di
Guido Olimpio

Colpi a est dello stretto di Hormuz, dove si trovano depositi e porti strategici. Nel mirino le navi cisterna. Sotto attacco anche il Sultanato (che ospita basi britanniche)

La sfida su Hormuz va oltre le forche caudine dello Stretto. Lo rivelano i precisi strike iraniani sugli impianti per il greggio a Fujairah, uno dei sette mini-Stati che compongono gli Emirati, e contro le petroliere nel Golfo di Oman. Bersagli a oriente del passaggio marittimo oggi sotto una minaccia costante.

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I colpi dei pasdaran servono a compromettere quanto più possibile le esportazioni petrolifere incidendo sulla logistica, sui trasporti, sui depositi. Chiara l’attenzione su Fujairah, punto di arrivo della pipeline che evita, per via terrestre, Hormuz. La sola a rappresentare un’alternativa insieme a quella che dall’Arabia Saudita porta a Yanbu sul Mar Rosso e che negli ultimi giorni ha visto aumentare il flusso. 

Altrettanto seri i tiri riservati alle navi-cisterna, al fine di costringere le compagnie a stare alla larga: non possono entrare nel Golfo e, allo stesso tempo, hanno da temere se accostano a Fujairah. La geografia, mai così rilevante, aiuta le mosse della Repubblica islamica e conta molto la lunga preparazione militare. 

Le unità dei guardiani, oltre ad avere una conoscenza dello spazio marittimo, hanno avuto modo per addestrarsi in passato. Già nel 2019 gli iraniani hanno compiuti azioni nel settore ricorrendo a droni-kamikaze e forse anche a mine durante la prima fase del duello, allora a distanza, con Israele. L’Idf replicava con sabotaggi o attività analoghe. 

E una volta esploso il conflitto hanno alzato il livello delle incursioni selezionando attentamente i target. Le tabelle compilate da fonti ufficiali ed esperti presentano un quadro completo di quanto sta avvenendo. Le monarchie sunnite hanno dovuto fronteggiare 5.175 vettori (più droni che missili), quasi il 70 per cento della rappresaglia Vera Promessa 4, con gli Emirati al primo posto. 

Da qui i danni ai grandi depositi di Fujairah, con conseguenti pause e blocchi dell’attività concentrata peraltro in un’area non vastissima, particolare che rende meno complicata l’aggressione dell’avversario. 

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Il lungo braccio di Teheran si è spinto, però, ancora più a sud, fino a raggiungere due scali omaniti: il porto di Duqm e quello di Salalah. Il primo è usato per scopi civili ma svolge ruolo d’appoggio per le Marine indiana e britannica. Il secondo è importante in quanto «serve» l’Oceano Indiano e rappresenta l’inizio di un corridoio terrestre che porta allo Yemen.

L’Oman, che si è sempre distinto come mediatore tra Usa e l’Iran, ha incassato numeri inferiori di attacchi, episodi minori sufficienti però a far scattare l’allarme riguardo rischi potenziali e riflessi della crisi in una zona lontana. Teheran, con qualche imbarazzo, ha negato il suo coinvolgimento, ha insinuato che si sia stata una provocazione, però non è bastato ad allontanare i sospetti. Il Sultanato è in una posizione particolare all’insegna di una politica sintetizzata dalla formula «amico di tutti, nemico di nessuno». 

Una scelta del defunto leader Qaboos dopo le fiamme della rivolta nel Dhofar (fine anni ’70), domata anche grazie all’aiuto dello Scià di Persia e all’appoggio dei commandos inglesi, tra i quali si distinse il famoso Ranulph Fiennes, in seguito esploratore, recordman, amico del futuro re Carlo. L’apertura al dialogo continuato dall’attuale sheikh Tariq gli ha permesso di chiudere un occhio sui traffici in favore degli Houthi filoiraniani, di concludere intese militari con New Delhi e con Londra.

 I britannici dispongono di almeno tre installazioni, di cui una «segreta» nella penisola settentrionale di Musandam. Una stazione dell’intelligence davvero vicina ad Hormuz. A conferma di come l’Oman sia retrovia preziosa c’è l’annuncio da parte del governo locale della creazione di un centro di smistamento a Sohar attraverso il quale passeranno rifornimenti di prodotti alimentari destinati agli Emirati. La distanza tra la città e Dubai è di circa 220 chilometri, un percorso relativamente breve in una situazione di emergenza. 

18 marzo 2026 ( modifica il 18 marzo 2026 | 08:15)