C’è una guerra che si combatte sul terreno in Iran o sui mercati energetici globali — tra missili, droni e petroliere — e ce n’è un’altra che si combatte nelle redazioni, nel modo in cui gli eventi vengono selezionati e raccontati nei titoli di prima pagina, nel modo in cui gli eventi vengono selezionati e raccontati. La seconda è già stata persa dagli Stati Uniti, si direbbe. Il tono dei notiziari è dominato dal pessimismo. Da una parte ci si può rallegrare: l’ultima volta che i media americani appoggiarono acriticamente un guerra fu nel 2003 con l’invasione dell’Iraq e rimediarono delle figuracce storiche: il New York Times spacciò per buone le bugie sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. 

Oggi però viviamo la situazione rovesciata, in cui l’America e Israele sembrano collezionare solo disastri, e non è detto che questo ci aiuti a capire. Di sicuro, se questo è un termometro del «morale» di una nazione, gran parte dell’America ha già optato per la propria sconfitta.



















































                       Guerra in Iran, tutti gli aggiornamenti

Un commento apparso sul Wall Street Journal denuncia la deriva partigiana di una parte consistente dei media americani nella copertura della guerra contro l’Iran. Secondo gli autori, Mark Penn e Andrew Stein, la narrazione dominante privilegia sistematicamente le notizie negative per gli Stati Uniti e per Donald Trump, fino a costruire una percezione distorta del conflitto. Da notare che gli autori sono due note e autorevoli personalità della sinistra: Penn è un sondaggista che lavorò a lungo per Bill e Hillary Clinton, Stein fu un dirigente newyorchese del partito democratico, presidente del consiglio comunale per il suo partito. Gli esempi che elencano sono rivelatori: 

«Le lamentele del presidente Trump sulla copertura mediatica della guerra in Iran sono prevedibili — e in questo caso del tutto giustificate. “Stiamo distruggendo completamente il regime terrorista iraniano, militarmente, economicamente e sotto ogni altro aspetto; eppure, se leggete il fallimentare New York Times, pensereste erroneamente che non stiamo vincendo”, così Trump ha scritto venerdì mattina su Truth Social. Basta prendere in mano il numero domenicale dello stesso New York Times, e sembra quasi che i redattori abbiano preso quelle parole non come una critica, ma come un ordine. 

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“La guerra provoca nuovi scossoni in un’economia mondiale già fragile”, recita un titolo in cima alla prima pagina, con un sottotitolo speculativo: “Le ricadute di un conflitto prolungato con l’Iran potrebbero avere ‘conseguenze catastrofiche’”. Tra le catastrofi citate nell’articolo: “In Kenya, coltivatori e commercianti di tè temono che le loro esportazioni verso l’Iran possano marcire nei porti”. L’altro articolo sopra la piega della prima pagina è una critica al segretario alla Difesa: “La retorica vendicativa di Hegseth è maturata dall’esperienza in Iraq”. All’interno del giornale ci sono altre sei pagine di titoli sulla guerra, quasi tutti implacabilmente negativi. Compaiono articoli sprezzanti sul segretario di Stato (“Per Trump e Rubio, prima distruggere e poi negoziare”) e sul principale alleato degli Stati Uniti nello sforzo bellico (“L’alleanza di guerra tra Stati Uniti e Israele sta rimodellando il Medio Oriente, ma comporta rischi” e “Netanyahu ha la guerra che ha sempre voluto, ma alle condizioni di Trump”). Non manca il pessimismo economico (“Le petroliere sequestrate costano agli Stati Uniti decine di milioni” e “L’impennata dei prezzi del petrolio scuote la fragile economia del Pakistan”). Sull’attacco statunitense all’isola di Kharg, il principale hub per l’esportazione del petrolio iraniano, il presidente ha dichiarato che il raid ha “totalmente annientato” le installazioni militari sull’isola e che ha deciso di risparmiare le infrastrutture petrolifere “per ragioni di decenza”. È evidente che gli Stati Uniti avrebbero potuto colpirle infliggendo danni ben maggiori. Il titolo del Times ha invece descritto il raid come inefficace: “L’Iran resta fermo sul blocco dello Stretto nonostante l’attacco americano all’hub petrolifero”. L’unico titolo positivo sull’andamento della guerra è stato: “Per combattere i droni iraniani, gli Stati Uniti sfruttano le conoscenze acquisite con fatica in Ucraina”. 

Come il Times, gran parte dei media sembra determinata a portare avanti una narrazione secondo cui Trump sbaglia su tutto e gli Stati Uniti stanno subendo una sconfitta per mano di una potente macchina bellica iraniana, capace di adattarsi con successo a una nuova leadership. I giornalisti hanno il diritto e il dovere di riportare le cattive notizie e di mettere in discussione resoconti troppo ottimistici del governo americano. Ma molti sembrano andare oltre, fino a tifare per una sconfitta dell’America — contro un nemico che è il principale mandante del terrorismo al mondo, ha ucciso migliaia di manifestanti disarmati ed ha accumulato migliaia di missili balistici mentre cercava di dotarsi di armi nucleari, che i suoi dirigenti hanno promesso di usare contro Stati Uniti e Israele. Sono in gran parte assenti perfino i più elementari articoli che analizzino le perdite iraniane e il destino della sua presunta leadership. Perché? “Ciò che sembra guidare l’informazione è la faziosità e la determinazione dei Democratici a opporsi a questo presidente qualunque cosa faccia”».

