di
Irene Soave
Cuba attraversa la peggiore crisi energetica da decenni, dopo il blocco ai carburanti imposto da Trump. Online le immagini satellitari mostrano l’isola sprofondata nel buio
La ricostruzione più impressionante è nelle grafiche del New York Times: un piccolo grumo di luce a Nordovest, cioè nella capitale L’Avana, dove ci sono i palazzi del governo e i rifornimenti sono considerati prioritari; fiochi puntini dove i resort di Cayo Guillermo e Cayo Coco, e anche più su a Varadero, continuano a ospitare turisti occidentali a tariffe da turisti occidentali offrendo quindi loro standard occidentali: anche lì nessun blackout, carburante garantito. Nel resto dell’isola la mappa sprofonda nel buio.
Che significa acqua potabile che non arriva perché le pompe sono elettriche e quindi code ai pozzi, spazzatura che inonda le strade perché i camion che la raccolgono non hanno il carburante, carne e uova che marciscono nei congelatori spenti. Gli analisti parlano di crisi umanitaria, non più di crisi energetica; i blackout durano anche venti ore e l’ultimo ha coinvolto l’intera popolazione, 11 milioni di persone; i prezzi di ogni cosa sono alle stelle e salgono le tensioni sociali, con proteste e incendi. Quasi tutte le case dell’Avana sono senz’acqua. Gli ospedali rimandano decine di migliaia di interventi, il New York Times riferisce persino di chemioterapie interrotte. Chi può cerca di spostarsi nei pressi dei resort e di lavorare nelle aree più turistiche, dove l’energia non è a rischio.
Da quando a Cuba vige il blocco dell’importazione di carburante imposto da Trump – il Venezuela, principale fornitore, non può più mandarne dalla caduta di Maduro, il Messico è stato dissuaso, nessun altro Paese latinoamericano si è proposto – la crisi energetica peggiora un giorno dopo l’altro. L’intero sistema energetico di Cuba dipende completamente dall’importazione di carburante, anche se si registrano i primi marginali esperimenti di pannelli solari importati dalla Cina.
Dunque niente petrolio, niente luce. Online circolano immagini satellitari scure e indecifrabili come ecografie. Quella qui sotto, del 17 marzo, è tra le più recenti e fotografa il blackout completo di lunedì, quando per la prima volta il ministero dell’Energia ha comunicato una «completa disconnessione» dell’intera griglia elettrica.


Negli ultimi mesi, e particolarmente dopo la rimozione di Maduro in Venezuela, la Casa Bianca ha deciso di inasprire la pressione su L’Avana bloccando l’arrivo di petrolio, con l’intenzione di accelerare la caduta del governo. Trump ha detto lunedì sera ai giornalisti di credere «che avrò l’onore di prendere Cuba. O di liberarla». Secondo indiscrezioni del New York Times, Trump sarebbe disponibile ad un accordo con il regime comunista, lasciando intatta la struttura di potere come in Venezuela. Per il momento però il governo resta in carica, e solo il popolo è allo stremo.
Venerdì scorso le autorità cubane hanno ammesso per la prima volta di trovarsi in colloqui con gli Stati Uniti. Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha diffuso il video di un incontro con «El Cangrejo», il nipote di Raúl Castro, in cui ha confermato l’avvio di negoziati tra Cuba e Washington per porre fine alla tragica crisi socioeconomica sull’isola causata dal blocco americano del petrolio – o, nelle parole di Trump, dalla «cattiva filosofia» del governo dell’Avana. Che il regime sia in difficoltà lo si registra anche nelle irrituali proteste dei giorni scorsi: i cacerolazos nella capitale e a Santiago, ma persino una sede del Partito Comunista razziata data alle fiamme a Moron, nel poverissimo centro del Paese.
20 marzo 2026
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