di
Guido Olimpio

Il regime utilizza tattiche imparate dagli alleati Houthi. Il problema dello stretto di Hormuz: c’è bisogno di un lavoro meticoloso dei mezzi antimine, componente insufficiente nella flotta americana. Gli esperti: serve uno schieramento esteso

Gli Usa hanno colpito i depositi sotterranei nell’area di Hormuz mentre Israele ha preso di mira i giacimenti di gas a South Pars. Azioni diverse, soprattutto la seconda, che possono aprire nuove fasi nel conflitto esponendo ancora di più il mercato petrolifero.

Il Comando centrale americano (Centcom) ha annunciato l’incursione per distruggere missili antinave ospitati in postazioni ben protette. E per questo sono state usate le GBU 72 bunker buster, ordigni tra i più potenti a disposizione usati per la prima due anni fa contro gli Houthi nello Yemen. I velivoli — i B 1 secondo chi traccia i movimenti in rete — sono decollati dalla base britannica di Fairford, hanno seguito una rotta esterna per evitare di volare sull’Europa e sono stati riforniti dalle «cisterne» partite dalle Azzorre e dalla Bulgaria.



















































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I bombardieri hanno proseguito per poi sganciare gli ordigni in un settore sempre più rilevante della crisi. Il Pentagono cerca di eliminare il maggior numero di sistemi avversari attorno allo Stretto in vista di un’operazione per tenere aperta la via d’acqua. Le mappe dedicate ai raid hanno evidenziato come gli americani si siano concentrati lungo tutta la costa del Golfo mentre gli israeliani abbiano «insistito» sul nord ovest avendo come target il network missilistico.

Il lavoro antimine

A questo proposito l’ex ammiraglio Mark Montgomery ha delineato quali dovrebbero essere i passi in sequenza a tutela della navigazione attraverso Hormuz. 
1) Degradazione del dispositivo iraniano nel quadrante (mine, scafi, droni, missili). 
2) Pattugliamento aereo continuo che «guardi» per 50 miglia lungo le due coste dello stretto e per 100 in profondità. 
3) Presenza di una formazione di caccia per intercettare gli Shahed
4) Elicotteri d’attacco per contrastare battelli veloci e/o barchini esplosivi. Task force di 10-14 cacciatorpediniere classe Aegis ad accompagnare le petroliere. E serve un lavoro meticoloso dei mezzi antimine, componente insufficiente della flotta degli Stati Uniti. Con un dato contingente e sorprendente: Tulsa e Santa Barbara, le due unità cacciamine della V Flotta Usa destinate ad operare nel Golfo, sono attualmente in Malaysia.

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Mezzi antichi e tech

Lo stesso ammiraglio ha riconosciuto la pericolosità del compito. Jack Watling, esperto inglese, ha completato lo scenario dove si mescolano tattiche antiche e tecnologia. Il Centcom ha i mezzi per la sorveglianza e la potenza di fuoco, ma anche i pasdaran dispongono di droni — marittimi e aerei — per colpire dalla lunga distanza. Non devono stare sul passaggio. Magari si limitano a imboscate saltuarie sufficienti a mantenere un senso di insicurezza. Altro nodo, aggiunge Watling, sono la durata della sorveglianza e il fattore tempo: serve uno schieramento esteso, con intervento di lungo termine.

I guardiani, a loro volta, hanno già un modello, quello messo in atto dai loro alleati Houthi. Lo Yemen è diventato un laboratorio per sperimentare equipaggiamenti ora impiegati ovunque ed elaborare tecniche utili a ostacolare la navigazione. Sono stati sempre i militanti sciiti a creare il sistema del passaggio selettivo autorizzando, previa comunicazione, il transito di un cargo. Ora lo stanno facendo gli iraniani nel Golfo dove sono bloccati quasi 20 mila marinai. Nel frattempo, ha creato allarme l’incursione israeliana a South Pars, giacimento di gas confinante con quello del Qatar

Doha ha subito protestato, temendo altre ritorsioni su siti già danneggiati nelle scorse settimane. Teheran ha indicato quali saranno i probabili bersagli, avviso accompagnato da un monito. I civili devono evacuare le raffinerie saudita di Samref (Mar Rosso) e al Jubail, i giacimenti di gas di al Hosn negli Emirati, i centri qatarini di Mesaied e Ras Laffan. Quest’ultimo è stato centrato qualche ora dopo da uno strike. Un ulteriore coinvolgimento del settore energetico ed un chiaro ampliamento dello scontro.

L’Idf non solo vuole decapitare il regime (e lo fa con successo) ma punta a destabilizzarlo mettendo fuori uso le infrastrutture strategiche. I pasdaran si vendicano sui vicini perché sono più facili da raggiungere e il loro coinvolgimento alza la posta. Sono mosse pericolose per tutti, segnali di un incendio che non incontra ostacoli.

19 marzo 2026 ( modifica il 19 marzo 2026 | 08:24)