Lo stretto di Hormuz è un problema. Ma adesso qualcosa inizia a muoversi. Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Giappone e Canada hanno firmato un documento che condanna i raid di Teheran e afferma la disponibilità dei sette Paesi a «contribuire ai necessari sforzi per assicurare un passaggio sicuro attraverso lo Stretto». Non ci sono piani per un ingresso in guerra. Lo stesso ministro degli Esteri Antonio Tajani ha specificato che «qualora ci dovesse essere una missione Onu per garantire la navigazione attraverso Stretto di Hormuz, noi siamo pronti a fare la nostra parte». Ai microfoni di Tagadà su La7, il vice presidente del Consiglio ha sottolineato che non c’è alcuna volontà né possibilità di partecipare al conflitto e «forzare Hormuz in questo momento non è nelle nostre corde». Ma per gli osservatori, l’iniziativa dei cinque Stati europei più il Giappone e il Canada (che ha aderito in un secondo momento) è una sorta di pre-mobilitazione. Le monarchie del Golfo continuano a subire gli attacchi iraniani. Le potenze industriali del Vecchio Continente e dell’Estremo Oriente hanno bisogno del petrolio e del gas del Golfo Persico. E Washington è furiosa. Un passaggio diplomatico, prima ancora che sostanziale, che serve quindi a lanciare diversi segnali. Il primo è economico. Il rischio che il Golfo Persico cada in un abisso di missili e blocchi navali è un pericolo per tutto il mondo. Il secondo è un segnale strategico: l’Europa e Tokyo non possono essere lontani da una crisi che sta sconvolgendo una regione fondamentale come il Medio Oriente. Il terzo, invece, è un segnale politico ed è rivolto principalmente a Donald Trump. Gli alleati «ingrati», come li ha definiti il segretario alla Guerra Peter Hegseth, devono dimostrare che non sono sordi ai richiami di Washington. E questo nonostante le divergenze e le perplessità ormai sempre più evidenti.
La tensione tra le due sponde dell’Atlantico appare sempre più chiara anche per i rischi connessi al mercato energetico e all’effetto domino su tutta la regione. Durante l’incontro con la premier giapponese Sanae Takaichi, Trump ha reagito al documento di ieri dicendo che gli alleati «stanno diventando più gentili, ma per quanto mi riguarda è troppo tardi». Per Trump, i Paesi alleati degli Stati Uniti «non vogliono aiutarci a difendere lo Stretto, e sono proprio loro quelli che ne hanno bisogno». E il dito del tycoon è stato puntato soprattutto contro il Regno Unito del premier Keir Starmer. «Ora vogliono mandare portaerei», ha detto The Donald, che «io volevo prima della guerra, non dopo che la guerra è stata vinta». Ma al netto delle dichiarazioni ironiche del presidente americano, il tema in questo momento è anche quello di conciliare le posizioni opposte delle tre parti in conflitto. Ed Europa e partner asiatici rischiano di trovarsi in una posizione particolarmente scomoda. Trump appare sempre più freddo, anche se con la premier Takaichi ha dimostrato un certo grado di soddisfazione per la volontà del Giappone di partecipare a un’iniziata che garantisca la sicurezza di Hormuz. L’Unione europea si è defilata. La Nato, anche per questioni geografiche, non sembra interessata a un ingresso nell’arena mediorientale. I Paesi europei più Tokyo sperano che quel documento sia solo l’inizio di un piano che preveda più partecipanti. Una piattaforma da ampliare ad altri alleati e che si rafforzi con un inquadramento giuridico basato su un input delle Nazioni Unite.
LA REAZIONE
E in tutto questo, esiste il grande nodo da sciogliere: la reazione di Teheran. Coloro che aiuteranno Washington a riaprire Hormuz potranno essere considerati «complici» di crimini «commessi dagli aggressori», ha tuonato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Il capo della diplomazia di Teheran lo ha detto al suo omologo giapponese Toshimitsu Motegi, proprio mentre Takaichi incontrava Trump alla Casa Bianca (e veniva gelata così dal presidente Usa: «Chi si intende di più di sorprese del Giappone? Perché non mi avete detto di Pearl Harbor?»). Teheran ha chiarito che lo stretto non è bloccato, ma occorre fare accordi con la Repubblica islamica. E oltre al pericolo della reazione iraniana, non ci sono ancora dettagli su come potrebbe concretizzarsi il piano. L’ipotesi è quella di un dispositivo aeronavale come già immaginato da Emmanuel Macron che tuteli le navi cargo. Ma tutto questo dovrebbe avvenire una volta cessate le ostilità tra Iran, Israele e Stati Uniti. E Washington sta già studiando un piano per occupare le isole dello Stretto come avamposto. O come leva nei confronti di Teheran.
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