di
Gianluca Mercuri

Trump continua a ripetere che gli Stati Uniti stanno «stravincendo»: e dal punto di vista degli obiettivi militari, l’efficacia degli strike statunitensi e israeliani è fuori discussione. Ma ora che la prima fase volge al termine, cosa accadrà? Le analisi (e i dubbi)

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«Andiamo alla grande nella guerra. Stiamo stravincendo». E la richiesta di aiuto agli europei perché collaborino alla riapertura dello Stretto di Hormuz, richiesta peraltro respinta? «Francamente, nessuno ha mai visto una cosa del genere, e non ci vorrà molto tempo». Il solito Donald Trump baldanzoso ha risposto così martedì mattina alle domande della nostra Viviana Mazza. Difficile aspettarsi dal presidente americano un’analisi problematica di una guerra su cui ha detto molte cose confuse e contraddittorie.



















































Eppure nessuno dovrebbe avere le idee più chiare di lui, se non altro perché nessuno dovrebbe conoscere la situazione oggettiva meglio di lui: «L’uomo che ha accesso alle migliori informazioni di intelligence disponibili, Donald Trump, insiste nel dire che gli Stati Uniti e Israele stanno chiaramente vincendo, prima di lamentarsi del fatto che la Repubblica Islamica non si sta arrendendo – evidenzia un osservatore qualificato come Emile Hokayem -. Ma a quanto pare, i semplici dati statistici e la supremazia tecnologica non raccontano tutta la storia sull’andamento di una guerra».

Hokayem è il direttore dell’International Institute for Strategic Studies, e la sua ultima analisi ha un titolo – Chi sta vincendo la guerra? – che mette in luce contemporaneamente la difficoltà di chi asserisce di averla già vinta e i dubbi degli esperti, che devono distinguere tra obiettivi tattici e strategici, tra dinamiche di medio e lungo periodo, tra evidenze e apparenze.

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La prima fase sta finendo

Quello che sembra abbastanza chiaro è che, se non sta finendo la guerra, sta finendo la prima fase della guerra. Si può aggiungere che i comandi militari americani e israeliani l’avevano pianificata nei dettagli, e che il loro martellamento metodico – 13 mila attacchi in due settimane – ha prodotto risultati ragguardevoli: superiorità aerea indiscutibile, leadership nemica decimata, infrastrutture in gran parte distrutte

«A giudicare dai dati, il successo operativo della campagna è davvero sbalorditivo», è il commento di Hokayem. Che però non può fermarsi ai dati. I dati vanno analizzati e contemperati con l’analisi politica, le considerazioni sugli effetti economici. Perché «le mere metriche e la supremazia tecnologica non raccontano tutta la storia sulla traiettoria di una guerra». Ci sono infatti altre mosse dei presunti vincitori che dimostrano le loro incertezze, e dunque la distanza dall’obiettivo finale, qualunque sia, o qualunque sia diventato: «Spedire in fretta un’unità di marines da Okinawa, spostare sistemi di difesa aerea dalla penisola coreana e sollecitare le marine di Paesi ambivalenti, se non ostili, a schierarsi nella regione del Golfo non sono segni di panico, date le enormi capacità di Washington. Ma non sono nemmeno indicatori di previsioni fondate e di una pianificazione ben ponderata».

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E allora ecco che l’analisi si allarga, e spiega perché i presunti sconfitti, nelle presunte certezze trumpiane, sembrano lontanissimi dalla resa senza condizioni che il presidente ha preteso fin dai primi giorni. La ragione è puramente logica:

«Una buona strategia consiste nell’allineamento di fini e mezzi. Secondo questo criterio, gli iraniani non se la sono cavata male».
Vediamo come. Gli iraniani, che come si scrive puntualmente si preparavano da decenni a questa guerra esistenziale per il regime, erano ben consci di non avere difese aeree in grado di parare l’attacco congiunto della massima potenza mondiale e della massima potenza regionale. E allora hanno scelto di imporre il costo più alto possibile all’avversario militarmente più forte ma politicamente più vulnerabile. Perché Trump deve affrontare i dubbi dei suoi generali e funzionari (clamoroso l’abbandono del capo dell’antiterrorismo Joe Kent, con la motivazione che l’Iran non era una minaccia imminente e che Trump ha fatto quello che voleva Israele), i malumori della sua base elettorale, le preoccupazioni di deputati e senatori repubblicani, l’indifferenza ostile degli (ex) alleati europei e un’opposizione che si sente per la prima volta abbastanza sicura da non sottostare al ricatto patriottico e dunque contesta la guerra. Tutto il contrario di Israele, che alla guerra è affezionato (il governo), abituato (i militari) o temprato/rassegnato (la popolazione). E infatti l’Iran ha scelto di colpire relativamente poco lo Stato ebraico e di concentrare la sua rappresaglia sui Paesi vicini e in modo calibratissimo, mettendo nel mirino le infrastrutture energetiche in tutte le fasi e componenti, dalla produzione alla raffinazione, dal carico al trasporto. Fino alla paralisi del traffico nello Stretto di Hormuz, ottenuta semplicemente terrorizzando governi, armatori e assicuratori, una mossa che era stata messa abbondantemente in preventivo dagli analisti ma, evidentemente, non dagli Stati Uniti.

