di Chiara Amati

A rivelarlo è l’inchiesta Open the Books, organizzazione watchdog governativa che ha fatto i conti in tasca al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti

Washington. Tra la corsa a spendere di settembre e il meccanismo «use it or lose it», l’America scopre l’altra faccia del suo primato militare: un sistema che premia chi consuma tutto, anche a costo di riempire i magazzini di beni di lusso. Non è solo una questione di aragoste. È il riflesso di un sistema. E forse di una cultura amministrativa. Nel cuore dell’apparato più potente del mondo, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, a fine anno fiscale si consuma ogni volta la stessa liturgia: spendere tutto, comunque. Così, mentre il Pentagono brucia circa 93 miliardi di dollari nel solo mese di settembre — una cifra che da sola supera il bilancio annuale della difesa di molti Paesi europei e che non si vedeva dalla crisi finanziaria del 2008 — emergono dettagli che impressionano l’opinione pubblica: 9 milioni di dollari per zampe di granchio e aragoste, quasi 15 milioni per bistecche. Numeri piccoli, certo, se rapportati a un bilancio complessivo che supera gli 800 miliardi. Numeri che, però, sono sufficienti a trasformarsi in simbolo perché raccontano più di quanto pesino.

«Usee« it or lose it»
Negli Stati Uniti l’anno fiscale si chiude il 30 settembre. E per le agenzie federali vale una regola: i fondi non spesi rischiano di essere tagliati l’anno successivo. «Use it or lose it». «Usali o li perdi». È qui che, stando all’inchiesta di Open the Books, organizzazione di watchdog governativa, il sistema mostra le sue crepe. Le settimane finali diventano una corsa agli acquisti, documentata per anni da altri centri studi, osservatori, organismi di controllo: «contratti accelerati, ordini moltiplicati, spese che si concentrano in modo anomalo». Il Pentagono, per dimensioni, amplifica tutto. Il risultato è un picco di spesa che non sempre risponde a priorità strategiche, ma piuttosto alla necessità di non lasciare fondi inutilizzati.



















































L’eccesso come dettaglio rivelatore
Le aragoste — 6,9 milioni di dollari — e i granchi reali dell’Alaska — circa 2 milioni — non sono che la punta dell’iceberg. Nello stesso periodo compaiono macchine per gelato (124mila dollari), forniture di dolci, per lo più ciambelle (140mila dollari), dispositivi elettronici acquistati in massa (5 milioni di dollari). E ancora: tavoli per la preparazione del sushi (26mila dollari), strumenti musicali vari (1,8 milioni di dollari), persino un pianoforte a coda Steinway & Sons, da quasi 100 mila dollari, con cui Pete Hegseth, segretario della difesa degli Stati Uniti d’America nella seconda amministrazione Trump, ha fatto arredare la casa del capo di Stato maggiore dell’Aeronautica Militare. Più di 3mila dollari sono finiti, invece, in adesivi raffiguranti alcuni personaggi di cartoni animati — Dora l’Esploratrice, Frozen e Paw Patrol — . Poi, visto che i conti lo permettevano, ci è scappato un restyling degli arredi interni, con oltre 225 milioni di dollari. La stampa americana, dall’Independent alle piattaforme digitali più seguite, ha rilanciato la notizia trasformandola in un caso mediatico. Non tanto per l’entità delle cifre, quanto per il contrasto: da un lato le tensioni globali, dall’altro un menu e altri dettagli che richiamano più un resort di lusso che una struttura militare.

Spreco o fisiologia?
I difensori del sistema invitano alla cautela. In merito al cibo, quello di qualità — spiegano —« rientra nelle spese per il benessere e il morale delle truppe, spesso stanziate in contesti difficili. E in un bilancio di centinaia di miliardi, quei milioni rappresentano una frazione minima». Ma il punto non è la percentuale. È l’incentivo. Perché un meccanismo che premia chi spende tutto, a prescindere dalla reale necessità, finisce inevitabilmente per produrre distorsioni. Nel Pentagono sì, ma anche in tutta la macchina federale.

Il vero nodo: come si spende
Il caso delle aragoste diventa così una metafora. Più che dello spreco in sé — fisiologico in qualsiasi grande organizzazione — della difficoltà di controllarlo quando è incorporato nelle regole del sistema. Ed è qui che il dibattito si apre ciclicamente negli Stati Uniti: su come si spende per la difesa oltre che su quanto. Perché tra strategie globali e dettagli in apparenza marginali — una fornitura di crostacei, un pianoforte, una macchina per gelati — si gioca una partita più ampia. Quella della credibilità della spesa pubblica. E, in fondo, dell’immagine stessa della potenza americana: capace di proiettare forza nel mondo, ma ancora alle prese con i paradossi della propria burocrazia.

18 marzo 2026