di Paolo Valentino
È lenta, in ritardo, paralizzata dal vincolo dell’unanimità sui temi strategici. Ma sta mostrando di saper reagire e muove i primi passi verso una difesa comune
Diciamo con franchezza: sull’Iran, l’Europa ha prodotto quasi tante posizioni quanti sono i suoi leader politici. Ancora una volta, gli europei hanno fatto molta fatica a parlare con una voce sola, offrendo piuttosto divisioni, tatticismi, assenza di coraggio.
Il cancelliere Merz prima ha invitato i partner a «non fare la predica agli alleati», giustificando di fatto la violazione del diritto internazionale da parte di Trump, salvo poi correggere il tiro e auspicare una fine rapida del conflitto. Una speranza condivisa anche da Giorgia Meloni, restia a esprimere anche la critica più blanda verso il capo della Casa Bianca, ma per una volta disposta a definire quelli di Usa e Israele «interventi unilaterali condotti fuori dal diritto internazionale». Anche Emmanuel Macron ha evitato lo scontro con Washington condannando dapprima solo le reazioni iraniane. Poi, sopraffatto dal dubbio, si è ricordato che esiste ancora il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, chiedendone una seduta di emergenza. Il britannico Starmer ha cercato di barcamenarsi, scontentando tutti, gli inglesi e Trump. Solo Pedro Sanchez ha osato criticare dall’inizio l’azione militare, tenendo il punto anche dopo le minacce di Trump di interrompere ogni rapporto con la Spagna.
A complicare il quadro, sono state le fratture evidenti ai vertici dell’Ue, tra la bulimia di Ursula von der Leyen, novella adepta del regime change, con buona pace dell’ordine internazionale «di cui l’Europa non può più essere custode». E la saggezza di Antonio Costa, il portoghese presidente del Consiglio, che ricorda come il sistema basato sulle regole sia ancora l’ancora della sicurezza e della prosperità europee.
Non fatevi ingannare però. In un mondo dove la forza e il potere prevalgono sul diritto, la politica si fa con i missili e la distruzione diventa norma, l’Europa ha ancora qualcosa da dire e soprattutto ha un modello da offrire. Mentre l’America si congeda da ogni parvenza di multilateralismo, la Russia intride nel sangue ucraino la sua pulsione neo-imperiale e la Cina approfitta con cinismo del caos globale, la relativa saggezza degli europei diventa essa stessa un atto di sfida, meglio di ribellione.
È sicuramente lenta, cronicamente in ritardo, paralizzata com’è dal vincolo dell’unanimità sui temi strategici. Agisce sempre per approssimazioni successive, rinviando di vertice in vertice decisioni incrementali. Sembra incapace di capire che solo investendo insieme nel proprio futuro, potrà evitare la marginalizzazione e un destino da suddito. Eppure, il vizio dell’ingenuità che molti, in casa e fuori le rimproverano, è allo stesso tempo la ragione della forza dell’Europa, la sua ostinazione a inseguire certe chimere: limitare i danni del cambiamento climatico, risparmiare i civili nei conflitti, ridurre le tensioni, tradurre davanti alla giustizia autocrati e dittatori, incoraggiare il libero commercio, dare assistenza ai poveri del mondo, tenere in piedi una rete di protezione sociale.
Solo davanti a shock esterni, simmetrici e violenti, l’Europa ha mostrato di saper reagire. Lo ha fatto sul Covid e sulla crisi economica che ne seguì. E lo ha fatto soprattutto sull’Ucraina: se fu incapace di evitare il massacro nei Balcani negli Anni Novanta, oggi l’Unione porta da sola sulle spalle il peso di sostenere Kiev nella sua impari lotta contro un’aggressione barbarica. Nel frattempo, gli europei muovono primi passi verso una difesa comune, strumento indispensabile per contare, fosse pure da vegetariani, in un mondo di carnivori. Perfino sull’Iran, abbiamo iniziato a convergere.
Non possiamo consolarci dicendoci che, dopo esserlo stati per secoli, non siamo noi oggi l’origine dei problemi del mondo. Ma preferire le regole ai missili, attrezzandosi o anche battendosi per farle rispettare, è il vero potere che rende forte l’Europa.
20 marzo 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA