di
Mario Platero
Il presidente Usa infuriato ma impotente davanti al responsabile della Fed che non ha nessuna intenzione di lasciare il suo incarico fino a quando l’inchiesta sul suo successore Kevin Warsh non sarà terminata
NEW YORK – Deciso, determinato e per nulla intimorito dagli attacchi di Donald Trump, Jerome Powell ha alzato il tiro del confronto mettendo la Casa Bianca in un angolo: dopo le riunioni del Comitato Monetario (FOMC), il presidente della Fed ha non solo detto che non diminuirà i tassi di interesse, ma ha ipotizzato che in queste condizioni macroeconomiche la Fed potrebbe esser addirittura costretta ad alzarli. Non e’ stata la sola provocazione: Powell ha detto per la prima volta che resterà alla guida della Banca Centrale fino a quando il suo successore designato, Kevin Warsh, non sarà confermato e ha detto che non lascerà il suo seggio in consiglio della Fed anche dopo una successione alla Presidenza dell’istituzione, almeno fino a quando l’inchiesta del dipartimento per la Giustizia non sarà chiusa. Poche parole ma molto chiare alle quali Donald Trump ha risposto prima irritatissimo, poi ha cercato di liquidare l’imbarazzo con una delle sue solite battuta «Mr too late» «Il sign troppo tardi..» riferendosi alla sua resistenza a tagliare i tassi e ha poi detto che potrebbe anche chiamarlo.
La verità è che le battute di Trump come già abbiamo osservato in passato, stanno perdendo il loro smalto. Soprattutto quando le lancia contro Powell: nonostante la differenza fisica fra i due, enorme Trump, minuto e magrissimo Powell, il Presidente esce dal confronto con le ossa rotte.
Powell ha anche risposto indirettamente agli attacchi del suo ex collega e possibile successore Kevin Warsh criticando in generale l’idea che i punti di riferimento macro possano essere superati dagli aumenti di produttività che portera’ l’IA. «Tutto è possibile ma ancora non ci siamo e l’inflazione mi preoccupa ancora» ha detto Powell.
A fronte di queste schermaglie dobbiamo dare ragione a Powell. Il tasso di inflazione resta al di sopra degli obiettivi del 2%, viaggiando attorno al 2.4 ben prima che ci fosse la guerra contro l’Iran. Sul piano economico per ora siamo soltanto alla prima fase dell’impatto inflazione e cioè all’aumento dei prezzi del carburante che attacca il potere d’acquisto degli americani. Non conosciamo ancora l’impatto della seconda fase, quella cioè in cui l’impatto del blocco delle altre materie prime oltre al petrolio potrebbe abbattersi sull’economia nel suo insieme. Se aumentano i costi dei trasporti per l’aumento del costo del carburante ad esempio o se ci sarà scarsità di certi prodotti o ingredienti la ricaduta sarà di nuovo sui prezzi con un effetto moltiplicatore e con settori diversificati a rischio, primo fra tutti quello immobiliare. E a chi osserva che potrebbe esserci un dilemma per la Fed nel bilanciare la sua tradizionale doppia missione di proteggere l’economia dall’inflazione, ma anche di proteggere il mercato del lavoro o comunque la crescita, Powell ha risposto che i dati sull’occupazione sorprendentemente deboli per febbraio vanno letti insieme a quelli di gennaio e che il bias della Fed resta per ora solo sull’inflazione. La preoccupazione della Fed piuttosto riguarda la mancata formazione di nuovo lavoro, una responsabilità che per le sue spiegazioni ricade di nuovo sulla Casa Bianca. La guerra all’immigrazione illegale ha infatti portato una crisi per nuove assunzioni, le aziende non vogliono correre rischi e dunque non assumono personale nuovo. A questo si aggiunga la preoccupazione delle aziende per l’impatto dell’intelligenza artificiale, ancora sconosciuto ma certamente con conseguenze su alcuni settori, primo fra tutti quello del software.
Per la successione infine Powell ha detto che la legge parla chiaro, non ci sarà un vuoto di potere alla Fed se non si potrà nominare un successore alla scadenza del mandato a metà maggio: «Resterò io alla guida della Banca Centrale tanto più che il mandato come consigliere non è in scadenza». Di nuovo una risposta provocatoria a Donald Trump che su questo fronte ha commesso uno dei più gravi errori di valutazione: Il Presidente ha aperto attraverso il dipartimento per la Giustizia una procedura criminale contro Powell per aver gestito male le spese per il rinnovo della sede della Fed. Il suo obiettivo era di intimorirlo. Ma non solo Powell ha resistito, al momento della valutazione dell’istanza, un giudice federale ha definito ridicole le accuse della procura di Washington e «motivate politicamente». Allo stesso tempo, il Presidente repubblicano della Commissione Bancaria al Senato, il senatore Thom Tillis, della Carolina del Nord, ha bloccato la conferma dei conferma dei candidati di Trump alla Fed fino a quando la questione legale non sarà risolta. Forte di questo sostegno morale sia politico che giuridico Powell ha detto di non avere «alcuna intenzione di lasciare il consiglio della Fed finché l’indagine non sarà definitivamente conclusa, in modo trasparente e definitivo». Ricordiamolo, Powell pur lasciando la presidenza, ha il diritto di rimanere in carica come governatore fino a gennaio 2028. Powell ha anche affermato di non aver ancora deciso se resterà in carica per l’intero mandato, aggiungendo ulteriore suspense alla successione alla guida della banca centrale. E la conferma di quanto si dice da sempre a Washington e cioè che il Presidente della Fed è il secondo più potente personaggio della Capitale.
19 marzo 2026
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