«Voglio restituire agli altri un po’ della fortuna che ho avuto io nella mia vita». Con questo spirito Bruno Barbieri è partito per la Florida lo scorso gennaio alla ricerca di storie italiane negli Stati Uniti.
Storie ovviamente legate al mondo della cucina, tra i più grandi patrimoni che l’Italia può vantare in giro per il mondo. Lo chef giudice di MasterChef è partito senza tv al seguito e ha raccontato sui suoi canali personali storie «di vita vera». Un format intitolato Bruno in the U.S.A. con undici puntate.
Nel suo racconto però non c’è solo cucina, ma anche un ragionamento più ampio sull’identità italiana, sulla forza del racconto e sul bisogno di dare visibilità a chi, lontano da casa, sta facendo impresa con talento e sacrificio.
Of Chef Barbieri, partiamo dall’inizio: qual è la missione di Bruno in the U.S.A.?
«La mia missione è raccontare la storia di tanti giovani che hanno lasciato il nostro Paese non per disperazione, ma per cercare qualcosa di diverso nella loro vita. Non parliamo di persone che sono partite perché con l’acqua alla gola o perché in Italia non funzionava niente. Parliamo di gente arrivata negli Stati Uniti per costruire, per mettersi in gioco, per raccontare una storia importante: la storia del nostro Paese, del nostro lavoro, della nostra materia prima, ma soprattutto della nostra cultura».
Perché ha scelto di partire proprio dalla Florida?
«Perché in Florida vivo per un periodo dell’anno. È un posto dove vengo a ricaricarmi, a rigenerarmi. Ho molti amici italiani e molti amici americani, quindi la conosco bene. A un certo punto mi sono detto: invece di andare soltanto nei ristoranti americani, perché non andare a vedere che cosa fanno gli italiani qui? Da lì è cominciato tutto. Ho iniziato a conoscere imprenditori, chef, ma anche italiani che fanno altri lavori. Poi, come sempre succede con la comunità italiana, da una persona passi a un’altra, da una storia ne nasce un’altra. E mi si è aperto un mondo».
Che cosa ha scoperto in questo viaggio?
«Ho scoperto ragazzi straordinari, persone molto brave, con una voglia enorme di emergere e di raccontare qualcosa di importante. E ho capito ancora di più una cosa: l’America è uno dei pochi Paesi al mondo dove, se hai capacità, una grande opportunità te la danno davvero. Certo, non è facile fare impresa qui, ma se hai visione, se sei bravo e se capisci il contesto in cui lavori, puoi costruire qualcosa di importante».
Che immagine hanno gli americani degli italiani?
«Ci amano in maniera folle. Tutto quello che è italiano per loro è figo, è moda, è trendy. Sono affascinati da come ti vesti, da dove vieni, dalla storia della tua famiglia, da quello che fai. Gli italiani negli Stati Uniti sono veramente amati e questa cosa mi ha colpito molto. Ti fanno sentire a casa e, soprattutto, vogliono ascoltare la tua storia. Questo ti fa capire che noi italiani abbiamo davvero una marcia in più: nell’artigianalità, nel modo di porci, nella capacità di creare relazione».
Eppure spesso l’Italia fatica a raccontarsi.
«È vero. Noi dovremmo imparare a fare molto meglio le pubbliche relazioni del nostro Paese. Quando andiamo in giro per il mondo dovremmo raccontare davvero la nostra storia, il valore dei nostri territori, dei nostri prodotti, della nostra cultura. A volte ci rendiamo conto del valore dell’Italia più all’estero che a casa nostra. E con questo progetto sto cercando di fare anche questo: dare visibilità a persone che, attraverso il loro lavoro, stanno raccontando l’Italia nel mondo».
Quali storie l’hanno colpita di più?
«Tante. C’è, per esempio, Angelo, che tra quelli che ho incontrato è il più grande d’età: è arrivato in America con grandissime difficoltà e oggi ha costruito un gruppo importante, con ristoranti, bar, pasticcerie, forni. Oppure i ragazzi di Manolibera, giovanissimi napoletani che hanno aperto un posto stupendo. C’è la famiglia di Ciao Amore, marito e moglie romani: erano arrivati per aprire un piccolo caseificio in Florida, poi hanno aperto un ristorante, in pieno Covid, e non si sono arresi. Lei faceva anche corsi di cucina per le signore americane e insieme hanno costruito un’impresa vera».
C’è anche chi ha scelto di raccontare una cucina molto identitaria.
