di
Chiara Maffioletti
La cantautrice risponde alle accuse per il brano provocatorio e il video sexy: «Sono semplicemente me stessa e mi fa arrabbiare che noi donne siamo sempre giudicate»
«Mi vuoi più suora o pornodiva?» si chiede Annalisa nel suo ultimo singolo, già diventato una hit, Canzone estiva. E, nel dubbio, nel video che lo accompagna appare per metà con il velo e per metà in guepiere. Non tutti hanno apprezzato la combo, in diversi hanno parlato di blasfemia e attorno al pezzo si è aperto un dibattito.
Lo aveva messo in conto?
«È stata una scelta usare queste due parole per sollevare un tema e aprire un dibattito. Se avessi detto “casta” e “provocante” l’effetto sarebbe stato diverso. Ho estremizzato il concetto con due definizioni che, io come tante, mi sono sentita attribuire. Non c’è nulla di offensivo nel dire suora o pornodiva, sono due estremi — di eleganza uno e di spudoratezza l’altro — citati con grande rispetto. Ho usato il termine pornodiva e non quello meno edulcorato che si sentono dire molte».
Si è sentita definita così in passato da qualcuno?
«Sì, io come tante credo. C’è chi vorrebbe le donne disinibite a casa e pudiche e diligenti fuori. Ho attinto un po’ dalla mia esperienza per dire che noi donne siamo sempre sottoposte a grandi giudizi».
Nel suo caso, essendo un personaggio pubblico, il giudizio è amplificato.
«Ma io ci faccio su un sorriso. E se ci scrivo una canzone non c’è vittimismo, ma mi interessa che se ne parli e penso stia accadendo. Quando sei di fronte a tante persone, ognuno ha il suo punto di vista. Io sono semplicemente una persona che cresce, si evolve».
Eppure nella sua carriera sembra esserci stato un netto cambiamento, a partire proprio dalla sua immagine. La famosa «svolta sexy». No?
«Non ho mai vissuto questa cosa come una svolta improvvisa: è stato graduale. Se anni fa ero una ragazzina anche un po’ spaventata, ora penso di aver imparato molte cose. E anche se scopro le gambe, resto una brava ragazza».
Come sta vivendo quindi chi l’accusa di blasfemia?
«Non me lo aspettavo, anche perché non vedo nulla di offensivo in quello che ho fatto. Era lontanissimo dalle mie intenzioni: ho grande rispetto per chi vive la fede, per le persone che credono in qualcosa, in generale. Non mi aspettavo queste osservazioni. Forse a volte ascoltiamo le canzoni velocemente… ma la religione fa parte della mia vita, mi affascina. E poi è pop, nel senso di popolare: attingere a parole di quel mondo è un modo per farle arrivare a tutti».
La sua è una canzone sul sentirsi giudicati, quindi?
«Sì. Se ti senti giudicato le cose possono sembrare giganti, ma bisogna andare per la propria strada, con integrità e se a qualcuno è offeso dal tuo modo di essere, ci si allontana. Anche in amore».
Le donne sono più giudicate. È ancora così.
«Purtroppo sì. Colgo l’occasione per ribadire che io stessa non sono una marionetta nelle mani di qualcuno che mi fa fare cose in cui non credo. Sono una cantautrice, non ho iniziato ieri, il mio lavoro è farina del mio sacco, come capita a tanti miei colleghi maschi a cui non viene chiesto di ribadirlo continuamente».
Selvaggia Lucarelli ha suggerito che sia in trappola del suo personaggio.
«La verità è che questa sono io. Ho un mio modo, un mio stile che è anche diventato per fortuna un marchio di fabbrica ultimamente, ma, magari, in futuro cambierà».
Nel costruire una immagine sexy non si rischia di aderire sempre a canoni dettati da uno sguardo maschile?
«Il rischio c’è, ma il problema è negli occhi di chi guarda».
Sente il peso di essere un modello non raggiungibile?
«Ci penso, ma la mia immagine fa parte del mio racconto. Nella vita di tutti i giorni non sono così. Sono una che lotta con la dieta, che ha le sue imperfezioni… scopro le gambe ma non le braccia perché non mi piacciono… quando vado in scena ci sono persone che mi vestono, pettinano, truccano. Non è la realtà».
Al di là della sua immagine, la sua vita privata resta fuori dai riflettori. Un’altra scelta?
«Sì, sono riservata. Traggo ispirazione dalla mia vita privata, ma quello che mostro o canto è lavoro, è come guardare un film».
Nel testo parla anche di rabbia. È arrabbiata?
«Le ingiustizie che vivono le donne mi fanno arrabbiare. Ognuno deve affermare sé stesso come crede. Certo, facendosi delle domande. Ma se sei in pace con chi sei e quello che fai, va bene tutto».
E lei è in pace?
«Io sì, mi sento in pace».
19 marzo 2026 ( modifica il 19 marzo 2026 | 07:33)
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