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Per una generazione, “Diventerai una star” non era solo una canzone: era un passaggio obbligato. Nel 2006 i Finley erano ovunque. Vent’anni dopo, sono ancora qui. E non è scontato. Una delle icone della generazione MTV è riuscita ad attraversare l’epoca dello streaming senza perdersi. Con Tutto è possibile, prodotto da Claudio Cecchetto, Pedro, Ka, Dani e Ivan portano nel mainstream italiano un suono che fino a quel momento sembrava lontano: figlio del pop-punk americano alla Blink-182, accompagnato da un’estetica riconoscibile fatta di ciuffi e creste.
APPROFONDIMENTI
Il successo è immediato: dagli MTV Europe Music Awards, dove vincono il premio come Best Italian Act, fino ai palchi europei e a Sanremo con Ricordi, che li consacra al grande pubblico. A distanza di vent’anni, però, la loro storia non si è fermata a quell’immagine. I Finley sono una band che ha attraversato le epoche discografiche, ha cambiato pelle e ha ricostruito il proprio percorso anche lontano dai riflettori, senza mai perdere identità. Dai piccoli club al ritorno sui grandi palchi, sempre con la stessa idea di musica suonata e condivisa. Oggi celebrano i vent’anni di Tutto è possibile con un nuovo tour: dopo le date di Bassano del Grappa e Bologna, il 20 marzo arrivano all’Atlantico di Roma, per poi proseguire a Torino, Milano e Brescia.
Vent’anni dopo “Diventerai una star”, vi sentite davvero diventati quello che raccontavate o quella canzone vi è rimasta addosso più di tutto?
«Non era nemmeno nei nostri sogni più nascosti. Quella canzone ci si è appiccicata addosso, nel bene e nel male, ma noi volevamo solo esprimerci attraverso la wave del pop punk che ci faceva battere il cuore. Abbiamo formato una band perché ci sembrava la cosa più bella da fare per vivere gli anni migliori della nostra vita. Con il tempo siamo diventati molto di più: una squadra, con difetti e pregi, ma con un legame inossidabile».
In un Paese in cui le band spesso si sfaldano presto, come avete fatto a restare insieme per vent’anni?
«Abbiamo sempre messo da parte l’ego.
Poi, come in ogni famiglia, ci sono state zone d’ombra, difetti, frizioni. Ma a tenerci uniti sono stati l’idea di fare musica, l’ingenuità e l’entusiasmo che ci hanno portato a vivere cose insperate. E poi la voglia di dimostrare che c’era molto di più rispetto alla prima immagine che il pubblico si era fatto di noi. Abbiamo trasformato la nostra passione in un lavoro. E non credete a chi dice che così non lavorerai neanche un minuto: anzi, diventa qualcosa di totalizzante».
Quanto vi ha pesato, agli inizi, l’etichetta di boy band?
«Quando è finita la Finley mania iniziale, l’attenzione intorno a noi è calata. Abbiamo risposto lavorando sul suono, rendendolo più muscolare, e cercando un’indipendenza manageriale che ci permettesse anche di fare i nostri errori. Era giusto così: eravamo ragazzi che volevano ribellarsi, uscire di casa e provarci con le proprie gambe. Ci siamo sporcati le mani e abbiamo lavorato tantissimo sui live. Portavamo magari un centinaio di persone, che si aspettavano le hit e si trovavano davanti una band solida, con un repertorio vero. In parte abbiamo pagato i pregiudizi che si erano creati su di noi. Oggi però essere sottovalutati è un vantaggio: ci permette di riproporci anche a una generazione diversa, di stupire e spiazzare».
Se vi fermate oggi a guardarvi indietro, il bilancio è quello che vi aspettavate?
«Assolutamente positivo. Anzi, direi straordinario, perché all’inizio non c’era nessun tipo di aspettativa e invece abbiamo ancora molto da dire. Le nostre canzoni hanno superato l’esame del tempo, che è il più difficile. Oggi, in questo momento discografico, vent’anni rappresentano un’eternità. La carriera di un artista, rispetto a quella di un calciatore, può essere più longeva, ma è anche meno remunerativa. È una grande maratona e solo ogni tanto ti fermi a giudicare il momento. Nei periodi di silenzio discografico noi abbiamo ripulito il suono, seguendo sempre i nostri gusti e la nostra identità. Abbiamo lavorato tanto a livello tecnico e sul palco. Ci sono momenti in cui torni a suonare con meno applausi e riparti dai piccoli club, ma da esperienze del genere impari davvero tanto. Abbiamo fatto una gavetta intermedia, perché quella iniziale, nei tempi, è stata breve. Sembrava quasi dovessimo espiare il demerito di essere stati baciati dalla sorte. Oggi, invece, siamo tornati ad avere anche una struttura di persone che lavora con noi».
Che fotografia danno questi concerti dei Finley di oggi?