«Assolutamente sì. Penso a Via Emilia 9, a Miami, aperto da una coppia giovanissima di San Giovanni in Persiceto. Loro non raccontano genericamente una cucina italiana: raccontano una cucina emiliano-romagnola. Fanno tortellini, lasagne, piatti della tradizione. Hanno perfino una sfoglina in vetrina. È questo che mi interessa: chi non si limita a fare l’italian sounding, ma porta una cultura precisa, vera, radicata».
In questo racconto c’è anche l’idea di un’Italia che sa innovare senza perdere le radici?
«È esattamente così. Questi ragazzi hanno capito che non basta rifare sempre i soliti piatti che l’americano si aspetta di trovare perché li ha mangiati in vacanza a Roma o a Milano. Un tempo era più semplice aprire un ristorante e vivere di carbonara, cacio e pepe o cotoletta milanese. Oggi tanti chef italiani stanno facendo un lavoro più profondo: insegnano come si mangia davvero la pasta, come si fa un risotto, come si valorizza una materia prima. Magari all’inizio perdi anche qualche coperto, ma è così che costruisci cultura gastronomica».
Quanto conta la comunicazione negli Stati Uniti?
«Conta tantissimo. Qui bisogna essere molto bravi a comunicare e a capire che cosa vuole il cliente, perché hanno abitudini e un palato diversi. Però il cliente americano vuole sapere: vuole conoscere lo chef, la sua storia, da dove arriva il cibo, perché un piatto è fatto in un certo modo. Per questo non basta il cuoco in cucina: servono anche una sala preparata, un racconto coerente, persone capaci di spiegare il valore del prodotto. E i ristoranti che ho visitato lavorano davvero tanto in questa direzione».
Quindi non è solo cucina, ma anche racconto del Made in Italy?
«Certo. Dietro questi ristoranti si sono aperti mondi enormi: quello dell’importazione della materia prima, per esempio. Oggi negli Stati Uniti ci sono aziende italiane che portano qui i nostri prodotti, dagli aceti balsamici agli oli, dal parmigiano ai salumi. Si sta facendo un grandissimo lavoro. E il bello è che la ristorazione diventa il punto di incontro tra cultura, impresa, artigianato e identità».
Perché ha scelto di realizzare questo progetto in maniera così diretta, sui suoi canali e senza tv?
«Perché è nato in modo spontaneo.
Ero qui, avevo voglia di fare qualcosa, ho iniziato a incontrare questi chef e a conoscere le loro storie. Non c’era il tempo di passare per la televisione o per un format strutturato. Allora mi sono detto: facciamolo sporco, facciamolo reale, raccontiamolo così com’è. Con un paio di telefoni, in modo diretto, senza costruzioni. E credo che questa sia anche la sua forza: è vero, immediato, vicino alle persone».

Quante puntate avete realizzato?
«Undici puntate, tutte girate qui in Florida. Ci abbiamo lavorato per giorni: devi incontrare gli chef, rispettare i loro tempi, entrare nelle cucine, capire le dinamiche. È stato impegnativo, ma molto divertente. Ho conosciuto davvero delle gran belle persone e questa per me è stata la parte più preziosa».
Continuerà con altri Paesi?
«Sì, questa è la mia idea. La mia missione non si ferma agli Stati Uniti. Sono già stato in Australia e lì ho amici che hanno pasticcerie e attività interessanti. Voglio allargare il racconto, far capire che l’Italia non è il Paese che troppo spesso viene descritto in maniera superficiale. È un Paese con una marcia in più, fatto di gente capace, di persone che hanno voglia di fare impresa e di raccontarsi, anche lontano da casa».
In queste storie si è rivisto un po’ anche lei?
«Assolutamente sì. Io sono molto tifoso di queste storie perché, in parte, ci rivedo anche il mio percorso. Il fatto di andarmene di casa, di lasciare il mio Paese, di viaggiare, di tornare, di confrontarmi con mondi diversi: fa parte della mia vita. Io non sarei mai riuscito a stare fermo tutta la vita nello stesso posto. Credo che la cucina funzioni così: conoscere altra gente, entrare in altri mercati, altre culture, altre storie. È il modo più intelligente per fare questo lavoro».
Quanto conta, per lei, poter dare visibilità a questi chef?
