di
Guido Olimpio
L’Iran ha provato a colpire l’isola di Diego Garcia con due missili: ecco perché e cosa può significare
Sottoposto ad attacchi sempre più massicci l’Iran replica su bersagli lontani, simbolici e importanti. L’isola di Diego Garcia è uno dei questi: si spiega anche così il tentativo di colpirla con due missili. Secondo il Wall Street Journal uno è finito in mare, il secondo è stato intercettato dalla difesa.
La divisione aerospaziale dei pasdaran potrebbe aver usato i Khorramshahr 4 o un modello analogo. L’atollo dell’Oceano Indiano, che ospita la base anglo-americana, è ad una distanza considerevole: circa 4 mila chilometri dal territorio iraniano, ossia due volte il raggio d’azione dei missili a disposizione di Teheran. Secondo un’ipotesi di un esperto i tecnici hanno ridotto al minino la testata bellica in modo da poter raggiungere il target. A meno che non siano riusciti già ad allungare la sua portata. Una terza ipotesi avanzata dagli osservatori è la conversione di vettori spaziali a fini militari.
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Agli iraniani non interessava tanto fare danni quanto dimostrare di arrivare «lontano». Una ripetizione su scala maggiore di quanto è avvenuto con il raid di droni sulle installazioni inglesi a Cipro, operazione però attribuita all’Hezbollah libanese e dunque con un punto di partenza ravvicinato. Però, anche in questo caso, conta il messaggio visto che è stato coinvolto un paese dell’UE.
Il lancio su Diego Garcia è stato subito interpretato da fonti del Golfo come la conferma della pericolosità dell’arsenale degli ayatollah. Con migliaia di missili a corto, medio e lungo raggio. Non tutti sofisticati ma continuamente aggiornati usando le esperienze e i test in combattimento, magari ricevendo assistenza – come si suggerisce – da russi, cinesi e nord coreani. Non a caso gli Usa, durante il negoziato a Ginevra, avevano posto come condizione un limite massimo di duemila chilometri al raggio dei vettori. Richiesta respinta dalla Repubblica islamica: su questi armamenti non si tratta perché sono indispensabili alla sicurezza nazionale. E, infatti, li usano nel conflitto in corso a seconda delle possibilità.
L’azione richiama il ruolo dell’atollo. Scoperto dai portoghesi nel 1512, controllato dai francesi, è poi finito in mano ai britannici diventando «la portaerei inaffondabile». Gli abitanti sono stati sfrattati e Diego Garcia ha ospitato in un’infinità di crisi gli aerei americani impegnati in missioni belliche in Medio Oriente. Il punto d’appoggio per rifornitori, ricognitori, bombardieri strategici (B 52, B 1, B 2). Proprio la loro eventuale presenza ha segnalato in passato l’imminenza di raid. Nelle ultime settimane, però, la pista ha ospitato caccia F 16 e al largo c’erano alcune unità della Navy, «assetti» schierati – stando ad un esperto – per contrastare incursioni di droni. I velivoli-senza pilota in dotazione agli iraniani potrebbero venire lanciati da navi-madre, un impiego per accorciare la distanza: gli Shahed hanno un raggio d’azione sui duemila chilometri.
Ancora l’isola è stata al centro di un forte contrasto tra Washington e Londra. Donald Trump si è infuriato con la Gran Bretagna per la decisione di rispettare un’intesa che deve portare in futuro la restituzione di Diego Garcia alle Mauritius. The Donald l’ha considerata un tradimento, ha fatto fuoco e fiamme. Conseguenza: gli inglesi hanno deciso una pausa nel «processo». Poi è arrivata la seconda ondata di polemiche causata dal no (parziale) della Gran Bretagna sull’utilizzo delle basi da parte degli americani durante Epic Fury. Gli inglesi hanno autorizzato solo «operazioni difensive», un distinguo sottile superato dalla realtà dei fatti. Londra cancellato nelle ultime ore il veto e i bombardieri statunitensi hanno continuato a decollare da Fairford (installazione Raf) verso l’Iran carichi di bombe.
Diego Garcia è stata dentro la notizia anche per vicende più misteriose. La Cia l’ha utilizzata come luogo di prigionia per elementi qaedisti catturati dopo l’11 settembre. Era uno dei «black site», centri di detenzione segreti. Inoltre, dopo la scomparsa del jet malese MH370 – marzo 2014 – è emersa una doppia teoria complottista secondo la quale il Boeing con a bordo 239 persone era atterrato sull’atollo o che era stato intercettato in quanto il pilota voleva schiantarsi sulla base. Il governo, nel confermare il tentativo missilistico iraniano, si è affrettato a precisare che sarebbe avvenuto prima della luce verde data agli americani.
21 marzo 2026 ( modifica il 21 marzo 2026 | 14:32)
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