblica Popolare, per quanto si presenti come una superpotenza verde, continua ad essere la più grande consumatrice di energie fossili del pianeta.

APPROFONDISCI CON IL PODCAST

La visita di Trump a Pechino era carica di attese, molti dovevano essere i dossier bilaterali da discutere. In primo luogo le forniture di armi americane a Taiwan: sono in arrivo contratti da 11 miliardi di dollari, che Trump ha solo sospeso quando ancora si stava preparando a incontrare Xi. L’attivo commerciale cinese verso il resto del mondo continua a salire ma questo conferma soltanto che la Cina ha bisogno di conservare i suoi sbocchi globali, e la svolta protezionista dell’America la preoccupa. Ora che Trump ha messo in standby la sua visita a Pechino, non è escluso che la mossa preluda alla richiesta di contropartite. Ce n’è una in cima a tutte, che gli viene richiesta in modo pressante dal mondo MAGA: visto che dallo Stretto di Hormuz l’Iran lascia passare le navi cisterna col petrolio riservato ai cinesi, perché Pechino non si adopera per garantire la sicurezza di quelle acque e la libertà di navigazione per tutti, in coerenza col suo approccio globalista e multilateralista? E perché non smette di sovvenzionare i Pasdaran e i loro armamenti, visto che sottopongono il mondo intero a uno choc energetico di cui la Cina e i suoi principali clienti in Asia e in Europa sono le vittime?

Questo ci porta all’Europa. La quale si trova, con la virtuale chiusura dello Stretto di Hormuz, di fronte a una crisi simile a quella che iniziò nel febbraio 2022 dopo l’attacco di Putin all’Ucraina. Oggi come quattro anni fa, l’Europa è sottoposta a uno choc energetico che mette a nudo la sua dipendenza e quindi la sua fragilità. Come quattro anni fa lo shock è provocato dall’intervento di un attore esterno che ritiene di avere meno da perdere dell’Europa. Nel 2022 il calcolo di Putin era che l’Europa non avrebbe osato reagire contro Mosca mettendo a repentaglio la propria sicurezza energetica (in parte gli europei hanno convalidato le sue previsioni visto che quattro anni dopo continuano a comprare energia da lui, finanziandogli la guerra). Inoltre Putin conosceva bene lo stato di disarmo dell’Europa, che la rende non tanto “pacifista” quanto arrendevole per assenza di alternative.

In Iran lo schema si ripete, con poche varianti. Se uno pensa che questa sia una guerra scatenata dall’America senza valide ragioni, deve prendere atto che l’iniziatore ne subisce meno danni dell’Europa, vista l’autosufficienza energetica degli Stati Uniti. Se uno focalizza invece l’attenzione sulle rappresaglie iraniane, sia militari sia geoeconomiche, constata che ancora una volta l’Europa è in prima linea nell’incassare danni elevati, ma non ha di che difendersi. Macron ha mandato una sua mini-flotta nel Mediterraneo, ma di fronte alla richiesta Usa di partecipare alla messa in sicurezza di Hormuz ha risposto: solo quando i combattimenti saranno finiti (presumibilmente non ci sarà più bisogno di scortare le petroliere, a quel punto). Starmer è in una posizione analoga, ha accettato una mini-mobilitazione militare con riluttanza e solo quando l’Iran ha minacciato una sua base a Cipro, ma per motivi di politica interna non può permettersi di essere associato a Trump nel Golfo Persico. Merz è stato il più trumpiano di tutti all’inizio di questa guerra, poi ha messo in sordina il suo appoggio all’America per lasciar passare alcune elezioni regionali importanti. Comunque Merz è irritato per la mossa di Trump che ha levato le sanzioni sul petrolio russo. Ma tutto il dibattito sulla guerra in Iran avviene in Germania sullo sfondo di una scomoda verità: quand’anche Berlino volesse fare qualcosa, in Medio Oriente le sue capacità militari sono vicine allo zero.

Trump su Hormuz ha alternato dichiarazioni contrastanti e incoerenti, come sempre. Nelle occasioni in cui ha tirato in ballo la Nato (salvo ripensarci) il sottofondo era questo: se Hormuz è un’arteria strategica per l’economia europea, mentre lo è molto meno per quella americana, dove sono gli europei quando qualcuno minaccia di scagliare missili o droni o mine contro le navi mercantili che traversano lo Stretto? Come con la Cina di Xi, Trump ogni tanto mette sul tavolo del negoziato quel ruolo che l’America ha svolto “gratis” per 80 anni: garante della libertà di navigazione anche in mari molto distanti dalle sue coste, anche lungo rotte da cui dipende l’approvvigionamento altrui. Certo durante quegli 80 anni la classe dirigente americana ha sempre ritenuto di avere un interesse a farlo. Ma nel momento in cui un “provocatore” come Trump mette a nudo in modo brutale che le sue flotte e forze armate stanno erogando un servizio ad altri, rivela le contraddizioni altrui.    

Dall’Europa in questi giorni è venuto un solo messaggio omogeneo e unitario: «Questa non è la nostra guerra. Non l’abbiamo iniziata, non l’abbiamo voluta, non ne condividiamo gli obiettivi e per la verità non li conosciamo neppure, vista la contraddittorietà delle affermazioni di Trump». Da qui a esprimere una strategia, ce ne vuole. In effetti non esiste una linea comune tra i protagonisti maggiori, Germania Francia e Regno Unito. Se si aspettano che alla fine del conflitto – chiunque ne esca vincitore – qualcuno in Medio Oriente o altrove sia grato all’Europa di essere rimasta alla finestra, allora non hanno studiato le lezioni del passato. Eppure il precedente più vicino è ancora fresco nella memoria: è Gaza. Dove gli europei si sono spesso dissociati da quel che faceva Trump, hanno quasi sempre condannato Netanyahu, ma a parte questo non hanno mai parlato con una voce sola, e sul futuro di Gaza nessuno li sta ascoltando.

17 marzo 2026, 13:18 – modifica il 17 marzo 2026 | 19:37