La prima volta insieme sullo schermo è stata dieci anni fa, in Romanzo familiare, serie Rai di Francesca Archibugi, in cui lui incarnava un ruolo genitoriale e lei era l’adolescente alla scoperta di una paternità taciuta: Giorgio e Micol. Oggi, quella distanza affettiva si è assottigliata per lasciare spazio a un’elettricità nuova, una tensione tra pari che trasforma Non è la fine del mondo, commedia tratta dal romanzo di Alessia Gazzola della sceneggiatrice e regista emergente Valentina Zanella – al cinema dal 26 marzo -, in un corpo a corpo generazionale che dà sostanza a ogni inquadratura, sviscerando senza sconti il tema del rapporto tra i giovani e il mondo del lavoro, ragionando sulla fatica di essere finalmente “visti” e sulla natura stessa del talento.

esquire digital cover, andrea bosca, non è la fine del mondopinterest

Courtesy Maddalena Petrosino

L’opera prima di Valentina Zanella ci proietta infatti nel mondo precario dell’industria creativa, dove la gavetta rischia di essere un vicolo cieco e lo sfruttamento è spesso mascherato da opportunità. Qui Fotinì Peluso e Andrea Bosca, al centro della nuova Digital cover di Esquire Italia, mettono in scena un cortocircuito di valori necessario e familiare: da una parte Emma De Tessent, eterna stagista garbata e intransigente, costituzionalmente allergica alla logica del sacrificio in nome dell’arte; dall’altra Pietro Scalzi, produttore cinematografico di successo, quarantenne che ha barattato la vita privata con la produttività e si scopre un inaffidabile proprio laddove il cuore richiederebbe presenza. Una storia che non si limita a fotografare un ambiente, ma solleva domande scomode sulla responsabilità di onorare i propri doni senza diventarne schiavi.

Dieci anni dopo Romanzo familiare, vi ritrovate con un equilibrio ridimensionato: non più padre e figlia, ma due professionisti che si sfidano alla pari. Quanto della vostra complicità reale ha nutrito i personaggi di Emma e Pietro?

AB Ricorderò sempre con affetto quel set meraviglioso in cui Fotinì muoveva i primi passi da attrice; era già bravissima e io ero felice della “famiglia” che si era creata tra noi. Ritrovarla, dopo tutti questi anni, è stato un piacere immenso: lei è cresciuta molto nel frattempo, come donna e come interprete, dimostrando un’intelligenza e un’apertura che anche in questa occasione ci hanno permesso di confrontarci, in un rapporto di perfetta reciprocità. In scena ci siamo presi dei rischi, sorpendendoci a vicenda; spesso era lei a prendere l’iniziativa, aveva sempre ragione e l’assecondavo. Fotinì ha mantenuto quella sana inconsapevolezza del suo talento che la rende estremamente ricettiva, ma resta una grande professionista, “sul pezzo” in modo quasi maniacale: conosce perfettamente la produzione e gli orari, è una specie di alias dell’aiuto regista.

FP Andrea mi definisce “sul pezzo”: è il suo modo gentile per dire che a volte sono una gran rompiscatole, perché ho bisogno di capire ogni ingranaggio della macchina produttiva. A parte gli scherzi, ritrovarmi oggi a lavorare proprio con lui, che ha rappresentato il mio primo riferimento “paterno” sullo schermo, ha regalato una luce speciale al nostro rapporto. Tra noi c’è sempre stato un grande scambio, anche oltre il lavoro: abbiamo passato pomeriggi a leggere il copione, o semplicemente a “cazzeggiare”, condividendo esperienze personali. Questa confidenza è stata parte integrante del motivo per cui la storia funziona così bene.

Il film descrive un’industria cinematografica che somiglia a una giungla di precariato. Avete attinto alle vostre fatiche personali per restituire una verità su questo mondo?

FP Il racconto sul precariato è molto attendibile e purtroppo non riguarda solo il cinema; lo constato quotidianamente tra i miei amici plurilaureati, che stentano a trovare sbocchi lavorativi. Nel nostro settore in particolare, dove lo sfruttamento si avverte in maniera sensibile: puoi affrontare una gavetta lunghissima senza mai arrivare da nessuna parte, a causa della scarsità dell’offerta. Sono grata per la fortuna che ho avuto fin qui di poter scegliere liberamente i progetti da seguire, ma so che in questo ambiente il successo arriva spesso a singhiozzo e non è scontato che sia per sempre: ora che mi avvicino ai trent’anni, inizio a interrogarmi seriamente sul futuro.

