La densità dei motivi del romanzo di Andy Weir e della sceneggiatura di Drew Goddard si apre nella leggerezza dei registi e di Ryan Gosling, che giocano con il peso delle cose

Era dal 2014, dai tempi di 22 Jump Street che Phil Lord e Chris Miller non dirigevano un film insieme. Non che siano stati fermi nel frattempo. Alcune regie per serie tv e le avventure di Spider-Man: Un nuovo universo e soprattutto di Spider-Man: Across the Spider Verse, in veste di produttori e sceneggiatori. Hanno seguito altre strade. Ma hanno continuato a disegnare la parabola di un discorso coerente, capace di attraversare l’animazione e il cinema live action, il digitale e l’analogico, il trionfo ipertecnologico della macchina spettacolare e l’attenzione a una prospettiva più terrena, concreta. “Umanista”, se vogliamo.

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 L’ultima missione: Project Hail Mary si muove proprio lungo questo scenario “ibrido”. Il progetto di un grande film di fantascienza, in cui dar libero estro alla creazione tecnologica di un immaginario. Ma al tempo stesso, un racconto di sentimenti vivi ed emozioni vere, reali. Che si stringono in un abbraccio. Alla fine è l’unica cosa che il professor Ryland Grace può davvero insegnare al suo nuovo amico alieno, Rocky. Un abbraccio. Nonostante la distanza siderale della struttura cellulare dei corpi. E quindi delle esperienze, delle ragioni e delle aspettative di vita, dei pensieri, dei linguaggi. Già, perché il primo problema è sempre trovare l’intesa di una lingua comune. Lenta, faticosa costruzione che passa innanzitutto per la condivisione dei gesti. E perciò non può che finire in un gesto. Qualcosa che esprima il bisogno del calore di un contatto. È per questo che Phil Lord e Chris Miller scelgono di dare una consistenza fisica, materica all’alieno Rocky. Questo essere fatto di roccia, senza volto e con cinque gambe non è una figura ricreata dal nulla, una pura invenzione di effetti digitali. È un modello reale poi animato dalla computer grafica. Ma comunque una presenza concreta, che abita lo spazio della scena e “accompagna” l’interpretazione di Ryan Gosling. Qualcosa da toccare. O meglio, qualcuno…

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In fondo è questo che racconta Project Hail Mary: la scoperta della vita e dell’umanità. Degli altri e di sé. A partire da una storia di solitudini. Dalla consapevolezza della solitudine. Quella che accomuna un po’ tutti i personaggi del film. Rocky, che ha perso i suoi compagni nel viaggio interstellare verso Tau Ceti; l’impassibile Eva Stratt/Sandra Hüller, capo di ferro della task force impegnata a salvare il mondo, che ha sigillato le ferite nell’apparenza di un cuore di ghiaccio. E naturalmente il protagonista Ryland Grace: il biologo che ha rinunciato alla carriera accademica perché in conflitto con il pensiero dominante, che si “è accontentato” di insegnare in una scuola media, ma che in fondo non ha fatto altro che mettersi al riparo dalla vita, dal confronto, dal conflitto, dalla paura, dalla passione. Ed è solo quando si risveglia dal “coma farmacologico” della sua condizione, quando inizia a ricordare e ad assumere consapevolezza dei come e dei perché, che può aprirsi alla vita e all’altro.

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Ecco, se Project Hail Mary tocca tutta una serie di motivi della fantascienza “intimista”, la solitudine del viaggio interstellare come metafora esistenziale, la nostalgia, l’importanza e il peso del ricordo, il suo cuore più profondo è un invito alla solidarietà e un’educazione alla speranza. La densità dei motivi del romanzo di Andy Weir e della sceneggiatura di Drew Goddard (che torna a confrontarsi con lo scrittore dopo la trasposizione di The Martian) si apre nella leggerezza di Lord e Miller, nella loro capacità di lavorare e di giocare in coppia (proprio come i due protagonisti). Per liberarsi dalla gravità, dal peso delle cose con la fuga della fantasia e il salto dell’ironia. Ed è una leggerezza che trova un’incarnazione perfetta in Ryan Gosling, vero cuore pulsante del film, che dà anima all’inanimato e attraversa, come se nulla fosse, quasi volando, una gamma impressionante di sfumature, di espressioni e di sentimenti.

L’unica cosa che sembra appesantire questa leggerezza profonda del film è la tendenza al “troppo pieno”. Non è tanto una questione di lunghezza, di ridondanze narrative, che rispondono alla logica dell’accumulo di questo cinema. Quanto di sottolineature emotive eccessive, come l’uso invasivo della musica di Daniel Pemberton, che rimarca ogni momento significativo, ogni slancio di commozione. Come se non Lord e Miller non avessero avuto fede fino in fondo nel potere di ciò che stavano raccontando.

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Titolo originale: Project Hail Mary

 

Regia: Phil Lord e Christopher Miller

 

Interpreti: Ryan Gosling, Sandra Hüller, Lionel Boyce, Ken Leung, Milana Vayntrub

 

Distribuzione: Eagle Pictures

 

Durata: 156’

 

Origine: USA, 2026

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi

Il voto dei lettori

5
(1 voto)

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