di
Elena Meli

Ne soffre un italiano su quattro. La diagnosi, però, spesso arriva tardi, favorendo lo sviluppo di forme più gravi come la cirrosi e il tumore al fegato. Fondamentale individuare i pazienti a maggior rischio

La steatosi epatica, o il «fegato grasso», è un problema molto frequente: le stime parlano di una persona su quattro nella popolazione generale, con percentuali molto maggiori in chi ha obesità o diabete dove si arriva oltre il 75 per cento. Purtroppo è una condizione che può evolvere in forme aggressive come la steatoepatite, che è meno comune ma può essere il primo passo di una marcia verso complicanze ancora peggiori come la cirrosi o il cancro del fegato, per le quali ogni anno 16mila italiani muoiono e 1700 hanno bisogno di un trapianto. I costi sono enormi, ma con una diagnosi precoce e una gestione adeguata questa malattia potrebbe avere un impatto meno drammatico sulla salute delle persone e sui conti del Servizio Sanitario Nazionale.

Una sfida emergente

Lo hanno sottolineato pazienti, clinici e istituzioni durante un tavolo di confronto in Senato, organizzato dall’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato (Aisf) su iniziativa della senatrice Ylenia Zambito, segretario X Commissione del Senato, proprio con l’obiettivo di definire strategie per il futuro. La diagnosi di steatosi è spesso tardiva e questo può favorire lo sviluppo della forma più grave e progressiva, la steatoepatite, che può evolvere in fibrosi: il tessuto del fegato in pratica si indurisce, come se si formassero cicatrici sull’organo, e questo come hanno spiegato i medici è il principale fattore di rischio per un successivo peggioramento verso la cirrosi, in cui la funzionalità epatica è compromessa, e verso il tumore epatico. Più tardi arriva la diagnosi, più cresce il rischio di progressione verso problemi gravi e aumentano i costi connessi. Si tratta di una sfida di cui è necessario occuparsi: la percentuale di pazienti con steatosi candidati a trapianto di fegato è cresciuta, passando dal 12,5 per cento nel 2012 al 20,1 per cento nel 2022.



















































Gestione adeguata

Gli esperti hanno sottolineato che l’obiettivo dovrebbe essere individuare i pazienti a maggior rischio di progressione, per esempio attraverso la valutazione del grado di rigidità del fegato, per poterli poi gestire nel modo migliore. Come spiega Giacomo Germani, segretario AISF e direttore dell’Unità Trapianto Multiviscerale dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Padova, «Grazie a una presa in carico mirata dei pazienti a rischio, ovvero quelli con malattia progressiva oppure fibrosi avanzata, e grazie all’innovazione terapeutica si potrebbero ridurre mortalità e costi associati. Non si tratta peraltro di una condizione limitata al fegato, ma di un quadro clinico e sistemico complesso, che comporta un aumentato rischio di diabete, di eventi cardio- e cerebrovascolari, di problemi renali e di sviluppo di tumori». Anche per questo la malattia sarà al centro del prossimo congresso nazionale Aisf e come aggiunge Massimiliano Conforti, presidente dell’Associazione EpaC: «La steatosi epatica, specialmente nei suoi stadi avanzati, non può più essere considerata una condizione transitoria: è una malattia seria e va affrontata con la stessa attenzione riservata alle altre patologie croniche del fegato. Per questo è fondamentale che i pazienti vengano seguiti da specialisti epatologi, gli unici in grado di garantire un percorso di diagnosi e cura appropriato e tempestivo. La steatosi epatica dovrebbe essere inserita nei Livelli Essenziali di Assistenza e andrebbe creato uno specifico codice di esenzione, all’interno di quello dedicato alle epatiti croniche: un passo indispensabile per tutelare i pazienti, garantire equità di accesso e costruire percorsi di cura realmente efficaci».

20 marzo 2026