di
Vera Martinella

Via libera da Aifa a un farmaco per i pazienti che non hanno benefici dalle terapie oggi disponibili: riduce il prurito e rallenta l’evoluzione della patologia

Prurito e fatigue sono i sintomi più comuni e debilitanti della colangite biliare primitiva, una rara patologia autoimmune del fegato che colpisce prevalentemente le donne fra i 40 e i 65 anni.
«Sono sintomi che possono avere un profondo impatto sulla qualità di vita di chi convive con questa patologia – sottolinea Davide Salvioni, Presidente dell’Associazione Malattie Autoimmuni del Fegato (AMAF) -. La fatigue è come un senso di esaurimento opprimente, debilitante e prolungato che riduce la capacità di svolgere le attività quotidiane, inclusa la capacità di lavorare in modo efficace e di svolgere i ruoli familiari e sociali al livello abituale. È spesso associata a cali di concentrazione e memoria e disturbi del sonno». 
Anche il prurito può essere fortemente invalidante, impedire un adeguato riposo e causare depressione in chi ne soffre in modo costante. Ma c’è di più: la colangite biliare primitiva è caratterizzata dalla distruzione dei piccoli dotti biliari intraepatici, sottili canali che svolgono un ruolo fondamentale nel drenaggio biliare e nella digestione: «Se non trattata correttamente, questa patologia può evolvere in fibrosi e, nel suo stadio terminale, in cirrosi biliare, rendendo necessario il trapianto di fegato nei casi più gravi» aggiunge Marco Carbone, dirigente medico dell’Unità di Epatologia e Gastroenterologia della ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano

Diagnosi spesso in ritardo

Ecco perché è fondamentale curare tempestivamente questa malattia, che spesso viene scoperta in ritardo. Non di rado la colangite biliare primitiva, infatti, all’inizio è asintomatica e  la diagnosi è quasi casuale: un primo campanello d’allarme è rappresentato dalla presenza di valori anomali di fosfatasi alcalina nel sangue, rilevati attraverso semplici esami di routine.
A differenza di quanto accade per molte patologie rare, per le quali purtroppo mancano terapie efficaci, sono disponibili vari trattamenti per la colangite biliare primitiva. 



















































Il nuovo farmaco e la terapia standard

i pazienti che non rispondono adeguatamente alle attuali terapie di prima linea hanno ora a disposizione un nuovo farmaco, seladelpar, che ha da poco ottenuto rimborsabilità da parte dell’Agenzia Italiana per il Farmaco (Aifa) in combinazione con acido ursodesossicolico negli adulti che hanno una risposta inadeguata al solo acido ursodesossicolico o in monoterapia per i pazienti che non tollerano l’acido ursodesossicolico. «Attualmente non esiste una cura che consenta di guarire dalla colangite biliare primitiva e i trattamenti hanno come obiettivo il rallentamento della progressione della malattia e la riduzione dei sintomi correlati alla colestasi, come il prurito – spiega Carbone, che è Professore Associato all’Università di Milano-Bicocca -. L’efficacia del trattamento è misurata principalmente con il miglioramento dei test biochimici epatici, tra cui la normalizzazione dei livelli di fosfatasi alcalina, un importante marcatore di progressione della malattia».
Nonostante l’impiego consolidato dell’acido ursodesossicolico come terapia di prima linea, una proporzione di pazienti non raggiunge la risposta biochimica desiderata, con un conseguente rischio aumentato di progressione della malattia.

Ridurre il prurito per vivere meglio

«Circa il 40% dei pazienti non risponde adeguatamente a questo trattamento e sono, quindi, candidabili alla terapia di seconda linea – continua l’esperto -. Tra le terapie di seconda linea, sono stati sviluppati, più recentemente, farmaci agonisti del recettore attivato dal proliferatore del perossisoma (PPAR), capaci di regolare le funzioni metaboliche modulando al contempo le risposte infiammatorie. Oggi sono disponibili agenti terapeutici mirati a uno o più dei sottotipi di PPAR (PPARα e PPARδ), con potenza e selettività variabili. Elafibranor (agonista PPARαδ) e seladelpar (agonista PPARδ) hanno ottenuto buoni tassi di risposta biochimica e la normalizzazione della fosfatasi alcalina». 
Nello specifico, dallo studio RESPONSE, condotto su 193 pazienti in tutto il mondo, emerge come il 62% dei partecipanti che assumevano seladelpar abbia raggiunto l’obiettivo primario (risposta biochimica entro un anno) rispetto al 20% dei partecipanti che assumevano placebo, oltre a una significativa riduzione del prurito. Inoltre il trattamento con seladelpar ha portato alla normalizzazione dei livelli di fosfatasi alcalina nel 25% dei partecipanti (un parametro altamente predittivo di una cura a lungo termine) e ha ridotto parecchio il prurito rispetto al placebo. «Un traguardo importante – conclude Salvioni -, perché non si tratta solo di agire solo sui parametri biochimici, ma di avere un’attenzione concreta alla qualità di vita dei pazienti».

19 marzo 2026