di
Francesca Basso

Lettera di Italia e Danimarca: sui migranti servono misure da attivare in caso di forza maggiore. La richiesta alla Ue: non possiamo rischiare che si ripetano i flussi di profughi del 2015. L’Ungheria, sempre più isolata, non cede sui fondi all’Ucraina

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE
BRUXELLES – La resa dei conti al summit Ue non c’è stata, nonostante i toni duri usati nei riguardi del premier Viktor Orbán in un confronto durato un’ora e mezza: il presidente del Consiglio europeo António Costa ha definito «inaccettabile» la decisione di Budapest di bloccare il prestito da 90 miliardi all’Ucraina deciso all’unanimità in dicembre, un comportamento considerato «contrario» al principio della leale cooperazione previsto dai Trattati. In conferenza stampa, al termine del vertice, Costa è stato ancora più chiaro: «I leader Ue sono
intervenuti per condannare Orbán e hanno ricordato che quando si
stipula un accordo va onorato e che i leader devono mantenere la
parola data. Nessuno può ricattare il Consiglio europeo e le
istituzioni europee
».

Orbán, che è in campagna elettorale, incolpa Kiev per la crisi energetica del Paese perché non ha riparato l’oleodotto Druzhba, che sino a fine gennaio ha trasportato il petrolio russo in Ungheria, quando poi è stato colpito da Mosca. «Niente petrolio uguale niente soldi», la sintesi di Orbán su X.



















































«Nessuno vuole ritrovarsi coinvolto nelle elezioni ungheresi» che si tengono il 12 aprile, spiegava ieri una fonte diplomatica europea. L’Ue si è anche offerta di pagare le riparazioni. Dunque il dossier sarà affrontato nuovamente dopo le urne. La frustrazione dei leader verso il premier ungherese ha però toccato forse il punto più alto. È stato descritto isolato in sala, lasciato alle sue convinzioni. Ma come lui la pensa il premier Slovacco Robert Fico, che reclama a sua volta il greggio russo. 

Slovacchia e Ungheria godono di un’esenzione dalle sanzioni contro il petrolio di Mosca. Il risultato finale è che anche questa volta il prestito non è stato sbloccato e le conclusioni con il sostegno dell’Ue all’Ucraina sono state sottoscritte a Venticinque come in dicembre, senza Budapest e Bratislava. Costa ha tuttavia ripreso anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, definendo «inappropriate» le sue dichiarazioni contro il primo ministro ungherese.

L’agenda del Consiglio europeo era particolarmente densa e il summit si è protratto nella notte. I leader hanno discusso nel pomeriggio di Iran e delle conseguenze della guerra per l’Unione europea: dalla sicurezza ai prezzi elevati dell’energia, cui è seguito un confronto sulle misure per rilanciare la competitività con l’adozione di una road map. 

«Per quanto riguarda la situazione italiana, siamo impegnati a lavorare molto da vicino con il governo italiano sul decreto» bollette, «in linea con l’orientamento delle conclusioni del Consiglio europeo», ha detto alla conclusione del summit la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, aggiungendo che «a partire da lunedì inizieranno le consultazioni e siamo fiduciosi di poter fare progressi per affrontare, nel breve termine, i problemi specifici dell’Italia». Quanto al sistema di scambio di emissioni, di cui Roma chiede una profonda revisione, von der Leyen ha assicurato che «nel medio periodo, la prossima revisione dell’Ets affronterà questioni rilevanti per l’Italia, come l’estensione delle quote gratuite per le industrie ad alta intensità energetica o la volatilità dei prezzi dell’Ets».

La premier Meloni non è l’unica ad essere soddisfatta dei risultati incassati durante il vertice. Anche il premier Donald Tusk torna a Varsavia non a mani vuote sull’energia. Nelle conclusioni il Consiglio europeo «invita la Commissione a collaborare strettamente con gli Stati membri per elaborare misure nazionali temporanee e mirate volte ad attenuare gli effetti significativi dei combustibili e delle relative componenti di costo sui costi di produzione dell’energia elettrica, nonché l’impatto di tutte le altre componenti di costo». E questo viene letto da diversi Paesi come un cambio di paradigma, con le istanze nazionali che vengono tenute in considerazione a Bruxelles.

Oltre all’impatto sui prezzi dell’energia, la guerra in Iran preoccupa l’Ue per le possibili conseguenze sui flussi di rifugiati. Von der Leyen in conferenza stampa ha detto che «per ora» con questa crisi «non abbiamo ancora visto flussi migratori verso l’Europa, ma dobbiamo rimanere preparati per fare in modo di evitare che si ripeta la situazione del 2015». Di fatto la presidente ha accolto le preoccupazioni manifestate da Italia, Danimarca, Olanda e dai Paesi che al mattino hanno partecipato all’ormai tradizionale «colazione sulla migrazione»: Germania, Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Grecia, Polonia, Lettonia, Malta, Slovacchia, Repubblica Ceca, Svezia e Ungheria. In tutto 16 Paesi su 27. 

Roma e Copenaghen in una lettera ai vertici Ue e agli altri leader in cui hanno evidenziato che non si può «rischiare che si ripetano i flussi di profughi e migranti verso l’Ue che abbiamo visto nel 2015-2016»: si tratterebbe di «una catastrofe umanitaria» ma avrebbe anche «un impatto sulla sicurezza e sulla coesione della nostra Unione». Per le premier italiana Meloni e danese Frederiksen si deve «fornire immediatamente un sostegno sufficiente» agli Stati in Medio Oriente «poiché i rifugiati e i migranti dovrebbero generalmente essere assistiti nei luoghi in cui si trovano, nelle loro regioni d’origine». Roma e Copenaghen hanno chiesto di «rafforzare ulteriormente le frontiere esterne», ma soprattutto «incoraggiano» la Commissione a «esplorare meccanismi che possano fungere da freno di emergenza, da attivare in caso di forza maggiore qualora si verifichino improvvisi movimenti migratori su larga scala verso l’Unione». Una priorità, quella dei rifugiati, che i sedici Paesi della «colazione» sono riusciti a inserire nelle conclusioni del vertice.

20 marzo 2026