«Sono stati due concerti stupendi, corposi: abbiamo suonato quasi due ore, con 25 canzoni in scaletta. Ci sono stati momenti emozionanti, di delirio, di grande energia. È uno show che ha più dimensioni. Dentro ci sono spensieratezza, grinta, intensità. È un bel viaggio. In questo spettacolo abbiamo lasciato grande spazio al nostro primo disco, portandone in scena la scaletta completa. Anche fuori dal palco il legame resta forte, pur con vite diverse e oggi anche con famiglie e figli».
Quando scrivi oggi, stai parlando ai ragazzi che siete stati o a quelli che avete davanti sotto il palco?
«Io penso prima di tutto a me. Ho un’esigenza personale di raccontare la nostra storia e di scrivere canzoni che mi facciano godere. Non penso a chi le ascolterà, anche se chiaramente il discorso è più rivolto ai miei coetanei, perché riesco a capire meglio i loro sentimenti. Però trovo delle analogie anche con i più piccoli. I ragazzi di oggi sono più misteriosi, ma le nostre analisi su di loro sono spesso troppo parziali. È giusto che non ci parlino, che rifuggano il nostro sguardo. Io mi sento di essere stato più fortunato di loro. Oggi c’è molto più cinismo e tanti smettono di sognare. Il mio obiettivo è cercare di lasciare la cosa migliore possibile».
Il pop-punk in Italia sta vivendo davvero una nuova fase?
«Con l’esplosione del genere oltre oceano mi sarei aspettato che più ragazzi si avvicinassero a questa musica, ma non siamo un Paese per chitarre e band. Restano delle eccezioni, per parlare davvero di scena servono più esempi. La Sad è stato un progetto importante. Le Bambole di Pezza sono nate nel 2002 e poi qualche anno fa sono ripartite. Sono contento che abbiano fatto un grande Sanremo. Sono felice anche per la vittoria di Rob a X Factor, ma il vero lavoro inizia fuori dal talent. Diego (Naska, ndr) ha fatto un lavoro straordinario da indipendente, restando coerente senza farsi ammaliare».
Perché in Italia c’è così poco spazio mainstream per le band?
«È complesso, ci sono molte variabili. Una band costa tre o quattro volte un artista solo, che è una testa sola ed è più facile da controllare. Poi ci sono questioni culturali: spesso si finisce per considerare solo il cantante. Succede con Stash per i The Kolors, con Riccardo Zanotti per i Pinguini Tattici Nucleari, con Francesco Sarcina per Le Vibrazioni. Ma la band è una somma, non un’addizione di singoli elementi. Pensa a Giuliano Sangiorgi: è un frontman straordinario, ma dietro ha anche musicisti straordinari».
Come vi spiegate questa ondata di revival degli anni Duemila?
«Si tende a riabilitare e incensare cose che fino a poco tempo fa venivano demonizzate. Per anni il nostro progetto non ha goduto di grande reputazione presso gli addetti ai lavori. Adesso c’è una sorta di revisionismo storico e quella roba diventa cultura. Ma la verità è che non eravamo i più stronzi prima e non siamo i più fighi adesso. Max Pezzali, da questo punto di vista, è una mosca bianca: era già leggendario prima, ha raccontato la vita di milioni di ragazzi e la sua forza è stata non perdere mai l’umiltà. Eppure anche lui, per un periodo, è stato screditato».
In un mercato sempre più veloce e guidato dall’algoritmo, cosa salvi davvero della musica di oggi?
«Si tende sempre a dire che la musica di ieri fosse migliore, ma non è così. Negli anni ’70 e ’80 c’erano brani straordinari, ma non tutto lo era. Oggi c’è la trap, c’è l’autotune, ma non tutto è da buttare. Il problema è che l’isteria è diventata la regola e l’algoritmo non porta a sviluppare la qualità. Si pensa che una certa musica non abbia velleità solo perché non fa determinate cifre. Per esempio, ho visto Madame uscire con un pezzo gigantesco dopo essersi fermata. Non tutti possono permetterselo, ma tanti che potrebbero non lo fanno. Invece dovrebbero fermarsi, fare altro, uscire con una livrea nuova. Il silenzio dovremmo imparare a viverlo».
Sanremo oggi è ancora un obiettivo o solo una grande occasione da cogliere se capita?
«Sarei scemo a dire di no. Potrebbe essere un moltiplicatore straordinario rispetto al lavoro che abbiamo fatto negli ultimi anni. In passato ci abbiamo provato alcune volte, ma col senno di poi dico: meglio così. Se dobbiamo ripresentarci, dobbiamo farlo nella maniera che vogliamo noi, perché è una vetrina troppo importante. Magari il prossimo anno andremo, magari no: sappiamo che la concorrenza è forte e ampia, e se non succede va bene lo stesso. L’ultima volta ci abbiamo provato due anni fa, nel primo biennio Conti. Devi avere gli argomenti, e poi puoi anche avere una canzone carina. Negli anni passati, da indipendenti, era più difficile. Poi può essere anche il direttore artistico, che ha i suoi pallini, a venirti a cercare. Ed è giusto così, perché alla fine ci mette la faccia».
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