di
Guido Olimpio

Come i pasdaran tentano di allargare il campo di battaglia: dalle basi alle petroliere e gli alberghi

La «strategia del matto». L’hanno attribuita, in tempi recenti, a Netanyahu e a Trump. Ma ora sembrano averla adottata anche i pasdaran. L’Iran è tornato a colpire le installazioni petrolifere nei Paesi del Golfo. Sempre i pasdaran avrebbero tirato due missili verso la base di Diego Garcia a 4 mila chilometri di distanza, tentativo pare fallito ma comunque significativo. I dirigenti hanno minacciato azioni contro località turistiche nel mondo che ospitano militari statunitensi. Azioni concrete unite a messaggi propagandistici che però nessuno ormai sottovaluta. Perché i Guardiani hanno dimostrato di cogliere impreparati gli avversari. Vale ripetere la valutazione espressa da dirigenti delle monarchie sunnite: ci aspettavamo una rappresaglia ma non gli strike sugli impianti energetici. Invece lo hanno fatto attuando ciò che avevano promesso, anche se non si erano spinti a fornire dettagli: del resto è una guerra, non sveli i dettagli di cosa intendi fare.

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Raggio allargato

La linea dei Guardiani della rivoluzione ha tenuto conto della realtà. Pazienti per tradizione storica, consapevoli di dover resistere a un’offensiva massiccia — 15 mila le incursioni rivendicate da Israele e Usa —, hanno deciso di rompere il ciclo visto nella crisi di giugno ma anche in altri teatri dove erano protagoniste le milizie alleate, come l’Hezbollah. Quando è scattato il doppio assalto hanno esteso progressivamente la loro risposta. Non hanno cercato di limitare il campo di battaglia alle basi, bensì lo hanno allargato ad aeroporti, petroliere, depositi di greggio, alberghi. Hanno replicato ai danni causati dall’Idf al grande deposito di Teheran e al giacimento di gas South Pars con fendenti analoghi (su Haifa e Qatar) e poi sul Kuwait. Per l’esperto Hamidreza Azizi c’è stata anche la decisione di accorciare i tempi dalle minacce all’esecuzione per correggere l’impressione di voler calibrare al ribasso la ritorsione. Ossia non temiamo il prezzo da pagare.

Nel primo discorso attribuito a Mojtaba Khamenei dopo la sua nomina c’era un passaggio interessante e riguardava future mosse che avrebbero dovuto cogliere in contropiede gli avversari. «Abbiamo condotto studi su come aprire nuovi fronti dove hanno poca esperienza e sono estremamente vulnerabili, li attiveremo se la guerra continua e in base ai nostri interessi». Sono parole che rientrano nelle schermaglie a distanza ma rappresentano anche la volontà di non limitarsi alle azioni previste. Se poi ci riusciranno lo capiremo dall’andamento delle operazioni.

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Conseguenze

C’è poi un secondo elemento da considerare. Per mesi Netanyahu e Trump hanno promesso di tutto e di più contro la leadership islamica, dal cambio di regime agli omicidi mirati per far fuori i capi. Obiettivi a volte confusi e non condivisi del tutto dalla «coppia di fatto» (trapelano frizioni forti) ma che hanno portato comunque all’eliminazione della Guida Ali Khamenei, di strateghi come Ali Larijani e di comandanti di esperienza. Il messaggio ha rafforzato la convinzione che stavolta era la «madre di tutte le battaglie» e gli iraniani l’hanno affrontata di conseguenza ritenendo che ci fosse poco da perdere. Da qui l’accettazione ad aprire una ferita profonda con i vicini del Golfo e il prevedibile uso di Hormuz come arma di ricatto nel lungo termine. Un report dell’intelligence Usa, citato dalla Cnn, sostiene che i pasdaran possono mantenere il blocco per sei mesi.

Ogni scelta bellica comporta però delle ripercussioni. L’Iran, spingendo a oltranza su questa linea, va incontro ad ulteriori devastazioni. Saltano per aria bunker, caserme, fabbriche, impianti strategici. Muoiono migliaia di pasdaran e molti civili. Scompaiono, perché uccisi, generali e politici. È un regime che si regge con una parte di consenso e una repressione brutale, alle prese con una situazione sociale disastrosa e un’economia a pezzi. Lo confermano le retate, le impiccagioni, le misure contro i ribelli interni. Inoltre, ha trascinato nel gorgo le milizie amiche dal Libano all’Iraq, anche queste martellate. Teheran forse scommette su un Trump che alla fine deciderà di ordinare il «tutti a casa» mentre i segnali, con l’invio di nuove forze terrestri da parte del Pentagono, raccontano altro.

21 marzo 2026 ( modifica il 21 marzo 2026 | 09:31)