Solo perché lo voleva il capo: Zaccaria Mouhib, alias Baby Gang, oltre 6 milioni e mezzo di ascoltatori mensili su Spotify, una lunga lista di precedenti. Ieri all’alba per il rapper si sono aperte di nuovo le porte del carcere — stavolta quello di Busto Arsizio – nell’ambito di un’indagine dei carabinieri coordinata dalla Procura di Lecco guidata da Ezio Domenico Basso. Con lui sono finite in cella altre persone considerate parte del suo entourage. Le accuse, a vario titolo, parlano di armi, comprese quelle da guerra (detenzione, cessione, porto illegale, ricettazione), rapina, lesioni.
Per Mouhib si aggiunge il capitolo più cupo: maltrattamenti e lesioni alla compagna, una ventiduenne italiana che – secondo gli atti – sarebbe stata sottoposta a controlli continui, umiliazioni e aggressioni. «Devi rimanere al tuo posto, sei nella condizione in cui non puoi parlare». Lei non ha mai presentato denuncia. Tredici indagati, molti di origine nordafricana cresciuti tra Lecco e la Brianza, un italiano ventenne e altri soggetti dell’hinterland milanese. Nove le misure di custodia cautelare in carcere (sette eseguite).