A differenza di Silvio Berlusconi, che lo sdoganò al governo nazionale ed era un habitué di Napoli, Umberto Bossi non ha mai avuto particolare attrazione per il capoluogo partenopeo. Ci venne a malincuore, costretto da ragioni politiche, quel sabato 24 febbraio 2001, invitato a parlare alla Conferenza programmatica di tre giorni organizzata da An, allora guidata da Gianfranco Fini. Ragioni di alleanze a destra e, al teatro della mostra d’Oltremare, il senatùr si presentò in abito blu e camicia biancoverde.

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Parlò di «passi avanti compiuti», di «tempi maturi». Poi, sulle alleanze per guidare il capoluogo campano, con ironia concluse: «Siamo pronti a scendere giù in massa per dare una mano al tandem Martusciello-Mussolini». Scoprì Napoli, lo accolsero un’ottantina di giovani dei centri sociali con cartelli dalla scritta «benvenuto in Italia». A via Chiaia fece un giro scortato, si fa per dire, da Alessandra Mussolini tra gente che fischiava. Poi, l’apoteosi al ristorante «Mimì alla ferrovia» dove, pungolato dai commensali di una tavolata non aperta a tutti, si mise a cantare «Maruzzella» in stentato napoletano.

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I “terùn”

Ma Napoli per Bossi era un’isola lontana, l’isola che non c’è. E lo pensò fino all’ultimo quando Matteo Salvini voleva sfondare al sud con la Lega e lui gli disse: «Che vai a fare a Napoli, resta a casa tua». Con Pino Daniele, poi, fu botta e risposta a colpi di querele. Il mascalzone latino gli scrisse la sua «’O scarrafone» con la frase «questa Lega è una vergogna» e poi, quando gli riferirono dello show di Bossi sulle note di «Maruzzella» al ristorante, si lasciò andare in un querelabile: «È n’onn’e m…che schifo».

Bossi raccolse e querelò. Pino fu rinviato a giudizio dal gup di Sanremo per diffamazione. Fu a giudizio anche Bossi per aver dato del «terùn» a un’alta carica dello Stato. Era il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Ad un raduno leghista il senatùr disse: «Nomen omen, un napoletano che si chiama napolitano». Sulla crisi dei rifiuti ci andò ancora giù duro. E si lasciò andare a un commento velenoso: «Questi napoletani non hanno ancora imparato, li abbiamo già aiutati una volta a togliere la spazzatura dalle strade» riferendosi all’intervento del governo Berlusconi a Napoli. Nel 2017, senza mai smentirsi sui suoi pregiudizi e sulla visione dell’Italia chiusa fino a Firenze e non oltre, commentò: «Napoli è la capitale degli imbroglioni». Ma si ricordano anche confronti – seri e profondi – con Antonio Bassolino prima sindaco della città e poi presidente della Regione. Erano gli anni del dibattito pubblico incentrato sulla svolta federalista, la «devolution», come dicevano i leghisti di allora.

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Il calcio

Forse per l’età, solo una volta in pubblico il senatùr ha avuto parole positive su Napoli. Ma riferendosi alla squadra azzurra vincitrice dello scudetto nel 2023 con Luciano Spalletti. Gli chiesero un commento e dichiarò: «Uno scudetto meritato, ho tifato per loro, una buona squadra». Bontà sua, mentre ai suoi inizi su questo giornale nel 1992 Pietro Gargano analizzò le «tante bugie di Bossi» e sette anni dopo, sempre sul Mattino venne tradotto in napoletano il suo pensiero. Di fatto, oltre la visione politica, è rimasta la verità di una vita intera: per Bossi, Napoli è rimasta sempre e solo un corpo estraneo e lontano.