di
Aldo Grasso
Quando debuttò, il reality era un dispositivo sociale sperimentale, spiare dieci sconosciuti era un brivido sociologico. Ddopo 26 anni, ha ancora senso questo baraccone?
La prima puntata del Grande Fratello è sempre la più difficile da interpretare: gli ingressi non finiscono mai, le dinamiche di gruppo sono appena accennate e, scorrendo il cast, sorge un dubbio: cosa significa oggi l’acronimo VIP?
La sensazione è quella di una promessa non mantenuta, dove la notorietà è spesso un concetto vago, quasi un’autodefinizione (self-label) per occupare uno spazio televisivo.
A condurre è tornata Ilary Blasi, dopo che Alfonso Signorini è stato messo in quarantena: immagino si volesse decisamente voltare pagina con una conduzione più «alla mano» (come in un mercato rionale), più urlacchiata, più superficiale.
La vera questione, però, è esistenziale: dopo 26 anni, ha ancora senso questo baraccone? Quando debuttò, il GF era un dispositivo sociale sperimentale. In un’epoca pre-social, spiare dieci sconosciuti era un brivido sociologico.
Oggi, quel brivido è stato ammazzato da Instagram e TikTok: la quotidianità esibita è il rumore di fondo delle nostre vite, non un evento speciale.
In questo scenario, la macchina narrativa del reality appare inevitabilmente logorata. I litigi, i triangoli amorosi e le strategie sembrano ormai recitati a soggetto, seguendo un canovaccio. Non c’è più sorpresa, solo una ritualità stanca che riproduce sé stessa.
Si sapeva che Antonella Elia e Adriana Volpe non si sarebbero nemmeno salutate (dobbiamo preoccuparci?); si sapeva, per affinità di carattere e intenti, che Selvaggia Lucarelli e Alessandra Mussolini, si sarebbero ritrovate faccia a faccia dopo gli scontri a «Ballando con le Stelle», dove la prima era giudice (di lotta e di governo) e la seconda concorrente.
Il GF non è più un esperimento, ma un pretesto per il commento collettivo. La sua vita vera non si svolge a Cinecittà, ma nelle timeline di X e nei talk pomeridiani.
Il «trash» qui diventa funzione: una lente deformante che trascina temi complessi nel pantano di una discussione goffa e banale.
Finché ci sarà un pubblico disposto a scambiare il pettegolezzo per analisi sociale, e finché gli inserzionisti monetizzeranno questo rumore, il GF resterà lì.
Non come specchio della realtà, ma come un monumento all’inerzia televisiva.
18 marzo 2026 ( modifica il 18 marzo 2026 | 10:28)
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