AB Il nostro è un mondo in cui è difficile entrare e ancora più difficile restare. Poter fare questo mestiere è un privilegio, ma la passione che ti anima dev’essere abbastanza forte da spezzare il circolo vizioso di certe vecchie abitudini e gestire la paura costante di non farcela. Nel film si muovono personaggi caricaturali che somigliano in modo preoccupante a figure reali che hanno grandi responsabilità nel nostro settore e sono davvero inquietanti. La mia generazione ha accettato troppo passivamente le dinamiche di sfruttamento a cui allude Fotinì, percorsi che spesso non portavano ad alcun upgrade reale. Abbiamo rischiato in tanti di diventare “workaholic” per coprire dei vuoti interiori.

esquire digital cover, andrea bosca, non è la fine del mondopinterest

Courtesy Maddalena Petrosino

Non è la fine del mondo solleva il tema dell’essere finalmente “visti”. Qual è stata, nel vostro percorso, la scintilla o l’incontro che hanno sancito il riconoscimento professionale?

AB Il talento è una sorta di attrazione magnetica, se non riesci a soddisfarla a pieno ti annichilisce. All’inizio della carriera ho sofferto di attacchi d’ansia fortissimi che mi facevano desiderare di fuggire. Mi sono salvato grazie all’incontro con un paio di persone: hanno avuto la forza di farmi capire che avevo davvero qualcosa da dire e valeva la pena di insistere. Come nella storia di Emma, sentirsi “visti” significa trovare chi riconosce il tuo dono e ti sprona a prenderti la responsabilità di onorarlo, spingendoti in situazioni scomode, dove però puoi finalmente fiorire e realizzarti.

FP Per me, sentirsi “visti” non è un traguardo, è più una scia che devi essere brava ad alimentare. Mi sono sentita vista quando Valentina Zanella ha scommesso su di me per un ruolo brillante; venivo da un anno di tragedie infinite, tra la serie greca La grande chimera e il debutto a Siracusa come Antigone nell’Edipo a Colono. C’era il rischio reale che l’industria m’incastrasse in un unico colore, quello del dramma solenne. Essere riconosciuti significa anche questo: avere qualcuno che scorge la tua capacità di respirare in generi diversi, permettendoti di non spegnere quella luce che oggi c’è, ma – lo sai perfettamente – non è eterna.

Il film ha una tesi forte, quasi una sfida etica: il talento è un dono che esige responsabilità, qualcosa che va coltivato come forma di restituzione verso il mondo. Come si concilia questa visione così netta col vostro modo di intendere il mestiere?

AB Mi commuove profondamente quest’idea. È una forma di attenzione e di amore verso qualcosa che ti senti bruciare dentro e che vuoi realizzare a tutti i costi. Tuttavia, non credo nel genio che non studia: senza ampiezza di vedute e approfondimento ci si spezza in fretta. Onorare questa passione richiede un atto di volontà, il coraggio di uscire costantemente dalla propria zona di comfort per restituire quel valore che ci è stato affidato.

FP Su questo punto, lo ammetto, non sono proprio d’accordo: l’idea del talento come un dono da restituire mi suona quasi come un trappola, un destino senza uscita. Dico sul serio, non ho mai pensato di avere un talento innato. Credo di saper far bene alcune cose, ma per me il risultato è figlio della perseveranza, della determinazione e, soprattutto, di una grandissima dose di fortuna. Più che una dote scritta nel DNA da onorare per dovere, il talento è qualcosa che si costruisce, s’impara e si conquista con il tempo e con la fatica.

C’è un attrito evidente tra chi vive il lavoro come sacrificio assoluto e chi, come Emma, rivendica il proprio spazio con la sua gentilezza intransigente. Vi riconoscete in questo scontro generazionale?