Il panorama descritto e denunciato dai due democratici non si riferisce solo ai media progressisti, anti-trumpiani per vocazione.

Anche a destra ci sono giornalisti in guerra… contro la guerra. I casi più importanti sono Tucker Carlson e Megyn Kelly. Su quel fronte MAGA affiora l’antico antisemitismo di destra: la tesi per cui la potente lobby israeliana ha manipolato Trump costringendolo a intervenire in una guerra che corrisponde esclusivamente agli interessi di Tel Aviv. Curiosa dimenticanza su 47 anni di ostilità degli ayatollah contro l’America, costellate di veri e propri atti di guerra.

I giornalisti sono in buona compagnia: nel campo dei pessimisti abbondano gli esperti. 

E tra i «cattivi» che ispirano Trump, nelle ricostruzioni dei media Usa ce n’è uno solo che può quasi ambire al ruolo malefico di Netanyahu: è il principe saudita Mohammed bin Salman. Secondo un retroscena del New York Times, il principe ereditario MbS avrebbe incoraggiato Trump a «colpire duramente» l’Iran, riprendendo una linea storica della leadership saudita — quella sintetizzata anni fa da suo padre nella formula «tagliare la testa del serpente». È una posizione coerente con la rivalità strategica tra Riad e Teheran, ma che nasconde una contraddizione. Gli stessi Paesi del Golfo che vedono nell’indebolimento dell’Iran un’opportunità strategica sono anche quelli più esposti alle conseguenze di una escalation. Dopo settimane di attacchi con missili e droni, gli Stati del Golfo non hanno ancora risposto direttamente sul terreno militare. La ragione principale è la paura del day after: una guerra aperta potrebbe trasformare le loro infrastrutture — porti, impianti energetici, città — in bersagli sistematici. Da qui nasce l’ambiguità saudita: sostegno politico alla pressione sull’Iran, ma riluttanza a entrare direttamente nel conflitto. Una novità potrebbe presentarsi se si conferma il coinvolgimento saudita insieme ad altri paesi arabi del Golfo a partecipare a fianco degli americani a operazioni di sicurezza per riaprire Hormuz.

A proposito del partito preso con cui la maggioranza dei media americani raccontano questo conflitto: ieri al Council on Foreign Relations ho assistito a una lunga intervista del corrispondente di Bloomberg con il ministro degli Esteri degli Emirati. È stato un interminabile tentativo da parte del giornalista di estorcere all’intervistato un’accusa o almeno una critica all’intervento militare di Stati Uniti e Israele. Tentativo fallito: l’altro ribatteva che tutto quanto avviene dall’inizio del conflitto sta consolidando la convinzione che in quell’area c’è un solo pericolo per la sicurezza e viene dall’Iran, quindi bisogna accrescere gli sforzi per eliminare questo pericolo. Ma l’intervistatore sembrava irritato e continuava imperterrito a voler dimostrare la sua tesi.

Che i media americani esercitino spirito critico quando il proprio paese intraprende una nuova avventura militare, è doveroso e lodevole. Sarebbe stato utile esercitare lo stesso discernimento sotto precedenti presidenze. Barack Obama è stato molto più critico verso sé stesso di quanto lo siano stati i giornalisti: fu lui a riconoscere – dopo aver lasciato la Casa Bianca – di aver tradito il popolo iraniano all’epoca della «rivoluzione verde» (2009), quando in tanti scesero in piazza contro il regime e dall’America non ebbero il minimo appoggio, neppure politico e morale. Il capo del National Security Council di allora, Ben Rhodes, teorizzava che appoggiare i movimenti di protesta equivaleva a fornire argomenti alla propaganda degli ayatollah. I quali poterono procedere indisturbati nella feroce repressione mentre Obama si girava dall’altra parte. L’accordo sul nucleare iraniano negoziato da Obama con gli emissari di Khamenei padre era talmente inadeguato che neppure Joe Biden tentò di recuperarlo; eppure ancora oggi c’è chi rinfaccia a Trump di averlo stracciato (quell’accordo escludeva limitazioni sui missili, o sul sostegno a milizie terroristiche, e anche sul nucleare offriva garanzie deboli). Fu sempre Obama a riconoscere, ex-post, di avere risarcito gli ayatollah con «rimborsi delle sanzioni» che furono immediatamente investiti in nuovi armamenti per creare terrore in Medio Oriente. In quanto all’Amministrazione Biden, il suo capo del National Security Council, Jake Sullivan, passò alla storia per aver pubblicato un lungo saggio sulla rivista Foreign Affairs in cui descriveva un Medio Oriente finalmente stabile e pacificato. L’edizione online fu bloccata in extremis, ma quella cartacea era ormai andata in stampa: uscì subito dopo il 7 ottobre 2023.

18 marzo 2026, 18:08 – modifica il 18 marzo 2026 | 19:58