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Si può prevedere che Israele continui a uccidere più gente possibile negli alti ranghi – ieri è toccato al vero stratega del regime, Ali Larijani – e in particolare tra le Guardie rivoluzionarie e la milizia Basij. Quanto all’Iran, sempre Hokayem solleva un interrogativo inquietante: «Uno dei misteri della guerra è perché non abbia lanciato un maggior numero dei suoi missili da crociera. La risposta ottimistica è che siano stati in gran parte distrutti; quella più probabile è che l’Iran ne abbia tenuti da parte molti, poiché costituiscono una capacità particolarmente utile per i combattimenti ravvicinati nello Stretto di Hormuz».

Quanto agli americani, il loro obiettivo nella prossima fase diventa chiaramente la riapertura di Hormuz, e questo rappresenta di per sé un paradosso colossale, descritto sapientemente da Gideon Rachman: «Un conflitto con l’Iran iniziato con vaghi obiettivi bellici, ha ora un unico obiettivo chiaro e prioritario: riaprire lo Stretto di Hormuz. È ironico e irritante che l’unico motivo per cui lo stretto è chiuso sia proprio il fatto che gli Stati Uniti e Israele abbiano dichiarato guerra».

Il paradosso è che, nonostante gli avvertimenti di generazioni di analisti negli ultimi decenni, Trump ha consegnato all’Iran un’arma di deterrenza molto meno costosa e molto più efficace del nucleare: la chiusura dello stretto, infatti, «crea sia una crisi immediata sia un dilemma strategico a lungo termine. Il problema attuale è che più a lungo rimane chiuso, maggiore è la minaccia di una recessione globale. Il dilemma futuro è che l’Iran ora sa che il controllo dello Stretto di Hormuz gli conferisce una morsa sull’economia mondiale. Anche se allentasse la presa nel breve termine, potrebbe stringerla nuovamente in futuro».

E allora, quali opzioni ha Trump?

Nate Swanson, direttore dell’Iran Strategy Project dell’Atlantic Council, risponde a Le Grand Continent in un modo per niente scontato. L’esperto intravede tre opzioni, e la seconda comprende uno scenario clamoroso, fin qui escluso dalla maggior parte degli osservatori e soprattutto dal massimo attore del conflitto: «La prima opzione consisterebbe nel ritiro degli Stati Uniti con una dichiarazione di vittoria, accompagnata da misure volte a limitare gli altri attori della regione, tenendo presente che nessun presidente degli Stati Uniti ha mai cercato di limitare la libertà di movimento di Israele, fatta eccezione per un breve periodo dopo la guerra dei dodici giorni nel giugno 2025. Tali concessioni potrebbero tuttavia non essere sufficienti per la Repubblica Islamica».

Ed ecco lo scenario che cambia tutto, ma proprio tutto:

«Una seconda opzione vedrebbe gli Stati Uniti raddoppiare la posta in gioco schierando truppe sul campo, nell’ambito di missioni speciali o operazioni di mantenimento della sicurezza su un periodo più lungo. Un simile scenario sarebbe stato impensabile poche settimane fa: è proprio ciò contro cui Trump ha condotto la sua campagna elettorale. Tuttavia, di fronte alla situazione, questa opzione sembra ogni giorno più probabile».

Infine, la terza opzione, la trasformazione della guerra in un conflitto etnico:

«È lo scenario in cui gli Stati Uniti e Israele alimentano le tensioni tra il regime e altri gruppi di opposizione armata prima di ritirarsi. L’Iran non avrebbe altra scelta che concentrarsi sulle proprie fratture interne, impedendogli di proiettare la propria potenza all’esterno».

Il cessate il fuoco (che riaccenderebbe il fuoco prima o poi)

È Ali Vaez dell’International Crisis Group a spiegare perché il rischio a lungo termine è di una fine solo apparente del conflitto, una boccata d’ossigeno solo provvisoria per l’economia globale prima di una riesplosione:

«È evidente che, se la Repubblica Islamica dovesse sopravvivere, tutti i problemi di fondo che hanno dato origine a questo conflitto rimarrebbero irrisolti. Le scorte di uranio sono ancora lì e, se Mojtaba Khamenei decidesse di revocare la fatwa di suo padre sull’arricchimento, gli iraniani potrebbero decidere di riprendere le attività, il che costituirebbe un motivo sufficiente per una nuova guerra. Per quanto gli Stati Uniti abbiano bloccato alcuni degli accessi ai silos missilistici, le scorte sono ancora lì. Gli iraniani potrebbero decidere di ricostruire i lanciatori. Ancora una volta, anche questo sarebbe motivo di guerra».

Anche sul piano interno si riproporrebbe un circolo vizioso: «Senza un alleggerimento delle sanzioni, il regime non può affrontare le cause profonde del malcontento nella società iraniana. La repressione continuerà a essere l’unica risposta ai problemi interni».

Conclusione dell’analista: «Un cessate il fuoco servirebbe solo a guadagnare tempo fino al prossimo conflitto».

Ma, dolorosamente, potrebbe essere il male minore rispetto a una resistenza iraniana protratta. È il cerchio che chiude Hokayem: «L’Iran conserva diversi vantaggi: la posizione geografica, il tempo e l’asimmetria. Può colpire più Paesi e aree da più posizioni. Più la guerra si protrae, maggiori sono i costi per tutti gli altri, e il regime iraniano ha una maggiore resistenza al dolore».

Da qualunque parte la si veda, insomma, per gli americani e per Trump non si mette bene. Per noi tutti neppure.

18 marzo 2026 ( modifica il 18 marzo 2026 | 12:52)