AB La mia generazione tende a fare dell’impegno professionale il proprio unico centro di gravità, lasciando spesso che tutto il resto appassisca. Pietro Scalzi incarna bene questo paradosso: è un uomo che arriva a sentirsi quasi in colpa se sta bene o se si concede una tregua. Abbiamo per molti anni accettato ritmi e dinamiche di lavoro che oggi, giustamente, non appaiono più sostenibili. Mi commuove osservare come i giovani oggi abbiano la forza di rivendicare i propri diritti con una risolutezza che a noi è mancata; compiono gesti che per noi erano impensabili, come ribellarsi apertamente o riprendersi la propria autonomia semplicemente inforcando, come fa Emma, una bicicletta da corsa e imboccando un’altra strada.

FP La mia generazione è molto salda sui suoi principi: non cerchiamo solo un impiego, pretendiamo di abitare quello spazio con qualità ed equità. Emma mi ha colpito perché sa imporre il proprio valore senza alcun bisogno di diventare aggressiva, sceglie di muoversi con la propria testa, dimostrando un’autorevolezza naturale che la mette in condizione di stare alla pari con chiunque.

esquire digital cover, andrea bosca, non è la fine del mondopinterest

Courtesy Maddalena Petrosino

Senza fare spoiler, il titolo del film, Non è la fine del mondo, suona come una rassicurazione salvifica, che trova conferma in un finale lontano dai canoni. Che valore date a questa scelta?

FP Mi piace l’idea che la storia non si chiuda con un cerchio perfetto. Il finale è cambiato varie volte durante la lavorazione, ma la versione definitiva lascia una porta aperta, un dubbio, che trovo molto più onesto di una soluzione categorica. L‘idea che alcune cose possano semplicemente non funzionare come previsto, e va bene così: non è la fine del mondo, appunto.

AB È un finale che ribalta completamente i rapporti di forza. Non è la classica parabola romantica del produttore potente che apre tutte le porte. Questa generazione insegna moltissimo alla mia sulla capacità di stare nell’intimità e nelle emozioni, trattando il cuore con delicatezza. Mi sono divertito a raccontare le crepe di Pietro, inclusi i suoi momenti di rabbia improvvisa, perché senza mostrare queste debolezze il film non ha verità umana. Mi ha colpito anche l’idea che Emma si salvi da sola, senza l’aiuto di nessuno, seguendo il suo istinto e il suo cuore. Così come impara a maneggiare la bicicletta da corsa sui sampietrini di Roma.

In quell’immagine c’è tutto.

FP Sui sampietrini di Roma e sulla Tangenziale Est, con una paura folle di cadere, cercando di sembrare disinvolta mentre in realtà vivevo un piccolo trauma fisico e psicologico. È una di quelle prove che dimostrano quanto siamo disposti a rischiare per questo mestiere. Noi attori siamo spesso creature incoscienti, capaci di millantare qualsiasi competenza pur di non farci scappare un ruolo. È un classico, ti chiedono: «Sai andare a cavallo?» e tu rispondi: «Certo, sono una cavallerizza provetta», anche se ne hai il sacrosanto terrore e non sei mai salita in sella in vita tua. Io ho fatto la stessa cosa con la bici da corsa, con quelle ruote sottilissime…

A proposito di bici: per Emma diventa un simbolo di autonomia. Fuori dal set, avete un legame analogo con qualche oggetto?

FP Certo, io sono visceralmente legata a una serie di anelli d’argento che porto da quando avevo undici e tredici anni; sono il mio marchio di fabbrica e non li tolgo mai. E sono una collezionista seriale di conchiglie.

AB Io non vado da nessuna parte senza la mia cassa per la musica; la porto sempre nella borsa da lavoro per essere pronto, se parte la festa. Ma se parliamo di libertà vera, dico il motorino: andarci in due attraverso una Roma assolata è il mio godimento, il mio modo di volare.

Photo Maddalena Petrosino

Per Fotini Peluso, Press office & styling Andreas Mercante
Look Louis Vuitton
Makeup hair Emanuela Di Giammarco
Orecchini e bracciali LV
Collana Dodo Jewels
Styling assistant Sofia Monterastelli.

Per Andrea Bosca, Press office & styling @upgradeartist
Look Andrea Brioni.