«Conta tantissimo. Oggi la mia fortuna è poter usare quello che ho costruito negli anni per diventare una vetrina per altri. Io ho avuto talento, certo, ma ho avuto anche fortuna: ho incontrato grandi chef, grandi professionisti, ho viaggiato, ho imparato. Allora, se posso restituire qualcosa mettendo in luce persone brave, vere, che magari hanno fatto più fatica o non hanno ancora avuto il riconoscimento che meritano, per me è fondamentale».
Molti dei protagonisti le hanno detto perché hanno lasciato l’Italia?
«Sì, e questo è stato molto interessante. Quasi tutti mi hanno detto la stessa cosa: non se ne sono andati perché in Italia non si sentivano realizzati, ma perché cercavano stimoli diversi, oppure per amore, o per il desiderio di raccontarsi in un altro contesto. Questa è una distinzione importante. Non è una fuga: è una scelta di vita, di crescita, di prospettiva».
C’è qualcosa della ristorazione italiana che è difficile esportare?
«Più che impossibile da esportare, direi che va insegnato. In America tutto passa molto dalla comunicazione. Devi spiegare perché una pasta va mangiata in un certo modo, perché un risotto ha una certa consistenza, perché certe cose non si mescolano nello stesso piatto. Sono abitudini diverse, ma quando trovi chi ha voglia di ascoltare e di capire, puoi fare un lavoro enorme. E oggi gli chef italiani qui lo stanno facendo molto bene».
La geografia gastronomica americana sta cambiando?
«Sì, molto. La Mecca della gastronomia non è più soltanto New York o Los Angeles. Si stanno muovendo tante cose anche in Florida, a Boston, a San Francisco, a New Orleans, sulla costa del Golfo. Gli italiani stanno lavorando bene in tante aree nuove e questo rende tutto ancora più interessante. Non c’è più un solo centro: ci sono tante città e tante comunità dove si può costruire qualcosa».
Questo progetto la allontana in qualche modo dalla televisione italiana?
«No, assolutamente. Io ho i miei programmi di punta, MasterChef e 4 Hotel, che restano centrali. Diciamo che questo è un lavoro che faccio nei miei momenti liberi, mentre viaggio e mi rigenero. Ma non mi allontana affatto dalla televisione italiana. Anzi, sono due mondi che convivono benissimo».
Può esistere un MasterChef senza Bruno Barbieri?
«Secondo lei? Per mandarmi via di dovranno avvelenare. Voglio essere seppellito a Rogoredo (ride, ndr). Io a MasterChef mi sono sempre dedicato tantissimo. Quando lo giro, per me esiste solo quello. Mi interessa scoprire talenti, capire le persone, raccontare il valore del cibo. E credo che MasterChef abbia fatto un lavoro enorme: ha fatto capire che dietro a un piatto non c’è solo il talento di uno chef, ma anche la storia di produttori, allevatori, artigiani, persone che ogni giorno fanno sacrifici per portare qualità in tavola. Questo è stato un passaggio culturale importantissimo».
Incontrerà Sinner a Miami? Lui sta giocando il torneo ATP proprio in questi giorni e sappiamo che lei è un grande fan…
«Magari… sarebbe un sogno. Mi piacerebbe cucinargli delle tagliatelle, sono sicuro che gli piacerebbero. Proverò a stalkerizzarlo (ride, ndr). Lui è tra i più grandi esportatori di italianità nel mondo. E adesso c’è anche Kimi Antonelli, quel ragazzo va fortissimo ed è un orgoglio».
Che cosa le manca dell’Italia quando è all’estero?
«L’Italia ti manca sempre. Ti manca il vicino di casa, il bar sotto casa, il farmacista all’angolo, il prete, le piccole cose quotidiane. Però io ho imparato a vivere molto il presente. So che poi torno, perché la tua terra resta sempre la tua terra. E lo vedo anche negli italiani che vivono qui da 50 o 60 anni: tutti mantengono un’anima italiana, tutti tornano, una o due volte l’anno. Hai bisogno della tua terra, della tua aria, delle tue radici».
E dopo gli Stati Uniti, dove andrà la sua missione gastronomica?
«Devo battere anche l’Africa, perché è un altro posto che conosco e dove voglio tornare. È un mondo estremamente interessante, anche dal punto di vista gastronomico. Io sono un battitore libero: mi alzo la mattina, chiudo la porta di casa e vado. Non devo niente a nessuno, sono un uomo libero nell’anima. E andare in giro per il mondo, con rispetto e curiosità, ti apre davvero la mente in maniera incredibile».
Ultimo aggiornamento: venerdì 20 marzo 2026, 06:46
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