La ricerca finanziata dall’Ue ha analizzato 81 modelli, compresi i grandi brand e ha identificato minime quantità di bisfenoli, ftalati e ritardanti di fiamma. In Olanda alcuni modelli, destinati ai bambini, sono stati tolti dagli scaffali nella catena MediaMarkt. Mediaworld: «Non in Italia, ma stiamo monitorando»
Nelle cuffie e negli auricolari ci sono sostanze dannose? Nei giorni scorsi alcuni rivenditori olandesi , tra cui Bol.com, Coolblue e soprattutto Mediamarkt, nota in Italia con il marchio MediaWorld,, hanno rimosso in via precauzionale alcuni modelli di cuffie e auricolari dai loro cataloghi. La decisione è arrivata alcuni giorni dopo la pubblicazione di uno studio europeo finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del progetto ToxFree LIFE for All e coordinato dall’organizzazione ambientalista ceca Arnika insieme a quattro associazioni di consumatori di Repubblica Ceca, Slovenia, Ungheria e Austria. Tracce di sostanze potenzialmente dannose sono state trovate in tutti gli 81 modelli analizzati. Tra i marchi coinvolti ci sono Apple, Samsung, Sony, Bose, JBL, Sennheiser, Beats, HyperX e Razer.
Sui siti di news dei Paesi Bassi sono trapelati alcuni nomi del modelli tolti dagli scaffali. Bol.com ha rimosso due cuffie da gaming per precauzione: si tratta di HyperX Cloud III e il Razer Kraken V3.
MediaMarkt ha invece rimosso prodotti dagli scaffali modelli destinati ai più piccoli, come le cuffie della serie animata Paw Patrol, offerte da un venditore esterno.
Abbiamo consultato MediaWorld che ci ha fatto sapere che in Italia non sono stati effettuati ritiri di cuffie o auricolari, ma che la situazione è monitorata. «L’unico Paese in cui Mediamarkt è intervenuta, per motivi strettamente precauzionali, è l’Olanda» ci è stato detto.
Come è stato condotto lo studio
I ricercatori hanno smontato ogni paio di cuffie, ricavando 180 campioni di plastica rigida e morbida, poi analizzati in laboratorio alla ricerca di cinque categorie di sostanze: bisfenoli, ftalati, ritardanti di fiamma bromati e organofosforati, paraffine clorurate. Tutte rientrano nella famiglia degli interferenti endocrini, cioè composti che possono alterare il funzionamento del sistema ormonale.
Il bisfenolo A (BPA), la sostanza più nota e studiata di questa famiglia, collegata a rischi per lo sviluppo e già vietata in alcune applicazioni alimentari e nei giocattoli per bambini, è stato rilevato nel 98% dei campioni.
I ftalati classificati come cancerogeni, mutageni o reprotossici (cioé che possono alterare il sistema riproduttivo) erano presenti in circa il 60% dei campioni.
I ritardanti di fiamma organofosforati, usati in sostituzione di quelli bromati già banditi, sono emersi in tutti e 86 i campioni testati per questa categoria, spesso in combinazione: quasi tre quarti dei campioni contenevano cinque o più sostanze diverse di questo gruppo.
La valutazione a semaforo
I ricercatori hanno usato un sistema a semaforo per valutare i prodotti: verde per chi rispetta anche i limiti volontari più restrittivi, giallo per chi è legalmente conforme ma supera certe soglie precauzionali, rosso per chi supera i limiti di legge o presenta combinazioni preoccupanti di sostanze. Il risultato complessivo: circa il 44% dei modelli è in zona rossa, il 42% verde, il 14% giallo.

Concentrazioni minime: ci sono rischi?
Gli stessi autori del lavoro sottolineano di aver trovato solo tracce di queste sostanze tossiche. Lo ha detto esplicitamente Karolína Brabcová, ricercatrice di Arnika e tra le autrici del rapporto: «Non c’è alcun pericolo imminente nell’utilizzare queste cuffie. Si tratta di concentrazioni minime». Lo conferma anche Aimin Chen, professore di epidemiologia alla Perelman School of Medicine dell’Università della Pennsylvania interpellato da The Verge: «Lo studio documenta la presenza dei composti nelle cuffie, non l’effettivo trasferimento all’organismo di chi le indossa. Per misurare quanta sostanza possa effettivamente raggiungere il sangue attraverso la pelle o l’inalazione di polveri sarebbero necessari studi di esposizione controllata, che ad oggi non esistono per questo tipo di prodotto».
La preoccupazione degli autori è di natura diversa e riguarda l’esposizione cumulativa: le cuffie sono uno dei tanti oggetti d’uso quotidiano che contengono queste sostanze. Sommate ad altre fonti come imballaggi alimentari, abbigliamento, cosmetici, arredi, alimentano un’esposizione complessiva che la ricerca scientifica studia da anni in relazione a problemi di fertilità, sviluppo nei bambini e salute metabolica. «Anche in un piccolo prodotto come le cuffie si trova un cocktail di sostanze chimiche», ha detto Brabcová. «Ora moltiplicate il tutto per cento, perché usiamo centinaia di prodotti al giorno».
Un fattore di attenzione specifico per le cuffie è legato all’uso prolungato: calore e sudore durante l’attività fisica o l’uso notturno possono teoricamente accelerare la migrazione di alcune sostanze dalla plastica alla pelle. E se a utilizzarli sono bambini e adolescenti il rischio aumenta.

