Ventiquattro anni fa, proprio nel giorno di San Giuseppe, la festa del papà, veniva ucciso a Bologna da un commando delle ultime Brigate Rosse il giuslavorista Marco Biagi. Aveva 51 anni. Stava tornando a casa dalla moglie Marina e dai figli Lorenzo e Francesco. Era senza scorta, nonostante l’avesse chiesta e si sentisse in pericolo. Veniva da Modena con il treno e prese la bicicletta per tornare a casa in via Valdonica. Quella bicicletta è poi diventata il simbolo del riformismo quieto, ma nello stesso tempo illuminato e coraggioso di un grande giurista. 

Pagò con la vita per le sue idee e il suo spirito di servizio civico per i governi dell’epoca. Anche di diverso colore. Com’era accaduto, tre anni prima, a un altro giuslavorista, Massimo d’Antona, ucciso a Roma alla fermata dell’autobus che prendeva per andare al ministero (allora retto da Antonio Bassolino). Biagi collaborò, tra gli altri, con Tiziano Treu e Roberto Maroni. 



















































Riteneva un suo dovere contribuire alla modernizzazione del mercato del lavoro, all’emersione dal nero di molte forme di impiego. Venne accusato invece, ingiustamente, di volerne la precarizzazione. Anche allora le polemiche ruotarono intorno alla riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Pochi giorni dopo il suo assassinio venne organizzata una grande manifestazione contraria al cambio della disciplina dei licenziamenti. Il Jobs Act del governo Renzi, che ne limitava l’applicazione, arrivò nel 2015. Dieci anni dopo è fallito il referendum promosso dalla Cgil contro la riforma renziana. 

La storia ha dato ampiamente ragione a Biagi che certamente oggi, se fosse vivo, da riformista con grande coscienza sociale, sarebbe particolarmente duro con molte forme di sfruttamento, come quelle dei riders. E incalzerebbe sindacati e datori di lavoro a una maggiore sensibilità per il valore reale dei salari. In un bell’articolo oggi sul Foglio, Marco Leonardi ricorda, citando dati Ocse, che l’Italia è l’unico Paese in Europa nel quale il ritorno ai livelli pre-pandemia delle retribuzioni non è stato ancora completato. Un recupero di appena l’1 per cento su una perdita complessiva pari all’8 per cento. Anche per la mancanza di un salario minimo legale. 

19 marzo 2026