di
Greta Privitera

Gli iraniani provano a celebrare Nowruz, il capodanno persiano: vanno al mercato a prendere le melanzane e il pesce mentre a qualche metro rischia di cadere una bomba. Una ragazza ci racconta lo stupro in carcere

Samira si sveglia presto per andare al mercato di Tajrish, a nord di Teheran. Le mancano le melanzane, le uova, i pomodori per le kotlet bademjam, che sono polpette di melanzane, ceci e menta. Le mangerà stasera a cena. Sua madre si occupa del riso con verdure e pesce – «di solito era il salmone, ma da un po’ non lo troviamo». Il dolce arriverà da una vicina di casa.

È Nowruz, il capodanno persiano, l’antica festa zoroastriana che coincide con il primo giorno di primavera. Quest’anno, nel calendario iraniano, siamo al 1405. Samira spiega che in questa giornata si esprimono i desideri più cari. Il suo è «una vita come la vostra»: libera e in pace. Non riesce a immaginare come sarà riunirsi con una guerra in corso, mentre dalla finestra, magari, si alza una fitta nuvola di fumo, o un’altra esplosione «mi farà saltare il cuore», dice. Quando la vpn le permette di riconnettersi – sono venti giorni che dura il blackout di internet – aggiunge: «Non è una festa, celebriamo una rinascita». 



















































Per molti iraniani, è difficile stare dentro la gamma di sentimenti che questa guerra porta con sé. Provano ad adattarsi a questa vita anormale e vanno al mercato, o a bere un caffè. Ma le bombe fanno terrore, almeno quanto l’idea di continuare a vivere sotto una dittatura. Sperano che il regime cada, e si arrabbiano per il palazzo crollato, da cui, per fortuna, sono riusciti a salvare da sotto le macerie un bambino vivo. Si arrabbiano per l’ospedale, la scuola colpita. Il cielo fa paura perché da lì piovono le bombe. Ma anche le strade non sono sicure perché i paramilitari basij moltiplicano i posti di blocco. 

«Ti fermano, ti chiedono i documenti, ti trattano come un criminale. In un secondo puoi finire dentro, accusato chissà di cosa», scrive Ali. Che ci fa entrare in una chat di Telegram dove ci si scambia informazioni sui checkpoint, si segnano le strade, il numero di guardie, gli incidenti. Un ragazzo scrive che i militari usano le strutture pubbliche come basi: «Si mischiano a noi per usarci come scudi umani». La paranoia, il sospetto sono alle stelle. La macchina della repressione anche. La televisione di Stato terrorizza i cittadini, minacciandoli per bocca delle sue «star» di non osare protestare. 

Nonostante le autorità siano impegnate sul fronte della guerra contro i nemici di sempre – Israele e Stati Uniti – il regime non allenta la morsa. Per la prima volta ieri, l’agenzia di stampa della Magistratura ha annunciato l’impiccagione di tre ragazzi che avevano partecipato alle proteste di gennaio. Si chiamavano Mehdi Ghasemi, Saleh Mohammadi e Saeed Davoudi. Sono stati giustiziati nella città di Qom, a sud di Teheran, dopo la condanna per il reato capitale di moharebeh, «guerra contro Dio». 

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Il tribunale li ha giudicati colpevoli di coinvolgimento nell’omicidio di due agenti di polizia e di «azioni operative» a favore di Israele e Stati Uniti. Mehdi ha compiuto 19 anni una settimana fa ed era una wrestler professionista, giocava nella nazionale. Anche Saleh aveva 19 anni, e anche lui era un campione di wrestling. Saeed era poco più grande. Li hanno interrogati in un processo lampo, senza un avvocato, costretti ad ammettere falsità, ha raccontato Mehdi, prima di morire. 

«Uccidono per terrorizzare il popolo», scrivono da Iran Human Rights. «Temiamo che nei prossimi giorni il numero dei giustiziati cresca. E con internet spento, abbiamo paura che molto resti nascosto». 
L’8 gennaio, con lo stesso buio di oggi, Sarah – che fa la dottoressa in una grande città del Paese – è stata prelevata dall’ambulatorio segreto dove in quei giorni aiutava i manifestanti feriti. L’hanno portata in prigione, interrogata e poi stuprata. 

Ci scrive che l’hanno buttata in una cella di dieci metri quadrati con trenta, quaranta persone. Il primo interrogatorio è durato dalle undici di sera alle cinque del mattino. Il suo crimine era quello di aver curato i giovani delle proteste colpiti dalle pallottole del regime. Il secondo interrogatorio è stato l’inferno. «Mi hanno picchiata, poi mi hanno strappato i vestiti di dosso. Prima mi hanno toccato le parti intime umiliandomi, e poi mi hanno stuprata, uno dopo l’altro. Ho sanguinato tanto e non mi hanno dato nemmeno un assorbente per fermare l’emorragia». È stata liberata solo tre settimane fa, poco prima dell’inizio della guerra. Non ha più paura di niente, dice Sarah, e non ha nemmeno più desideri. 

Benjamin Netanyahu continua a esortare il popolo iraniano a dare l’ultima spallata al regime per farlo cadere. Non solo i suoi stretti collaboratori gli hanno ricordato che se milioni di donne e uomini scendessero oggi per le strade, come hanno fatto a dicembre e gennaio, sarebbe una carneficina. Ali si arrabbia: «Nessuno ha a cuore il nostro popolo, qui sono morte oltre 1300 persone in venti giorni». Si parla tanto di stretti chiusi e di barili di petrolio che toccano cifre record, «ma dell’effetto della guerra sugli iraniani non sembra interessare a nessuno», continua il ragazzo che questa sera rimarrà a casa da solo. 

Samira, invece, prepara il menù. Scrive che sulla tavola apparecchiata di Nowruz è tradizione mettere anche il libro del grande poeta persiano Hafez. Dal 1979 il regime consiglia di usare il Corano al suo posto, ma la maggioranza degli iraniani non ascolta. Samira va matta per questa frase: «La luce un giorno ti squarcerà, anche se ora la tua vita è una gabbia».

19 marzo 2026 ( modifica il 20 marzo 2026 | 12:18)