Le aziende: rispettiamo le normative
Tra gli undici principali produttori contattati da The Verge, solo Bose, Sennheiser e Marshall hanno risposto ufficialmente, confermando di rispettare tutte le normative vigenti e sollevando dubbi sulla metodologia dello studio. Il rapporto infatti non riporta dati precisi sulla quantità di ciascuna sostanza trovata in ogni campione, ma solo quali sostanze chimiche sono state identificate.
Una portavoce di Bose ha definito «non chiara» la tipologia di dati utilizzata dal laboratorio per arrivare alle sue conclusioni. Sennheiser ha comunicato di aver contattato gli autori del rapporto per ottenere i dati specifici relativi ai propri modelli e confrontarli con informazioni interne, per poi decidere come agire, senza però aver ancora ricevuto le informazioni richieste. La responsabile per conformità e sostenibilità di Marshall ha sottolineato che «lo studio applica soglie di valutazione per i bisfenoli più restrittive di quelle previste dalla normativa europea per i prodotti elettronici» aggiungendo però di considerare rapporti di questo tipo utili perché «promuovono maggiore trasparenza e responsabilità nel settore».
Brand noti fanno peggio dei no-name
Uno degli elementi più inattesi dello studio riguarda la relazione tra prezzo, notorietà del marchio e sicurezza chimica. Contrariamente all’intuizione comune, i brand affermati non garantiscono prodotti migliori dal punto di vista delle sostanze rilevate: circa il 48% dei modelli di brand noti ha ricevuto una valutazione rossa, percentuale simile a quella dei brand della grande distribuzione (50%).
I prodotti acquistati su marketplace cinesi come Temu e Shein hanno invece ottenuto risultati mediamente migliori nel campione analizzato, con il 67% di valutazioni verdi contro il 36% dei brand noti. Un dato che, come precisa lo stesso studio, è relativo a un campione ristretto (7 prodotti totali) e non va generalizzato, ma che ribalta almeno in parte il pregiudizio diffuso sull’elettronica di provenienza cinese.

Cuffie da gaming e prodotti per bambini: i due opposti
Significativa anche la differenza tra segmenti d’uso: le cuffie da gaming sono quelle con i risultati peggiori: in sei casi su dieci hanno una valutazione complessiva rossa. Al polo opposto, i prodotti progettati appositamente per bambini hanno ottenuto risultati migliori della media, con solo circa il 25% di valutazioni rosse. Per gli autori è la prova che standard più severi sono tecnicamente raggiungibili.

Una situazione da regolamentare
L’obiettivo dichiarato dello studio non è sconsigliare l’acquisto di determinati prodotti né creare allarme. È piuttosto spingere i legislatori europei verso regole più stringenti. Il problema di fondo, secondo Arnika, è strutturale: le normative attuali vietano le sostanze una alla volta, lasciando ai produttori la possibilità di sostituirle con analoghi chimicamente simili e altrettanto problematici , il cosiddetto «regrettable substitution». Bisfenolo A sostituito con bisfenolo S, ftalati vietati rimpiazzati da altri ftalati: il meccanismo si ripete.
Per questo i ricercatori chiedono all’Unione Europea di passare a divieti per intere classi chimiche, tutti i bisfenoli, tutti gli ftalati, e di introdurre l’obbligo di trasparenza sulla composizione chimica dei dispositivi elettronici attraverso strumenti come il Passaporto Digitale di Prodotto, previsto dal regolamento europeo sull’Ecodesign. Chiedono inoltre che la sicurezza chimica sia integrata già in fase di progettazione, e non solo verificata a posteriori.
Che cosa fare per chi usa le cuffie tutti i giorni
In assenza di rischi immediati accertati, i consigli pratici restano semplici. Evitare di dormire con le cuffie, poiché il contatto prolungato combinato con il calore corporeo può teoricamente aumentare la migrazione di sostanze. Limitare l’uso durante attività fisica intensa. Consultare, quando disponibili, le politiche sulle sostanze chimiche dei produttori: alcune aziende, come Apple, applicano standard interni più restrittivi di quelli di legge.
Non si tratta di smettere di usare cuffie e auricolari, ma di tenere presente che «ridurre l’esposizione complessiva dove possibile», come ha sintetizzato il professor Chen, è sempre una scelta prudente. Anche quando il singolo rischio è basso.
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20 marzo 2026
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