di
Paolo Valentino

Il politologo americano d’origine indiana al Corriere: «Ho sempre pensato che una Grande Potenza debba avere una certa moderazione in politica estera. Ma gli Usa hanno responsabilità globali»

«Le Grandi Potenze in genere non cadono perché conquistate da armate straniere, ma cadono perché si sovraccaricano di impegni verso la periferia, trascurando le sfide esistenziali. È ciò che sta facendo l’America». Considerato «il più influente analista politico della sua generazione», Fareed Zakaria è sempre molto attento ad applicare le lezioni della Storia nella lettura del presente. «C’è una tendenza irresistibile quando sei la potenza guida del sistema mondiale — dice al telefono da New York — a dilapidare tempo e risorse cercando di stabilizzare diverse parti del mondo, mettendo a posto regimi non graditi, risolvendo crisi momentanee e colmando vuoti di potere in regioni periferiche. Ma spesso dimentichi che la sfida centrale è l’emergere di nuove potenze globali che minacciano la tua egemonia». 

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Lei fa l’esempio della Gran Bretagna tra il 1880 e gli Anni Venti. 
«Sì, il periodo in cui l’impero britannico era al suo zenit, ma si trovò invischiato in posti come Sudan, Somalia, Iraq e Giordania dove impiegò centinaia di migliaia di soldati e spese decine di milioni di sterline. Mentre i leader inglesi dibattevano le strategie in Mesopotamia, dall’altra parte dell’Oceano gli Usa costruivano la più avanzata economia industriale mai vista al mondo. Ma anche dopo, in Europa dopo la Prima guerra mondiale, mentre la Germania riarmava e ricostruiva la sua industria, la Gran Bretagna era distratta dalle periferie dell’impero. Il risultato fu il collasso come potenza egemone». 

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Sta dicendo che intervenendo in luoghi come Venezuela, oggi Iran, domani forse Cuba, l’America pianta i semi della propria caduta? 
«Nessuna analogia è perfetta. Ma c’è una forte inclinazione degli Stati Uniti a guardare ai punti di instabilità nel mondo e cercare di fissarli, mettendo in gioco prestigio e risorse. Poi finisce come in Iraq e Afghanistan, dove abbiamo impiegato vent’anni per uscirne. Il rischio è quello di dimenticare le sfide centrali, che oggi sono Cina e Russia». 

Questa distrazione è colpa di Donald Trump, che in fondo ammira gli uomini forti come Putin e Xi Jinping e vuole dividere il mondo in sfere di influenza? 
«Trump non è stato il solo presidente a impegnare gli Usa in Medio Oriente negli ultimi 25 anni. È la tentazione imperiale, seguendo logiche che sono militari, politiche o morali. Pure, tutti erano consapevoli della sfida cinese e russa, ma quelle sono minacce di lungo periodo mentre queste sono crisi dell’attualità». 

Quale dovrebbe essere il ruolo primario e indispensabile degli Stati Uniti?
 
«Ancorare il sistema globale contro le ambizioni revisioniste di Pechino e Mosca. La Cina si tiene ben distante dalle crisi del Medio Oriente: investe nell’intelligenza artificiale, computer quantici, energie rinnovabili, batterie e robot, tutto quello che determinerà l’equilibrio futuro del potere globale. La Russia è determinata a distruggere la sicurezza europea e sabotare le democrazie occidentali con mezzi ibridi e militari. Ma Washington invece versa sangue e soldi per fare il poliziotto in Medio Oriente. Assurdo, tanto più che nel caso dell’Iran non c’era alcuna crisi, Trump l’ha fabbricata». 

È stato trascinato all’attacco da Israele?
«Respingo l’argomento della lobby israeliana in azione. Penso piuttosto che Trump sia stato persuaso da Netanyahu, che ha capito quali argomenti usare per convincerlo, facendo leva anche sulla sua vanità, manipolandolo perfino. Il premier israeliano è brillante in quello». 

Tornando alla sovraesposizione imperiale, lei sembra in qualche modo condividere almeno un argomento dei Maga, che vogliono l’America fuori da avventure militari esterne. 
«Su quello sono del tutto d’accordo con i Maga. Ho sempre pensato che una Grande Potenza debba avere una certa moderazione in politica estera. Dove dissento è che secondo me gli Usa hanno responsabilità globali. Ma poiché le loro risorse non sono infinite, occorre differenziare tra interessi vitali e periferici. Le grandi strategie stabiliscono sempre delle priorità. Sarebbe bello avere la democrazia in Iran, ma possiamo pagarne il prezzo? Non possiamo risolvere i problemi in ogni angolo del pianeta, America Latina, Medio Oriente, Africa. La Russia invece minaccia il nostro alleato più importante, l’Europa, che è anche la seconda più importante area dell’economia mondiale». 

Vede il rischio di un’invasione americana su vasta scala in Iran? 
«Sì, poiché abbiamo a che fare con Donald Trump. È un presidente imprevedibile, anche domani potrebbe dichiarare vittoria e chiudere la guerra e forse lo farà ad un certo punto. Ma d’altra parte, può anche arrabbiarsi, far prevalere le emozioni e decidere un’escalation. Non dedica tempo a valutare razionalmente scenari, opzioni, conseguenze, pro e contro. Il rischio maggiore è che temendo di apparire debole, decida di occupare l’isola di Kharg o qualcos’altro. A quel punto cadremmo nella trappola: abbiamo visto in Iraq e Afghanistan quanto siano pericolose e complicate quelle missioni, con ribellioni, guerriglia, attentati, vittime americane. Fai un cattivo investimento e getti ancora più risorse per cercare di recuperarlo». 

Mosca, almeno nel breve periodo, è la maggior beneficiaria della guerra in Iran. Che conseguenze avrà questo sul conflitto in Ucraina? 
«Negative. Lanciare l’attacco a Teheran è stata una follia, se si pensa all’Ucraina. I russi andavano male sul campo, dopo due anni gli ucraini stavano riguadagnando terreno. Ora, i sistemi di difesa antimissile vengono dirottati in Medio Oriente e Putin ha molti più soldi per finanziare la guerra. Questo allontana le prospettive di un accordo. Il risultato è che non solo non conseguiamo gli obiettivi in Iran, ma mettiamo a rischio quelli in Ucraina. Sfortunatamente l’Europa e il mondo ne pagheranno il prezzo».

18 marzo 2026 ( modifica il 18 marzo 2026 | 09:21)