di
Guido Olimpio

Da Washington si fa più insistente la possibilità dell’invio di truppe per presidiare la fascia costiera attorno a Hormuz e occupare l’isola di Kharg. L’Arabia Saudita minaccia di intervenire, ma a quale prezzo?

Il conflitto continua ad espandersi coinvolgendo sempre di più il settore energia mentre da Washington trapelano segnali di ulteriori mosse, compreso il ricorso a forze di terra.

L’offensiva

Israele e Stati Uniti, a volte con distinguo, perseguono nella campagna per neutralizzare basi missilistiche, depositi, fabbriche belliche, bunker. Sono migliaia i raid condotti con cruise delle navi, ordigni ad alto potenziale dei bombardieri B 1 e B 52, missili dei caccia e droni. 



















































Guerra in Iran, gli aggiornamenti in diretta

Gli ultimi strike nella zona di Hormuz sono considerati dagli esperti come una fase preparatoria per cercare di tenere aperto lo Stretto. La sola aviazione, però, non basta. Ed ecco i presunti piani per l’impiego di unità terrestri. Non solo il contingente dei Marines in trasferimento via nave dall’Asia ma anche truppe oggi ancora negli Usa. Fonti citate dalla Reuters rilanciano le ipotesi di azioni per presidiare la fascia costiera attorno allo Stretto, per occupare l’isola di Kharg o tre isolotti Abu Musa, Piccola e Grande Tumb, per assumere il controllo di impianti nucleari.

Quanto sia vicino questo scenario è difficile dirlo: c’è chi mette in guardia sui rischi e chi, invece, ritiene esistano possibilità di raggiungere gli obiettivi anche se sono da calcolare perdite pesanti. Il presidente ha affermato che non è sua intenzione schierare truppe ma ha poi ha subito aggiunto: «Se lo facessi non ve lo direi».  Le incognite principali però restano immutate: nessuno ha idea di quale sia lo sbocco «politico» o il progetto pensato dalla Casa Bianca. Cambio di regime? Soluzione pragmatica con un accordo? Ma soprattutto quanto durerà? The Donald ha cambiato registro tante volte e non è detto che il co-pilota Bibi Netanyahu condivida la stessa rotta. 

Il segretario del Pentagono ha dichiarato giovedì che sarà il presidente a decidere la fine. Resta la prospettiva di una crisi senza termine mentre gli esperti fanno stime sulla disponibilità di munizioni antimissile necessarie per contrastare gli attacchi dei guardiani. Anche qui c’è il solito balletto di versioni su quanto siano sufficienti le scorte. Domanda che riguarda, però, anche l’arsenale pasdaran. Il Capo di Stato Maggiore statunitense Caine ha osservato che i guardiani «hanno ancora capacità». Lo confermano le fiamme nella raffinerie di Haifa e, su un livello diverso, l’ F 35 «raggiunto» dalla contraerea e costretto ad un atterraggio di emergenza: prima volta che accade.

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La difesa

Gli iraniani affermano di essere pronti e, del resto, è da anni che si preparano. Ritengono di poter sfruttare a loro vantaggio la geografia, il territorio, le difficoltà logistiche. Il Pentagono confida sulla potenza del dispositivo, sull’efficacia del martellamento delle posizioni, sul progressivo fiaccamento delle difese. I pasdaran, come previsto, si affidano a missili e droni lanciati in numero ridotto rispetto ai primi giorni però piuttosto precisi. 

La manovra non cambia: allargare i confini della guerra, far saltare la stabilità delle monarchie del Golfo, tenere in ostaggio il mercato petrolifero usando Hormuz e magari anche il Mar Rosso, resistere il più possibile sperando che The Donald, senza risultati immediati, si stanchi. 

Ma c’è anche un obiettivo più ambizioso: vogliono creare condizioni diverse per la regione per evitare che vi siano in futuro nuove Epic Fury. Le ostilità si fermano – è la loro parola d’ordine – solo in cambio di garanzie precise stipulate con tutti i protagonisti dello scacchiere. Naturalmente devono prima sopravvivere al micidiale taglia-erba, all’eliminazione in serie dei loro leader, allo smantellamento progressivo degli equipaggiamenti, ad un eventuale danneggiamento massiccio delle infrastrutture civili. C’è la possibilità che si apra un fronte interno animato dagli oppositori? Il regime ha agito in modo preventivo con retate massicce e impiccagioni per chiudere gli spazi alla sua maniera.

Le monarchie

Le monarchie del Golfo sono ostaggio di un conflitto che non hanno voluto. Oppure pensavano che sarebbe stato limitato. L’incursione israeliana sul sito qatarino di South Pars ha portato ad una rappresaglia ampia dell’Iran. Il Qatar ha parlato di linea rossa violata e ha ordinato l’espulsione dell’addetto militare iraniano insieme al suo staff. L’Arabia Saudita ha minacciato di intervenire mentre una fonte non ha escluso che Riad possa invocare il patto di difesa con il Pakistan, accordo che le permette di avere un ombrello atomico e missilistico.

Un eventuale intervento saudita ha comunque un prezzo
1) Riad ha già subito nel 2019 le incursioni sui suoi impianti da parte degli Houthi. 
2) Rischia di trovarsi in una morsa con «proiettili» in arrivo dall’Iran e altri dallo Yemen, sparati proprio dalla milizia sciita che, stando ad un’interpretazione diffusa, aspetta solo questo momento per unirsi alla lotta. 
3) Il restare passivi, però, non ha indotto la Repubblica islamica ad abbassare il tiro. 
4) Alla vigilia della crisi erano uscite indiscrezioni sul «doppio linguaggio» saudita con gli inviti pubblici alla Casa Bianca ad evitare l’assalto e l’incoraggiamento in segreto a scatenarlo per farla finita con la Repubblica islamica.

Ci sono però anche altri messaggi trasmessi dagli emiri. Uno insiste su un punto: la guerra – affermano – non è nell’interesse degli Usa ma risponde alle esigenze israeliane. Il Qatar ha espresso tutta la sua rabbia a Trump in persona dopo lo strike israeliano a South Pars. Un secondo messaggio raccoglie l’idea di avere Iran debole, senza però aprire le porte al caos di una seconda rivoluzione. Un terzo auspica il negoziato: il mediatore Oman se ne è fatto portavoce trovando consenso anche nel mondo degli affari degli Emirati. Che oscillano tra la volontà di preservare gli interessi economici e l’ipotesi di aderire ad una missione multinazionale per una libera navigazione attraverso Hormuz.

19 marzo 2026 ( modifica il 19 marzo 2026 | 18:40)