di
Francesca Sala
A sostenerlo è Gábor Spielmann, ricercatore ungherese, premiato a livello internazionale e protagonista di studi esposti all’Óbuda Museum di Budapest.
Dalle tre finestre, lo sguardo corre ancora oggi verso un paesaggio che sembra sospeso nel tempo: il profilo del Monte Barro, le ondulazioni morbide della Brianza, le colline che degradano verso i laghi. È qui che si insinua una suggestione potente: immaginare Leonardo da Vinci fermo accanto a quelle aperture, intento a osservare, a misurare con l’occhio e con la mente, mentre già prende forma l’idea del Cenacolo, quello che dipingerà a Milano, nel refettorio di Santa Maria delle Grazie. «Le proporzioni e lo sfondo coincidono in modo sorprendente: non è una suggestione, ma una corrispondenza misurabile». A sostenerlo è Gábor Spielmann, ricercatore ungherese, premiato a livello internazionale e protagonista di studi esposti all’Óbuda Museum di Budapest. La sua analisi, pubblicata sul Daily News Hungary, accende i riflettori su Civate, poco più di 4 mila abitanti, nel cuore della Brianza lecchese.
Al centro della tesi, presentata proprio nelle scorse ore a Civate, l’antico refettorio del monastero di San Calocero – oggi inglobato nella casa di riposo Casa del Cieco – le cui dimensioni coincidono con quelle ricostruibili dall’affresco vinciano. «Leonardo non avrebbe avuto motivo di comprimere le figure agli estremi – osserva Spielmann – se non stesse lavorando su uno spazio reale, con misure vincolanti». La larghezza della sala nel dipinto, 565 centimetri, e quella dell’ex refettorio, circa 570, trovano una corrispondenza quasi millimetrica. Ma per comprendere davvero la portata dell’ipotesi bisogna tornare indietro nel tempo.
Tra il Quattrocento e il Cinquecento, Civate non era un borgo marginale, ma un nodo strategico: attraversato da vie commerciali e frequentato da pellegrini, dominato da un complesso monastico attivo da oltre un millennio. Il refettorio era uno spazio centrale, luogo di pasti comunitari consumati in raccoglimento. Accanto al monastero, la Casa del Pellegrino accoglieva viandanti e fedeli, mentre poco sopra, arroccata sulle pendici del Cornizzolo, la basilica di San Pietro al Monte rappresentava uno dei centri spirituali più importanti della Lombardia medievale.
In questo contesto si inserisce la presenza di Leonardo. A spiegarlo è il direttore della Fondazione Casa del cieco, Claudio Butti: «L’artista lavorava per Ludovico il Moro, ma il fratello, Ascanio Maria Sforza, cardinale e abate del monastero di San Calocero, aveva qui la sua residenza. È plausibile che Leonardo, impegnato negli studi idraulici tra Adda e laghi briantei, sia stato ospitato in questo complesso». Non è tutto. Nello sfondo dell’Ultima Cena compare un dettaglio a lungo rimasto enigmatico: un piccolo campanile. «Non si ritrova nel paesaggio attuale – spiega Spielmann –, ma esisteva».
Il riferimento è alla torre campanaria romanica di San Calocero, abbattuta tra il Sette e l’Ottocento, ma documentata in immagini d’epoca. Un elemento scomparso che, se confermato, aggiungerebbe un tassello decisivo. L’ipotesi, in realtà, affonda le radici nel 2017, quando l’ingegner Dario Monti intuì per primo la corrispondenza: «Scendendo dal Cornizzolo – ricorda – abbiamo riconosciuto quel paesaggio. Poi, entrando nel monastero, la sorpresa: la sala sembrava quella del dipinto». E mentre il dibattito si riaccende, Civate si prepara a trasformare la suggestione in esperienza. Sabato prossimo, proprio nell’antico refettorio, verrà rievocata l’Ultima Cena, con una rappresentazione scenica che restituirà l’ambientazione ipotizzata dagli studiosi. «È un luogo che parla al mondo – osserva Franco Lisi, presidente di Casa del cieco – dove la cura della persona incontra la bellezza». E, quasi in filigrana, si inserisce un’altra suggestione: gli studi di Riccardo Magnani, che da anni riconducono il paesaggio della Gioconda proprio al territorio lecchese.
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21 marzo 2026
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